Guido Harari
La mostra dedicata alla mitografia femminile di Guido Harari.
Comunicato stampa
Prima ancora delle star, nelle fotografie di Guido Harari ci sono gli incontri. Muse prende forma da questa tensione: raccontare il volto femminile non come icona da contemplare, ma come presenza capace di restituire carattere, libertà, fragilità e forza.
Curata dallo stesso Harari espressamente per il Museo Arturo Ghergo di Montefano, l’esposizione accompagna il conferimento a Guido Harari del Premio alla Carriera Arturo Ghergo e mette in relazione due esperienze centrali della fotografia italiana, accomunate dall’attenzione per il ritratto e per la costruzione dell’immagine pubblica.
Il percorso espositivo concentra lo sguardo sulla rappresentazione del femminile, tema che attraversa in profondità l’opera di Harari. Musiciste, attrici, scrittrici, artiste, scienziate, sportive e donne sconosciute compongono una galleria nella quale il ritratto supera la dimensione celebrativa per diventare indagine dell’identità.
Le prime immagini di Harari, diffuse soprattutto attraverso i periodici musicali, hanno contribuito a costruire l’immaginario visivo di più generazioni, restituendo volti e corpi di protagonisti come Bob Dylan, Leonard Cohen, Patti Smith, Joni Mitchell, Lou Reed, Tom Waits, Fabrizio De André, Paolo Conte e Giorgio Gaber. In quelle fotografie, sottolinea Domini nel saggio dedicato alla mostra, l’elemento decisivo non è soltanto la qualità formale, ma la relazione che si stabilisce tra fotografo e soggetto.
«Il femminile ha sempre rappresentato una componente fondante del lavoro di Harari», osserva Claudio Domini, direttore artistico del Premio Arturo Ghergo e autore dei testi che accompagnano la mostra, «Le sue muse non sono figure ancillari, ma soggetti indipendenti e liberi, posti al centro della scena, capaci di ispirare, interrogare e talvolta mettere in discussione chi guarda».
È da questa lettura polivalente che prende forma il concept della mostra. Le muse diventano anche sirene, capaci di sedurre ma anche di denunciare e interrogare; oppure «strani angeli», figure sospese fra forza e fragilità, esposizione pubblica e irriducibile individualità.
La selezione estende il campo oltre il mondo musicale, seguendo l’evoluzione della ricerca di Harari verso il cinema, la letteratura, l’arte, lo sport, la scienza e altri ambiti della società contemporanea. Negli ultimi decenni il fotografo ha infatti progressivamente ampliato il proprio orizzonte, mettendo in discussione la stessa idea di star portrait e concentrandosi sempre più sulla persona.
Uno dei punti più intensi di questa ricerca è rappresentato dai Ritratti sospesi, progetto dedicato a persone che vivono condizioni di fragilità, malattia o disabilità. Anche qui il ritratto nasce dall’ascolto, dalla conoscenza e dalla partecipazione del soggetto alla costruzione della propria immagine. La fotografia perde così ogni funzione promozionale e diventa esperienza di riconoscimento, testimonianza e relazione.
Il percorso documenta inoltre l’evoluzione stilistica di Harari, dalle immagini più costruite degli anni della cultura rock a una progressiva sottrazione degli elementi accessori, fino a una fotografia sempre più concentrata sul volto e sullo sguardo.
Il ritratto diventa così un luogo d’incontro, non semplice restituzione di una fisionomia, ma spazio nel quale fotografo e soggetto costruiscono insieme un’immagine capace di sottrarsi, almeno per un istante, alla rigidità della maschera pubblica.