Un alfabeto di punti, linee e connessioni. Intervista all’artista Pipe Yanguas
Tra la sua terra e Miami, l’artista colombiano trasforma punti e linee in una grammatica della relazione. Partendo dai cantieri aperti per il 2026, ci ha parlato dei suoi murales, del progetto “Together We Are Infinite” e della scoperta di un insetto in Colombia…
Nel 2026 Pipe Yanguas (Cali, Colombia, 1982) porterà i suoi punti e le sue linee in Guatemala. Ci arriva dopo anni di lavoro, con una grammatica ridotta all’osso e ormai inconfondibile: due segni, ripetuti fino a diventare trama. In studio quel gesto è pazienza e ritmo; nello spazio pubblico diventa un test. Un muro non è mai neutro e l’opera si misura con permessi, comunità, memoria e fraintendimenti, lo dimostra la vicenda di Cali Florece, finito al centro di un equivoco proprio l’8 marzo. Accanto a pittura e murales, Yanguas porta avanti anche una fotografia “biografica” costruita nel tempo e progetti ibridi tra immagine e performance. Il filo dichiarato è semplice, “We are all connected”, ma il lavoro si gioca nei dettagli: densità e vuoti, attriti e ricomposizioni, scelte individuali che diventano sistema.
Le connessioni di Pipe Yanguas
Nel suo vocabolario il punto può essere un individuo, una presenza, un frammento di esperienza; la linea è ciò che accade tra due punti: un legame, un passaggio, un contatto possibile. Il resto lo fanno densità e pause, come in una musica scritta a mano. All’origine c’è un episodio minuscolo. Nel 2020, durante la quarantena in Colombia, l’artista racconta di aver incontrato un insetto eccezionalmente colorato: la sua anatomia gli è apparsa come un pattern naturale di punti e linee. Quel primo disegno, costruito usando solo quei due elementi, ha dato avvio a uno studio che continua a cambiare formato: dalla carta ai muri, fino al video.

Intervista a Pipe Yanguas
Partiamo dal futuro: nel 2026 ti aspetta un nuovo intervento. Che cosa stai costruendo in questo momento?
Sto lavorando a nuovi progetti tra Miami e altre geografie, e all’inizio del 2026 sarò in Guatemala per un intervento in uno spazio della Biennale. Mi interessa portare questo linguaggio in contesti diversi, perché ogni luogo cambia il modo in cui le relazioni si manifestano: a volte in equilibrio, a volte in frattura. L’opera nasce proprio lì, nel tentativo di ricomporre.
Questa idea di connessione come si traduce quando lavori su un luogo reale, su un muro?
Significa ascoltare. Una parete non è mai neutra: ha memoria, stratificazioni, regole, persone che la attraversano. Io non arrivo per “coprire”, ma per entrare in dialogo con ciò che c’è già. Quando qualcosa si spezza, non lo considero un fallimento: è spesso una fase temporanea, e il lavoro può diventare uno spazio in cui quella frattura si rimette in movimento.
Eppure, l’origine del tuo linguaggio è minuscola: un incontro con un insetto. Che cosa hai visto, esattamente, nel 2020?
Durante la quarantena ero in Colombia, a casa dei miei. Una mattina ho visto un insetto enorme e incredibilmente colorato: una ninfa di Coreide. Mi ha colpito perché la sua anatomia sembrava costruita proprio da punti e linee. L’ho disegnato usando solo quei due elementi e lì è iniziato tutto: uno studio che non si è più fermato.
Quel disegno è diventato il seme della tua DNA Series. Perché chiamarla così?
Perché per me quella serie è un codice: non in senso freddo, ma come identità, mutazione, origine. Nella DNA Series non sto “rappresentando” l’insetto: sto trasformando l’esperienza in struttura. È come dire: se tolgo tutto, cosa resta? Restano unità minime, punti, e relazioni, linee. Da lì posso costruire qualsiasi cosa.
Nei tuoi lavori la ripetizione non è decorazione: è un rito. Che funzione ha per te?
La ripetizione è il modo in cui arrivo alla calma. Mettere tanti punti insieme, uno alla volta, ti costringe a rallentare. E io voglio che questo rallentamento arrivi anche a chi guarda: un momento di pausa, di pace. Non penso che l’arte “salvi il mondo” per sempre, ma se per un attimo ti cura, se ti porta altrove anche solo per una giornata, ha già fatto il suo lavoro.
Dici spesso che ogni azione produce effetti. È qui che la tua arte tocca l’etica?
Sì: ogni decisione, ogni fatto, ha un effetto su tutto il resto. Se faccio qualcosa di buono, quell’effetto torna; se faccio qualcosa che rompe un’armonia, anche quello torna. È una cosa semplice, ma non è così comune viverla davvero. Noi pensiamo spesso a noi stessi, invece di pensare al collettivo. E la mia pittura prova a rendere visibile questo: le connessioni, le conseguenze, il fatto che siamo dentro la stessa rete.
Tra le tue serie, una delle più poetiche è Day and Night: che cosa accade, in quei lavori, tra luce e buio?
È una serie che osserva i processi della natura: quello che succede quando c’è luce e quando non c’è luce. Non è solo un tema cromatico: è un modo per parlare del tempo, dei cicli, di ciò che cambia pur restando se stesso.
E poi c’è la Miniature Metallic Series, in cui entra una dimensione quasi “gioiello”: piccoli formati, oro, argento, vibrazione. Da dove arriva?
Vengo da una famiglia legata alla gioielleria: mio padre ha studiato gemmologia, e io sono cresciuto circondato da metalli, forme preziose, pietre. Quell’immaginario mi è rimasto: non come lusso, ma come attrazione per l’unicità, per la luce che cambia, per la vibrazione. La Miniature Metallic Series è quel ricordo trasformato in pittura: una materia che non è mai ferma.
Se dovessi scegliere un’opera che oggi ti rappresenta più di tutte, quale sarebbe?
El destino. È un lavoro in cui ci sono argento e oro, e soprattutto una frase che mi accompagna: “Isn’t Faith just a collection of everybody’s choices.” L’idea è questa: il destino non è una cosa mistica che ti cade addosso. È la collezione delle scelte di tutti, nello stesso tempo. La vita prende una direzione perché le decisioni si intrecciano, anche quando non le controlli.
A scala urbana, uno dei tuoi muri più discussi è Cali Florece. Non solo per l’impatto visivo, ma per ciò che è successo dopo.
È stato un caso emblematico. Il murale era nel centro storico e per ottenere i permessi ci ho messo undici mesi. Ho finanziato io la produzione. L’opera nasceva da un’idea positiva: la fertilità di Cali e una canzone popolare, “Las caleñas son como las flores”. Volevo usarlo come sfondo per una foto con due ballerini di salsa e destinare una parte delle vendite a una fondazione per arte e musica. L’inaugurazione è caduta l’8 marzo e il Comune l’ha presentata come “un regalo alle donne”. Quel giorno, durante una marcia femminista, il murale è stato imbrattato: si era diffusa la voce che fossi stato pagato per rappresentare le donne come “fiori”. Ho pubblicato un video per chiarire. È stata una lezione: nello spazio pubblico l’opera vive di percezioni, e la comunicazione può decidere tutto.
Il tuo progetto più ambizioso, però, sembra essere Together We Are Infinite: lo definisci un “progetto di vita”.
Sì. Continuerò a dipingere murales in tutte le città possibili. Poi usare quel murale come sfondo per una fotografia, invitando persone rappresentative della creatività di quella città: musicisti, scrittori, attori, ballerini. La foto viene venduta e una percentuale va a una fondazione locale che lavora con arte e creatività. È un modo per fare connessioni reali tra luoghi, persone, istituzioni, e restituire qualcosa al territorio.
C’è anche un lavoro video, Air Connected, in cui il corpo interpreta l’aria come legame invisibile. Che cosa volevi comunicare?
Volevo rendere visibile, attraverso i corpi, ciò che spesso dimentichiamo: gli elementi ci attraversano e ci legano continuamente. L’aria non è un simbolo astratto: è una forza reale che passa da un luogo all’altro e mette in comunicazione tutto. Ho lavorato con il pianista e compositore Elar, perché mi interessava un dialogo essenziale tra movimento e suono, quasi “primordiale”. Il progetto è nato durante la pandemia: un evento che accade in un punto del mondo può propagarsi ovunque.
Vivi tra Cali e Miami e hai cantieri aperti: cosa sta arrivando adesso?
Nel breve ho progetti a Miami, e poi a gennaio sarò in Guatemala. Sto anche iniziando a pensare ad un progetto in Egitto per l’anno prossimo, e un altro in Colombia, a Barranquilla. Per me è importante continuare a portare questo linguaggio in contesti diversi, perché ogni luogo cambia il modo in cui la connessione si manifesta.
E l’Italia? Come immagini un tuo murale qui, e perché potrebbe interessare a curatori e istituzioni italiane?
Non ho ancora dipinto in Italia, ma ho un legame forte con Milano: per me è una città-formazione, che mi ha segnato. Se si aprisse una porta, mi piacerebbe realizzare un murale site-specific, pensato con curatori e comunità, in dialogo con la memoria del luogo e con chi lo vive oggi. So cosa significa lavorare tra permessi e tutela: può diventare parte del progetto, se c’è fiducia e una visione chiara. E con Together We Are Infinite potrei coinvolgere artisti e creativi locali e restituire qualcosa al territorio: una città italiana non come sfondo, ma come protagonista.
Antonino La Vela
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