Intermezzo
Una mostra collettiva che celebra il ventunesimo anniversario della galleria.
Comunicato stampa
Da giovedì 22 gennaio 2026, Prometeo Gallery è lieta di presentare INTERMEZZO, una mostra collettiva che celebra il ventunesimo anniversario della galleria.
Ispirandosi a oltre due decenni di attività, la mostra raccoglie circa ventuno opere realizzate tra la metà degli anni '60 e oggi. Coprendo un arco temporale di sei decenni, i lavori selezionati riflettono diversi approcci artistici che spaziano dal disegno alla pittura, dalla scultura all'installazione, dalla fotografia al video. Concepita come una costellazione non lineare piuttosto che come una panoramica cronologica, la mostra sottolinea il ruolo centrale degli artisti nell'articolare prospettive critiche e creative sul presente.
INTERMEZZO evoca un tempo sospeso, uno sguardo al passato per immaginare il futuro. Un momento di pausa e riflessione, non come punto di arrivo, ma come apertura verso nuove prospettive. La mostra si configura come una narrazione corale, in cui linguaggi, poetiche e generazioni differenti si intrecciano evidenziando affinità, contrasti e continuità che hanno caratterizzato il percorso della galleria e il suo dialogo con la scena artistica internazionale.
Ossa e muschio in The future is not the excess output of the present (2022) di Aranda, così come le radici della mangrovia di capelli in Naître au monde, c'est concevoir (vivre) enfin le monde comme relation #2 (2022) di Diaw, ci invogliano a creare legami, interconnessioni, a ripartire dalle nostre origini. MyTh-ing (2022) di Zhuka annienta ogni conoscenza, ogni mito, creando nuovamente ogni cosa. Il segno indelebile del tempo viene mistificato da Performing Time (2012) di Moudov, dall'orologio di Luli in Once at a Time #5 (2025) e dalle dissacrate incisioni sui marmi lapidari di un cimitero in Ser y Durar (2011) di Democracia. Un indelebile che permea inevitabilmente anche 160 cm line tattooed on 4 people (2000) di Sierra. Il tempo si dilata anacronisticamente in Lampedusa (2020) di Giuseppe Stampone. Mentre in Querían brazos y llegamos personas (2022) di Gamarra, in un abbraccio incompleto che ci coglie in controtempo, il tempo pare bloccarsi, un altro abbraccio, questa volta visto di spalle, ci avvolge nella nostalgia di un unico attimo: è Moonbeam I (2024) di Jérôme, velato dalla marmorea ombra di A Spectre is haunting Europe (2025) di Mauro, un fantasma opprimente, pesante come l’immensa leggerezza di ogni singolo petalo in Yo solo traigo Flores (2025) di Galindo. Testimonio (2012) di López (A-1 53167), History Zero (2013) di Tsivopoulos e Gente Comune (2021) di Berta hanno modi differenti, ma coadiuvanti, di delineare (e superare) un limite obbligato tramite il video. Limite che ci viene imposto anche da Mirror n.17 (2021) di Giambrone dove cera e spine ci impediscono l’ingresso in un autoritratto vivo. ORLAN, in Attempting to Escape the Frame with Mask No. 1 (1965), prova invece a uscirne. Portrait (2025) di Doğan è più vivo che mai, ci fissa e si arma in cinghie di proiettili. Mentre D - ART_HISTORY / Municeddhe: le dormienti (2022) di Pers è un inno all’uguaglianza, in quanto suggella il tempo in un contratto ‘animale’, frattanto Anonimo 3 (1982) di Marmolejo e la scultura di Perrone Mediterranea passione (2026), lo legano a una figura umana più intima, più carnale.
INTERMEZZO manifesta ogni presente. È un’istantanea di tutte le realtà che hanno permeato gli anni passati, sulle quali basi si modellerà il futuro. Il tempo, imperituro in ogni opera, ci accompagna in un vortice di cronache a-temporali, forti di non poter mai divenire altro che presente. Ogni spiraglio manifesta un forte stimolo a reagire, a comunicare. Invita tutti noi a non rimanere in silenzio.