Lo stilista emergente che porta la periferia e il calcio nella moda italiana. Storia di Marcello Pipitone
La Fondazione Sozzani ospita la presentazione della nuova collezione del brand Marcello Pipitone, in occasione della Fashion Week Uomo AI 2026. Arte, musica e moda unite nel cuore della città del fashion design
Sono giorni frenetici quelli della Fashion Week Uomo 2026, ed è proprio in questo contesto che a catturare l’attenzione è la figura di Marcello Pipitone, volto promettente del design italiano. Milanese, classe 1996, si colloca nella moda contemporanea con un linguaggio progettuale che intreccia moda e sport in modo consapevole e sostenibile, muovendosi con naturalezza tra funzione estetica e cultura contemporanea. Il suo lavoro attraversa l’abito come dispositivo culturale: uniforme e al tempo stesso manifesto, superficie sensibile su cui si inscrivono identità, tempo e funzione. Il dialogo serrato con lo sport e con l’immaginario delle divise struttura una progettualità essenziale, dove il superfluo viene sottratto per restituire centralità al gesto, alla cromia, alla dinamica del corpo nello spazio. La sostenibilità si configura come pratica etica e processo materico, una riscrittura che passa attraverso tessuti riciclati e materiali di recupero. In occasione della Fashion Week Uomo 2026 ha presentato la sua collezione alla Fondazione Sozzani di Milano: lo abbiamo incontrato per attraversarne visione, metodo e traiettorie future.

Intervista a Marcello Pipitone
Per chi non ti conosce, chi è Marcello Pipitone?
Partirei dall’inizio. Io nasco a Milano nel 1996 e durante la mia adolescenza ho praticato basket per dodici anni e atletica per cinque. Direi che queste due esperienze, assieme al liceo artistico, hanno fortemente plasmato la mia visione creativa. Dopo il liceo avevo ben chiaro che volevo fare moda, così, nel 2016, mi iscrivo a Fashion Design allo IED di Milano ed è qui che imparo a “fare” i vestiti veramente. Le stoffe però erano un costo elevato, quindi opto subito per il riciclo. Inizialmente proprio perché fare diversamente era insostenibile. Inizio a riciclare le stoffe regalate, le pezze, i foulard, di tutto. E noto che questa cosa mi premia, era apprezzata. Nel 2020 decido di impostare i miei social come un brand che fa pezzi unici e nel 2021 apro il mio primo pop-up a Londra nel quartiere di Soho. Un punto di svolta del mio impegno nella moda è stato nel 2023, quando ho vinto il premio di Camera della Moda del Fashion Trust come miglior designer. È stato un turning point, specie per la visibilità.
Cosa è successo poi?
Il mio desiderio era lavorare affinché l’identità del brand fosse sempre più chiara e riconoscibile. Da qui torna il richiamo allo sport, di cui prima ti parlavo. Dopo il premio come miglior designer è nata la primissima collaborazione sportiva: ho fatto la terza maglia dell’Udinese Calcio. E ho poi iniziato a vestire cantanti ed artisti, questo mi ha dato tanto. Oggi le collaborazioni di cui vado fiero sono molte, quella con l’Inter, con Adidas, Nike e abbiamo anche iniziato a vendere a livelli internazionali, sia in America che in Cina. Ovviamente siamo ai primi step, ma stiamo andando bene.
Che ruolo ha quindi lo sport, e Milano?
Lo sport mi ha reso libero e competitivo. Mi ha reso responsabile e consapevole del lavoro di squadra, come del lavoro individuale. Mi ha dato colori, simboli, il concetto di unione, di fede, di valore e mi ha regalato gioia, felicità e soprattutto euforia. Milano invece mi stimola sotto ogni aspetto, ci sono nato e mi ha dato tutto. A Milano guardo le persone, guardo i dettagli delle cose, di un albero o di una macchina bruciata. A Milano vedo il barbone accanto alla Ferrari parcheggiata, la villa del calciatore accanto alle case popolari di San Siro, il ladro in metro a fianco all’avvocato che va al lavoro, il dito medio in Piazza Affari.
Milano mi ha dato i collegamenti, l’idea di amore e di movimento, questa spinta a non fermarsi, ma soprattutto i contrasti. Questa metropoli è fatta di contraddizioni.
Hai esposto la tua collezione alla Fondazione Sozzani di Milano, in occasione della Fashion Week Uomo 2026. Non è stata una sfilata, bensì una presentazione accompagnata da un’art and music exhibition. La location e le modalità ti collocano in un contesto fortemente culturale oltre che fashion. Quanto è importante per te che la moda venga letta come linguaggio artistico e non solo commerciale?
Una delle cose che della moda mi affascina da sempre è la cornice. Certo amo la moda, ma l’arte, la community, l’energia che ci gira attorno è una spinta in più per me. Il mio obiettivo sarebbe quello di non dividere mai la moda dall’arte e viceversa, lasciandole in dialogo aperto, assieme certamente allo sport e alla gente. Quello che cerco di fare in tutti i miei eventi è proprio questo: unire artisti, installatori, sponsor, designer, ecc. L’ultimo evento è stato un ottimo esempio di contaminazione. Alessandro Gerull ha fatto delle installazioni artistiche, mentre l’azienda Streebox dei cartelloni pubblicitari. La connessione? I miei vestiti erano proprio fatti con materiali riciclati provenienti dai cartelloni pubblicitari. Ecco cosa vuol dire dialogo aperto per me.
Quindi dei vestiti che nascono da cartelloni di città. È solo il tema del riciclo o c’è altro che ti lega al concetto dell’urbanità? Come riescono i tuoi vestiti a riflettere l’epoca che vivi?
Come tutte le mie creazioni, anche questa collezione rappresenta allo stesso tempo un po’ una critica e un elogio al presente. GRAN TURISMO fa un inchino alla cultura italiana, ma denuncia il caos delle metropoli e l’overtourism come criticità nelle città e nella vita di tutti i giorni. I miei abiti vogliono proprio riflettere il caos, lo sporco e i segni che la metropoli ti lascia sul corpo.
Guardando al tuo percorso, senti di appartenere a una nuova generazione di designer italiani? Cosa pensi stia cambiando nel sistema moda rispetto al passato?
Penso che la generazione dei nuovi brand debba fare i conti con un mondo che sta indubbiamente cambiando, ed io sicuramente faccio parte di tutto questo. Sta cambiando il sistema, o meglio, il mondo della vendita. I negozi sono obsoleti, chi ha voglia di frequentare i negozi oggi? Sembrano enormi cantine, con cassetti di vestiti e non ci trovo nulla di divertente nell’esperienza di comprare nei negozi. L’unica cosa divertente che è rimasta nella moda sono gli eventi, credo fortemente nell’intrattenimento e nella relazione con la community. Non ho una vetrina quindi non posso cambiare il mondo io, ma mi piacerebbe farlo in futuro.
Ecco, parlando proprio di futuro e futuro della moda. Cosa ti aspetti dal futuro di Marcello Pipitone?
Che il brand vada in America per i Campionati Mondiali di calcio e di iniziare a fare film o cortometraggi.
Emma De Gaspari
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