La silenziosa rivoluzione femminile del “nordic table design”. La mostra a Roma
Settant’anni di design nordico al femminile vanno in mostra attraverso una selezione di oggetti per la tavola. Raccontando il ruolo che le designer scandinave, spesso nell’ombra di mariti o compagni, hanno avuto nell'accompagnare le trasformazioni sociali
Roma ogni anno celebra il suo legame storico con le culture scandinave attraverso il festival Novembre Nordico. Tracce nordiche a Roma: giunto alla quarta edizione, è promosso dalle Ambasciate di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia, dal Circolo Scandinavo e dai quattro Istituti culturali e scientifici nordici (l’Accademia di Danimarca, l’Istituto di Finlandia a Roma, l’Istituto di Norvegia in Roma, l’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma) e prevede un ricco programma di iniziative e momenti di scambio come mostre, passeggiate, talk, concerti, corsi di cucina, laboratori per bambini e conferenze. Tra le numerose proposte del palinsesto, una mostra quest’anno ha catturato la nostra attenzione: NORDIC TABLE DESIGN 1900-1970.Una silenziosa rivoluzione femminile ospitata fino a metà gennaio (e poi a Faenza dalla primavera 2026) nella Casa Museo Hendrik Christian Andersen, la palazzina con annesso studio di scultura costruita tra il 1922 e il 1925 (su disegno dello stesso artista norvegese naturalizzato americano) poco oltre la Porta del Popolo. Ideata e curata dall’architetta partenopea Fabia Masciello, racconta settant’anni di design nordico femminile attraverso una selezione di oggetti per la tavola, analizzando il ruolo che designer, artigiane, architette, artiste, imprenditrici provenienti da Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia, hanno avuto nella trasformazione della società del XX Secolo.

Una mostra a Roma ripercorre 70 anni di design nordico al femminile
130 pezzi capaci di mettere in luce come il tableware sia stato molto più di una questione estetica o funzionale, ma un terreno di sperimentazione di nuovi modelli sociali, di emancipazione e di ridefinizione dei ruoli domestici e familiari. “È stata una rivoluzione, silenziosa ma profonda, portata avanti da queste donne che nel realizzare oggetti belli, funzionali e accessibili a tutti, hanno dimostrato come un semplice gesto quotidiano possa rappresentare un atto di libertà e di ribellione”, ha commentato la curatrice. “La mostra sceglie di spostare lo sguardo altrove: su un design silenzioso, necessario e durevole, che abita la quotidianità e la trasforma. Al centro le donne che — partendo dalla tavola, cuore della vita domestica e luogo simbolico di relazione, cura, condivisione — hanno ripensato e riscritto il vivere quotidiano”. Qualche nome? Aino Aalto, Estrid Ericson, Nora Gulbrandsen, Marianne Westman, Herta Bengtson, Ulla Procopé, Grethe Meyer, Turi Gramstad Oliver, Inger Persson, Maja Isola, Nanna Ditzel, Kaija Aarikka e molte altre designer, troppo spesso rimaste nell’ombra di colleghi, compagni e mariti con cui hanno lavorato, che con il loro approccio progettuale umanista, hanno saputo coniugare creatività, estetica e funzionalità con empatia verso il fruitore e attenzione ai suoi bisogni, alla ritualità e all’inclusività.
Dagli albori del design democratico alla ridefinizione dei ruoli nelle case e nella società
La prima delle quattro sezioni nelle quali si articola il percorso espositivo, BELLEZZA PER TUTTI, si apre con la nascita del design democratico nei paesi nordici, agli inizi del Novecento, in un periodo in cui le donne — fino ad allora confinate alla sfera domestica — iniziano a reclamare un ruolo attivo nella vita politica e lavorativa. Negli Anni Venti e Trenta conquistano visibilità le prime designer, direttrici di dipartimenti nelle fabbriche di porcellana, imprenditrici che, con determinazione, sfidano un contesto lavorativo dominato dagli uomini per portare avanti la propria ricerca creativa, parallelamente alle battaglie per il riconoscimento dei diritti femminili. La seconda sezione, LA RIVOLUZIONE A TAVOLA, racconta il clima di rinascita e ottimismo postbellico che caratterizza gli Anni Cinquanta, dove sono in atto profondi cambiamenti sociali – case più piccole, riduzione del personale domestico e donne che iniziano a lavorare – seguito dai cambiamenti di gusto e delle nuove abitudini alimentari negli Anni Sessanta, in un contesto di crescente affermazione di professioniste nel mondo del design. In questi anni, le designer dimostrano in maniera sempre più incisiva che funzionalità e bellezza possono convivere negli oggetti di uso quotidiano. Progettano nuove forme, sperimentano nuovi materiali, introducono decori e colori originali (l’uso di smalti colorati a cottura unica riduce i costi, rendendo le stoviglie accessibili a tutti). Il loro lavoro va oltre la ricerca estetica: è profondamente ideologico e diventa uno strumento attraverso cui ridefinire il ruolo femminile all’interno della casa e della società.

La tavola “antiborghese” degli Anni Sessanta e Settanta e il ruolo delle operaie
La terza, VERSO UNA NUOVA LIBERTÀ, esplora le trasformazioni sociali che hanno caratterizzato la fine degli Anni Sessanta e Settanta, quando le donne, sempre più divise tra casa e lavoro, iniziano a ridurre il tempo dedicato alle attività domestiche, ridefinendo così ruoli, abitudini e dinamiche familiari. Contemporaneamente, la ribellione agli ideali borghesi favorisce l’emergere di uno stile di vita più libero e informale. Il design della tavola si fa specchio di questi cambiamenti, puntando su una maggiore informalità e valorizzando la convivialità. Surgelati e cibi in scatola, insieme a forni a microonde e piccoli elettrodomestici, diventano protagonisti della quotidianità. Le tovaglie lasciano sempre più il posto alle pratiche tovagliette all’americana e ai tovaglioli di carta. I barattoli sono ora realizzati in metallo, più leggero, igienico e resistente della ceramica. Nascono nuove pentole, esteticamente piacevoli, realizzate in materiali resistenti al calore, che possono passare dai fornelli o dal forno direttamente al tavolo da pranzo. Forme essenziali, impilabilità, manici funzionali e coperchi versatili: la praticità diventa una necessità ma anche una forma di ribellione e di liberazione dal carico tradizionalmente imposto dalle faccende domestiche. La mostra si conclude con FUORI DALL’OMBRA un omaggio alle operaie, a quella forza spesso invisibile che, con impegno quotidiano, ha contribuito a costruire non solo oggetti, ma anche storie, valori e identità collettive. Nonostante le condizioni difficili e gli stipendi bassi, a tenere insieme queste donne c’erano anche altri elementi: coesione, amicizia, cameratismo e, soprattutto, passione per il proprio lavoro.
Un’ospite speciale: l’artista e designer norvegese Turi Gramstad Oliver
Nell’ambito degli eventi collaterali alla mostra, particolarmente significativa la partecipazione di Turi Gramstad Oliver, artista artigiana e visiva, una delle voci più rappresentative del design norvegese, presente in conversazione con Torunn Larsen, storica dell’arte e autrice della monografia Turi (Museumsforlaget, 2023) che con testi, immagini e documenti d’archivio raccoglie il percorso creativo e umano della designer. Uno di quei nomi che forse ai più non dice nulla, ma che invece ha prodotto oggetti, collezioni e decori incredibilmente conosciuti e diffusi nelle case: le sue celebri decorazioni ceramiche, realizzate per la manifattura Figgjo tra gli Anni Sessanta e gli Anni Ottanta, sono infatti caratterizzate da uno stile illustrativo immediatamente riconoscibile, e la sua visione creativa ha lasciato un’impronta duratura nella storia del design norvegese. Nata nel 1938 a Sandnes, in Norvegia (e ancora oggi vispissima) Turi Gramstad Oliver nel corso del suo lungo percorso professionale si è distinta per la capacità di coniugare la tradizione artigianale con la produzione industriale, portando all’interno degli oggetti d’uso quotidiano una dimensione poetica e narrativa. Appassionata di botanica, ha iniziato la sua formazione come ceramista presso il Norwegian College of Applied Arts di Oslo (1955-1958) e, nello stesso periodo, ha lavorato nel laboratorio della ceramista Kari Nyquist. Ha studiato anche al Bergen College of Applied Arts dal 1958 al 1960, prima di essere assunta come designer presso la fabbrica di terracotta Figgjo Fajanse AS, sotto la direzione artistica di Ragnar Grimsrud. Vi rimase vent’anni, prima di decidere di continuare a lavorare come artista artigiana e visiva indipendente, concentrando la sua espressione su tessuti e carta.
Giulia Mura
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