A Milano una mostra sulla bellezza e la praticità dell’artigianato giapponese. Intervista al curatore
All’ADI Design Museum arrivano le opere dei maestri artigiani nipponici per valorizzare una tradizione millenaria, ma sempre aperta allo scambio. Naohiko Mitsui ci racconta il progetto e perché è stato portato proprio a Milano
Febbraio è il National Haiku Writing Month e Milano è pronta ad affrontarlo ospitando “un pezzo” di Giappone da cui lasciarsi ispirare anche nella composizione di nuove poesie. All’ADI Design Museum, infatti, ieri ha inaugurato la mostra 工=藝 KO = GHEI. Fusione di arte, ragione ed emozione che, attraverso una selezione di raffinati esemplari, racconta l’alto artigianato giapponese contemporaneo per valorizzare il patrimonio materiale e immateriale legato ai mestieri d’arte nipponici.
Cosa significa “kogei 工藝“
Il termine 工藝 kogei, da leggersi koghei, avvicinandosi all’idea dell’antica filosofia cinese di Yin e Yang, integra due concetti apparentemente opposti. Il carattere Ko indica la tecnica, il processo produttivo e la sua materialità, e si riferisce al sapere necessario per riprodurre e portare avanti un’arte nel tempo. Ghei, invece, è il carattere ideografico che si riferisce alla creatività per armonizzare corpo e spirito e generare bellezza. Nel pensiero e nella società giapponese questa coppia di opposti – declinabile, poi, in ragione ed emozione, tecnica e spiritualità – continua a esistere in una relazione di reciproca tensione, talvolta limitandosi, talvolta elevandosi a vicenda. Koghei è, quindi, nella sua unione dei due caratteri, la bellezza che non sacrifica la funzione, l’intelligenza che non esclude l’emozione. E trova ora spazio nel museo del design di una delle storiche capitali di questa disciplina, che nella sua forma più alta ha saputo, e sa, coniugare proprio questi poli apparentemente opposti: bellezza e funzionalità.

La mostra all’ADI Design Museum di Milano
Il percorso espositivo, curato dall’architetto Naohiko Mitsui, propone una selezione di opere rappresentative delle maggiori espressioni dell’artigianato tradizionale giapponese. Ricorrendo a tecniche tradizionali millenarie, oggi l’oro e altri metalli continuano a essere impiegati in oggetti rituali, nelle arti decorative, nella gioielleria e nel restauro. Fusione, martellatura e incisione, proprio grazie al loro valore storico, conferiscono alle opere contemporanee ricchezza espressiva e una profondità genuina. Gli oggetti sono realizzati da maestri artigiani, ai quali viene talvolta – sono 126 in tutto il Giappone – riconosciuto il titolo di Tesoro Nazionale Vivente, poiché detentori di un sapere immateriale fatto di tecniche tradizionali e valori culturali. L’esposizione milanese presenta, tra le altre, le creazioni di uno dei Tesori Nazionali Viventi, Sekijin Ito (Sekisui ITO V), che incarnano l’eccellenza nelle arti della ceramica, della lacca e del kabazaiku (una lavorazione artigianale della corteccia di ciliegio selvatico originaria di Kakunodate, nella prefettura di Akita).
Intervista a Naohiko Mitsui
Il concetto di Kō = Ghei mette in dialogo tecnica e spiritualità. Come si traduce concretamente questo equilibrio negli oggetti esposti?
Negli oggetti in mostra questo equilibrio si manifesta come un rapporto totalmente inscindibile tra funzione, tecnica e bellezza. Ogni opera nasce da una conoscenza profonda dei materiali e dei processi produttivi – ovvero del Kō –, ma giunge al suo compimento solo attraverso una pratica che coinvolge il corpo, il tempo e la dimensione spirituale dell’artigiano: il Ghei. Le opere generate dal dialogo tra Kō e Ghei prendono avvio da ciò che ogni autore considera il punto di partenza del proprio lavoro – la funzionalità, i materiali e le tecniche produttive – e, attraverso un continuo processo di riflessione e pratica entro i vincoli impliciti di tali premesse, si realizzano come espressioni di spiritualità, bellezza e di una presenza autentica e tangibile.
Qual è il valore dell’artigianato tradizionale giapponese oggi, in un’epoca di digitalizzazione e di produzione industriale globalizzata?
Nel contesto contemporaneo dominato dalla velocità, dalla standardizzazione e dalla smaterializzazione, l’artigianato tradizionale giapponese occupa una posizione culturalmente antitetica. Non si pone in opposizione alla modernità, ma ne riequilibra con discrezione le derive più eccessive, invitandoci a riconsiderare il valore del tempo, il rapporto con la materia e il significato dell’azione umana. Queste pratiche artigianali ci ricordano che l’innovazione non coincide esclusivamente con il progresso tecnologico, ma può consistere anche nell’evoluzione continua della conoscenza stessa. In un’epoca in cui la standardizzazione tende a occupare ogni ambito, la natura e le forme originarie del sapere umano che da essa derivano diventano risorse di valore sempre più essenziali.
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Il progetto si inserisce in un programma di espansione internazionale dei prodotti regionali giapponesi: quale ruolo gioca una città come Milano, con la sua tradizione legata al design, in questo percorso?
Da oltre trent’anni opero come architetto e designer tra Milano e Tokyo, muovendomi costantemente tra questi due contesti. Milano rappresenta un luogo di confronto estremamente significativo per questo tipo di dialogo. In una città che, negli ultimi centocinquant’anni, ha sostenuto l’industrializzazione della moda e del design, guidandone l’evoluzione a livello globale, sviluppare un progetto di espansione internazionale di questo tipo appare una scelta del tutto appropriata. Proprio perché Milano ha costruito la propria identità culturale sul rapporto tra industria, sapere umano ed esperienza, mantenendo un’elevata qualità estetica all’interno dei processi produttivi, essa offre il terreno ideale per comprendere la complessità dell’artigianato giapponese. Presentare queste opere in questo contesto significa proporle non come espressioni folkloristiche, ma come veri e propri progetti portatori di un pensiero maturo, capaci di dialogare con il design contemporaneo e con il mercato internazionale.
I Tesori Nazionali Viventi rappresentano un sapere immateriale unico. Come avviene da parte loro la trasmissione delle conoscenze alle nuove generazioni?
La trasmissione avviene principalmente attraverso la pratica diretta all’interno del rapporto maestro–allievo. Non si tratta di un insegnamento puramente teorico, ma di un apprendimento che passa attraverso il corpo, l’osservazione e la ripetizione quotidiana dei gesti. In questo processo non viene trasmessa soltanto una tecnica, ma un insieme di valori: il rispetto per i materiali, la disciplina nel lavoro e nella vita, e la consapevolezza di far parte di una tradizione viva e in continua evoluzione.
Un nodo centrale nella narrazione della mostra è quello delle kitamaebune, le navi mercantili che tra la fine del XVII secolo e la fine del XIX secolo navigavano lungo le coste del Mar del Giappone trasportando merci, ma anche cultura. Questa mostra, allargando ancor di più il raggio di “navigazione”, vuole rappresentarne una continuazione simbolica nel presente?
Sì, in modo inequivocabile. Così come le kitamaebune mettevano in relazione territori, persone e saperi, questa mostra intende trasportare non solo oggetti, ma anche valori, narrazioni e visioni del mondo. Il passaggio dalle rotte marittime alle rotte culturali contemporanee non rappresenta una frattura, bensì una trasformazione. Ancora oggi, lo “spirito dello scambio” incarnato dalle kitamaebune continua a vivere, navigando verso nuovi approdi che includono l’arte, il design, l’industria globale e il futuro dell’umanità.
Vittoria Caprotti
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