Federica Patera & Andrea Sbra Perego – How Slowly Can I Write?
Comunicato stampa
La Galleria Weber & Weber ospita How Slowly Can I Write? Del duo artistico Federica Patera e Andrea Sbra Perego.
Parola e fiber art costituiscono il cuore della ricerca di Andrea Sbra Perego e Federica Patera. Questa scelta nasce da un legame intrinseco tra il linguaggio letterario e quello tessile. Le fibre hanno, inoltre, una valenza simbolica capace di evocare le culture nomadi e un’idea di spazio che si dispiega nel tempo, in analogia con la successione delle parole nella lettura e nella scrittura e con lo svolgersi delle arti performative. Le loro opere intrecciano questa dimensione temporale con le modalità delle arti visive, rendendo il tessuto veicolo di una dinamica che trascende la staticità dello spazio. La parola, per i due artisti, è contemporaneamente elemento concreto e astratto, un mezzo che permette di definire e conoscere il mondo, pur mantenendo un rapporto inevitabile e, si potrebbe azzardare, magico con ciò che non può essere pienamente espresso.
La domanda che dà il titolo a questa mostra introduce un’idea di scrittura sottratta alla velocità della comunicazione, alla sua funzione immediata di trasmettere un significato e restituita alla centralità della sua gestazione. Scrivere si traduce in una sequenza di passaggi che richiedono tempo e attenzione: diventa un atto di resistenza. La parola non appare più nel momento in cui viene pensata o pronunciata, ma attraversa un processo nel quale deve essere materialmente costruita. Nel lavoro dei due artisti, questo processo passa attraverso il filo e il tessuto. La scrittura viene scomposta nei movimenti necessari a darle forma: seguire una linea, avvolgere una lettera, ricoprire una superficie, ancora e ancora, fino a trasformare una traccia in una presenza, una pratica in una meditazione: “l’esprit fait la main, la main fait l’esprit” scriveva Henri Focillon nel suo Vie des formes. La mano introduce qui una dimensione della parola che la scrittura tende abitualmente a nascondere: il tempo del suo farsi. Ciò che normalmente percepiamo come un segno immediato sulla pagina si rivela in questo caso come il risultato visibile di una costruzione lenta ed ostinata, di quel ‘fare’ che interviene nella realtà del mondo.
In questa costruzione progressiva, la parola comincia a cambiare la propria natura. Le lettere, ricoperte e stratificate, perdono la nitidezza dei contorni, il lemma si sfuma, diventa più difficile da riconoscere, fino a trasformarsi in una forma altra: si fa superficie, massa, producendo un paradosso. Mentre la scrittura acquista consistenza materica, il linguaggio perde, almeno in parte, la propria leggibilità e diventa più etereo, enigmatico. Il significato non scompare del tutto, ma permane come possibilità, come memoria, una traccia incorporata nella forma. Ciò che si offre allo sguardo è dunque qualcosa da osservare e da attraversare percettivamente prima ancora che da leggere, e la graduale trasformazione dei lavori da una presenza sottile e quasi bidimensionale verso volumi sempre più pieni, da una parte, e ambientali, dall’altra, accentua ulteriormente questo slittamento.
Negli ultimi anni, infatti, la ricerca di Sbra Perego e Patera ha acquisito una tridimensionalità che è arrivata ad assumere una scala talvolta monumentale. Questa estensione nello spazio implica anche un ampliamento di prospettiva: cambia il rapporto con il luogo, con i materiali e con l’osservatore. Nelle sculture presentate in mostra, la parola conquista lo spazio, guadagna spessore e peso, si fa oggetto: non più una striscia che richiama la linearità della scrittura sulla pagina ma un corpo che condivide con il visitatore la dimensione fisica dell’ambiente.
Il rapporto tra dire e fare acquista una diversa densità. Costruire una parola significa sottrarla all’astrazione e sottoporla alla resistenza concreta della materia. Essa non può più essere semplicemente pronunciata o enunciata ma deve essere sostenuta da una successione di gesti e portata materialmente a compimento. Il corpo degli artisti entra nel processo che determina forme e movimenti dell’opera, ne lascia traccia, quasi ne diviene parte integrante: l’azione della mano definisce il vuoto dello spazio e il pieno delle cose che lo occupano, scriveva ancora Focillon.
Il tempo necessario alla sua realizzazione è ormai inseparabile da ciò che essa afferma. La parola acquista un carattere vincolante: ciò che viene detto deve anche essere fatto e il fare rende visibile l’impegno materiale, il costo tangibile di quell’enunciazione.
La lentezza non è un aspetto del procedimento ma ne costituisce una condizione. È una scelta che mette in discussione l'efficienza normalmente associata alla scrittura e alla comunicazione. In un presente nel quale le parole vengono prodotte, trasmesse e consumate con una rapidità crescente, le opere di Patera e Sbra Perego introducono una qualità altra. La scrittura viene resa deliberatamente lenta, fisica, persino inutilizzabile. Il tempo è una componente che rimane incorporata nella forma dell’opera, è visibile attraverso il volume e la consistenza delle opere e, nella grande installazione in mostra, arriva a manifestarsi attraverso il suono. Il sound design di Luca Imperato apre infatti una seconda direzione: la dimensione sonora estende il campo della scrittura oltre ciò che può essere visto trasformandola in qualcosa che accade, che si manifesta attraverso un ritmo, più grande del visitatore e che lo coinvolge. Anche qui la singola parola sembra progressivamente perdere la propria autonomia per diventare parte di una dinamica più ampia. Alla massa visiva corrisponde una dimensione vocale collettiva, corale. Quello che sulla superficie tende a fondersi in una forma unica, nel suono si moltiplica e si stratifica. Il linguaggio non è più soltanto un sistema di segni, ma una presenza condivisa. In entrambi i movimenti complementari che la mostra mette in relazione, il processo non rimane mai nascosto dietro il risultato finale ma continua a essere percepibile nell'opera.
La domanda del titolo rimane aperta e interroga il limite stesso della scrittura, il punto in cui essa cambia natura. How Slowly Can I Write? propone una riflessione sulla possibilità di fare esperienza della parola oltre la sua funzione linguistica. Essa può perdere la propria chiarezza senza perdere del tutto la propria memoria, smettere di essere soltanto qualcosa che dice e diventare qualcosa che accade.
Barbara Pavan