Omaggio a Mario Marcucci
Comunicato stampa
Il Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi dal 11 ottobre al 5 novembre 2026 ospita la mostra
“Omaggio a Mario Marcucci” in collaborazione con l’Associazione Amici di Mario Marcucci di Viareggio, Inaugurazione domenica 11 ottobre alle ore17:00. Presentazione critica di Paolo Antognoli in dialogo con Luigi Lazzerini. Testimonianze del Presidente Adolfo Lippi, Ireno Francesconi, Enrico Salvadori.
“Marcucci, dagli anni venti agli anni ottanta, fino alla cecità, ha sempre vissuto in modo appartato e isolato nonostante la sua partecipazione a grandi mostre e biennali d’arte, circondato da amici e estimatori che furono figure prime sia della letteratura (tra gli altri, Cesare Ghiselli, Antonio Delfini, Mario Tobino, Mario Luzi, Alessandro Parronchi, Romano Bilenchi, Eugenio Montale, Giuseppe Raimondi, Carlo Betocchi, Alberto Moravia, Carlo Cassola, Manlio Cancogni, Cesare Garboli), sia della storia dell’arte italiana (quali ad esempio Roberto Longhi, Carlo Ludovico Ragghianti, Francesco Arcangeli, Roberto Tassi o Enrico Crispolti), che da artisti (quali Carrà, Rosai, De Pisis, Morlotti o Ruggero Savinio).
La mostra del Forte presenta una selezione di opere, fra cui alcuni inediti, presenti nell’Archivio Marcucci le quali restituiscono l’incanto di un artista votato esclusivamente a una pittura (si parla della sua pittura come una sorta di diario ininterrotto) che nasce a contatto con ogni materiale, anche il più povero e dimesso.
La mostra intende perciò ricordare un artista, Mario Marcucci, molto importante nella storia dell’arte del Novecento, creando un collegamento ideale tra il Museo Ugo Guidi e il Museo del Quarto Platano e invitando a visitare al Forte entrambi i musei per riscoprire questa figura centrale, per quanto trascurata, della pittura italiana in questo contesto unico della riviera versiliese.
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MARCUCCI AL FORTE
Omaggio a Mario Marcucci a Forte dei Marmi
Presentazione di Paolo Emilio Antognoli
Mi sembrava di ricordare una foto che ritraeva Marcucci in compagnia di Carlo Carrà qui al Forte mentre passeggiavano assieme. Marcucci aveva lo stesso vestito bianco festivo di altre foto in compagnia di altri amici a Viareggio – Luzi, Parronchi, Delfini... Non saprei chi l’avesse scattata. Forse un amico che intendeva fermare questo momento raro. Ecco. L’ho cercata per giorni e la ritrovo solo adesso su un catalogo di Massimo Carrà. Siamo dunque su un viale del Forte. Assieme a Carrà e al giovane Marcucci c’è anche lo scrittore Giovan Battista Angioletti. All’interno del catalogo, curato dal figlio di Carrà, c’è anche, per inciso, il bellissimo ritratto di Giannina, figlia di Angioletti. Siamo attorno al 1937-38 probabilmente. [Cfr. Amici del Quarto Platano, prefazione di M. Carrà, catalogo della mostra, Galleria Falsetti, Focette, Prato; è il catalogo della mostra tenutasi presso la Galleria Falsetti a Focette (Marina di Pietrasanta) dal 6 agosto all'11 settembre 1977, pubblicato a Prato nel 1977 con la prefazione del critico d'arte Massimo Carrà.
Il ritratto di Giannina Angioletti, dipinto forse a Roma, è pubblicato senza titolo e riprodotto poi a colori nella mostra di Lucca: Mario Marcucci. Gli occhi del novecento, p.60.]
La pittura di Marcucci è presente anche al Museo del Quarto Platano qui poco distante – invitiamo a visitare entrambi i musei per una visione più completa di questo artista – ma la sua presenza in questi luoghi non può immaginarsi che molto rara se non eccezionale per chi abbia conosciuto il suo carattere schivo e ritroso. Perciò questa foto è il documento prezioso di questo incontro. Carrà sull’Ambrosiano, un giornale milanese molto noto degli anni Trenta, scrisse una recensione molto lusinghiera sull’oscuro pittore esordiente che allora esponeva in una collettiva al Kursaal di Viareggio nell’estate 1937 («la critica ne parlerà presto come una delle più spiccate figure della giovane pittura italiana»). Poi, quattro anni dopo, sarà il vincitore del prestigioso Premio Bergamo (1941).
Carrà aveva scoperto Forte dei Marmi dopo l’esperienza metafisica. Il Forte era allora un buen retiro dove fare il punto sulla situazione fra un bagno e qualche partita di bocce durante l’estate. Nel 1919 Carrà aveva ripubblicato la Parlata a Giotto cercando di coinvolgere Soffici. Quest’ultimo però lo mise in guardia: «attento! Che per reagire all’impressionismo e al futurismo, tu non approdi all’arcaismo e all’accademia». Egli vedeva un’insidia nella pittura condizionata da posizioni teoriche predefinite. Anche De Chirico lo rimprovera per quel suo rifugiarsi all’ombra dell’albero antico tre-quattrocentesco – Giotto, Masaccio, Paolo Uccello...
Soffici tagliò corto: non è più tempo di adunate o di circoli. Bisogna sì parlare ma in prima persona e anzitutto lavorare. Si aprì in questo modo una nuova stagione della pittura percorsa come un brivido avventuroso alla scoperta della realtà. Soffici aveva scritto Pittura pura negli anni Dieci, ma adesso questo concetto si era nel tempo trasformato. «Ciò che permane come valore assoluto di un capolavoro di pittura è la qualità della materia pittorica. Tutti gli altri elementi che costituiscono il dipinto sono accessori e transitori, destinati a perdere ogni potenza emotiva e suggestiva col trascorrer del tempo, il variare delle credenze, delle idee, dei costumi e delle mode. In una parola, il soggetto non è che un pretesto per una coordinazione armoniosa di valori pittorici» (Soffici, p.233) [Corsivo mio; è tratto di Chicchi del grappolo, nella seconda edizione di Scoperte e Massacri. Scritti sull’arte, di Vallecchi del 1928]. E per inciso quando Soffici scrive che «il soggetto non è che un pretesto», non è forse il «pretesto necessario» di Morandi? In sostanza negli anni Venti il Ritorno all’ordine non significava fine dell’avanguardia o passatismo, bensì superamento, direi quasi nel senso hegeliano di Aufhebung, anche verso una pittura pura. Per Carrà pittura pura, come la pura poesia, era antitetica alla mera imitazione dell’immagine naturale. Ora, non era certo Soffici o Carrà che interessavano a Marcucci. Eppure al Forte ci sono miracolose eccezioni. Alessandro Parronchi mi diceva però e a ragione di lasciar perdere Soffici riguardo a Marcucci. Eppure ci sono alcune piccole marine di Soffici dipinte al Forte in cui il ductus e la materia pittorica nascono in un sommovimento del visibile. È un Soffici minore, estivo, che dimentica se stesso, le sue idee e dipinge quasi allo stato di abbozzo. Una pittura che nasce ai margini della sua grande produzione, dei suoi libri, della sua epopea contadina, delle grandi figure a fresco degli anni Trenta. Ora, se Marcucci avesse visto certe marine ai minimi quali il cartoncino del Ponte caricatore a Forte dei Marmi di Soffici (1928) dubito che non avrebbe apprezzato. Durante l’estate del ’26 o ‘27 Soffici e Carrà dipingono assieme. Soffici dona a Carrà con una dedica Campagna a Forte dei Marmi. Anche Carrà sembra avvicinarsi a questo linguaggio internamente dinamico, pur di colore vibrante e smerigliato. Si veda il dipinto di Carrà esposto nel museo di Villa Bertelli (https://www.villabertelli.it/wp-content/uploads/2024/06/quarto-platano-home.jpg).
Ebbene Marcucci diciassettenne, del tutto ignaro ed estraneo a quegli eventi, sembra parte di questa conversazione. Si veda una delle prime marine di Marcucci: La cabina sul mare del 1927 a Villa Bertelli. Stava già maturato per conto proprio, isolatamente, ciò che maestri quali Carrà e Soffici forse volevano raggiungere. «Per Soffici infatti come per molti pittori del Novecento – scriveva Parronchi – la pittura è stata soprattutto un modo per dimostrare». Per Marcucci era «un modo di esistere, di sentire e di immaginare, un’apertura sulle cose, sui sentimenti della fantasia». Nelle metamorfosi del gusto, nel momento in cui Marcucci si forma, la pittura imperante era quella che adesso è tornata di moda: una pittura finita, ferma, piacevole e spettacolare. Non voglio dire il trionfo dell’accademia e del pompierismo perché Novecento fu anche molto vario e sofisticato. Marcucci tuttavia, come i coetanei di Corrente, era all’opposto di Novecento. Condivideva i principi di quei pochissimi giovani che allora avrebbero detto con Montale «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo...». Quella di Marcucci è una pittura che non riproduce la realtà, ma che inventa una realtà che si aggiunge al reale. Una pittura che guadagna il reale mentre perde tutto. Anzi: che solo quando perde tutto può ritrovarlo. È una pittura spoglia e radicale che si realizza e che nasce sui frammenti più umili della realtà. La via che percorre è una rifondazione in minimis della pittura. Una pittura che al contrario di certo informale non ha pregiudizi sul visibile; che non si preclude un campo d’indagine per decisione preventiva. Quello di Marcucci è un mondo informe e larvale che in pittura si compone dinamicamente, che si addensa, si amalgama sul fondo naturale del supporto dal punto di vista della luce. È la pittura più distante dal contenutismo, quasi allegoria senza allegato, un significante senza più significato. La pittura di Marcucci è «quasi il diario, teso e intenso, di una giornata che non ha mai conosciuto un principio e una fine», diceva Antonio Manfredi, scrittore e artista viareggino vissuto a Merano [Antonio Manfredi, Presentazione, Prato, Farsetti 1968]. Nella primavera del 1996, in vista di una mostra di Marcucci al Forte, Cesare Garboli, prendendo da Manfredi, parlò di «pittura ininterrotta» di Marcucci e scrisse esattamente trent’anni fa questa breve prefazione: «Tutto ciò che vede Marcucci lo vede con occhi inaspettati e stralunati. Molti di questi piccoli dipinti ci restituiscono le immagini di Viareggio – una città reale, ma anche un luogo di fantasmi. Le spiagge, i cicli, le marine di Marcucci possono fare paura. Ogni forma è una larva, un’apparenza. I passanti scantonano per le pinete e i vicoli come esseri alieni, anonimi e solitari. La pittura di Marcucci è fatta di ombre e incubi, nasce da un lungo sogno notturno. (...) È attraverso la pittura di Marcucci che gli uomini del Duemila sapranno come abbiamo visto il mondo, noi che abbiamo camminato per le strade del Novecento.».
Paolo Emilio Antognoli
“Garboli ammirava la pittura di Marcucci per la sua essenzialità.” Luigi Lazzerini
L’esposizione al MUG sarà visitabile in seguito su appuntamento al telefono 348-3020538
o [email protected]. Via Matteo Civitali, 33 - Forte dei Marmi. www.museougoguidi.it