Eterodossia e sistema: la specificità italiana del modello fiera 

La scorsa edizione di Arte Fiera a Bologna si intitolava “Cosa sarà”. Da qui parte una riflessione di Andrea Bruciati (direttore di ArtVerona dal 2013 al 2017) sul mondo delle fiere d’arte contemporanea e sulla loro evoluzione futura

Alla luce della posizione ormai egemonica che le fiere hanno assunto nel sistema dell’arte globale, non più semplice segmento, ma infrastruttura determinante del contemporaneo, interrogarsi sul loro statuto in Italia non è esercizio retorico, bensì necessità critica. Il titolo dell’ultima edizione di Arte Fiera, Cosa sarà, insieme al recente bando per la direzione di Artissima (scadenza 30 marzo), non sono episodi isolati ma sintomatici perché segnalano una fase di ridefinizione identitaria che impone di chiedersi cosa sia oggi, e cosa possa diventare, il dispositivo-fiera nella penisola. 

ArtNoble Gallery, Arte Fiera, Bologna, 2026. Photo Gabriele Abruzzese. Courtesy ArtNoble Gallery
ArtNoble Gallery, Arte Fiera, Bologna, 2026. Photo Gabriele Abruzzese. Courtesy ArtNoble Gallery

Il sistema delle fiere in Italia 

In un Paese strutturalmente decentrato rispetto ai grandi flussi finanziari internazionali, la fiera non può competere sul piano della potenza economica ma sulla qualità delle proposte e delle attività correlate, che ne fanno un differente organismo ibrido. È proprio questa marginalità, troppo spesso rubricata come provincialismo, a costituire il suo potenziale critico. L’eterodossia linguistica che caratterizza alcune fiere italiane non è un ritardo: è una frizione, e ogni frizione, nel sistema dell’arte, è un’occasione di produzione di senso, aliena all’appiattimento dei grandi network omologanti. Laddove esiste una direzione chiara, una postura curatoriale riconoscibile, la fiera italiana si configura ancora come luogo funzionale e, in taluni casi, predittivo. Non perché anticipi il mercato, che anzi spesso la sovrasta, ma perché intercetta tensioni culturali che altrove vengono normalizzate. In pochi giorni concentra un pubblico che la maggior parte dei musei del contemporaneo in Italia non riesce a raggiungere in un anno. Questo dato quantitativo, spesso banalizzato, rivela invece una questione politica: la fiera è uno dei pochi spazi in cui il contemporaneo si offre a un pubblico realmente allargato, non selezionato per appartenenza accademica o per cooptazione sociale. 

Christie's
Christie’s

Fiere e istituzioni pubbliche 

A differenza di molte istituzioni pubbliche ripiegate in una mancanza di fondi e in una autoreferenzialità talvolta paralizzante, la fiera è per natura un organismo meticcio: commerciale e culturale, effimero e strutturante, spettacolare e analitico. Questa ambiguità non è un limite, ma la sua specificità ed è nello spazio di questa tensione che può generarsi una riflessione non addomesticata sull’arte contemporanea. 

Naturalmente, la fiera non è il luogo dell’eccellenza in senso museale, né deve aspirare a esserlo, ma è un dispositivo olistico di formazione del gusto. È un’agorà temporanea dove si intrecciano scambio economico, costruzione simbolica e socializzazione intensiva. In un’epoca di progressiva digitalizzazione dell’esperienza, la densità relazionale della fiera diventa un valore strategico: non semplice networking, ma produzione di comunità temporanee. Come display, inoltre, la fiera è un condensatore di linguaggi: un archivio effimero e stratificato in cui coesistono poetiche divergenti, strategie di mercato, posture curatoriali. Non tutto è rilevante, certo, ma proprio in questa eccedenza, in questo sovraccarico semiotico, si annidano elementi germinali. È un deposito da cui possono emergere traiettorie ancora informi, che richiedono uno sguardo critico capace di selezionare, non di subire. 

L’esperienza di Bruciati ad ArtVerona 

L’esperienza maturata nella direzione di una fiera mi ha convinto che il nodo cruciale sia creare un marchio culturale riconoscibile, costruito anche attraverso progetti speciali, iniziative curatoriali e un fitto programma di relazioni con istituzioni, collezionisti e network internazionali. Deve pertanto rappresentare un interlocutore anche managerialmente solido che non può ridursi a una lista più o meno prestigiosa di gallerie invitate. Il direttore / curatore, in questo contesto strutturalmente ambiguo, non interamente pubblico, non totalmente privato, è chiamato a elaborare nuovi protocolli di senso. Deve governare il rapporto tra opera, display e mercato, assumendosi la responsabilità di una regia culturale che non si limiti alla gestione logistica. Ed è qui che si gioca la partita: se la fiera accetta di essere mero terminale del mercato, si condanna a una funzione accessoria; se invece assume consapevolmente la propria natura ibrida, può diventare un laboratorio di narrazioni. Il mercato, attraverso la fiera, agisce fattualmente nel sistema, ma la fiera può a sua volta agire sul dato valoriale, orientandone simbolicamente le traiettorie. 

Eterodossia e sistema: la specificità italiana del modello fiera 
Arte Fiera 2026, Michela Rizzo, Ph: Irene Fanizza

La relazione tra fiere e città 

Decisivo in questa prospettiva è inoltre il rapporto con la città. Quando riesce a eccedere il proprio perimetro, dialogando con lo spazio urbano e attivando sinergie con istituzioni pubbliche e private, essa smette di essere evento provvisorio per trasformarsi in catalizzatore culturale. Nei casi più virtuosi, genera un’onda lunga che sopravvive alla sua durata effimera, incidendo sull’ecosistema locale. Su questa vague, la vera sfida riguarda il pubblico. Non basta incrementare le presenze: occorre costruire nuove alfabetizzazioni. Recuperare il dialogo con le giovani generazioni significa superare l’idea scolastica e museificata dell’arte, aprendosi a narrazioni capaci di restituire al contemporaneo la sua dimensione conflittuale e problematica. Una fiera inclusiva non è quella che semplifica, ma quella che introduce complessità senza escludere. L’apparente contraddizione tra discorso commerciale e discorso culturale è pertanto un falso problema: è il luogo in cui questa tensione si rende visibile e proprio rendendola visibile può trasformarla in energia produttiva. Se saprà sottrarsi alla tentazione dell’autocompiacimento e alla retorica dell’evento, la fiera italiana d’arte potrà ancora essere non la periferia di un sistema globale, ma uno dei suoi punti critici, modello alternativo di sviluppo per tante gallerie, tante realtà di diversa dimensione e fatturato: uno spazio in cui l’economia simbolica e quella finanziaria si confrontano senza ipocrisie, generando nel migliore dei casi, nuove possibilità di senso. 

Andrea Bruciati 

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