Danilo Vuolo – Abracadabra
ABRACADABRA è una parola inintelligibile, che non spiega, agisce. È una formula opaca, legata all’incantesimo, alla possibilità che il linguaggio produca effetti prima ancora di produrre senso.
Comunicato stampa
ABRACADABRA è una parola inintelligibile, che non spiega, agisce. È una formula opaca, legata all’incantesimo, alla possibilità che il linguaggio produca effetti prima ancora di produrre senso. Una possibile etimologia dall’aramaico Avrah KaDabra — “io creerò come parlo” — la colloca in una zona originaria in cui parola e azione coincidono. È da qui che prende avvio il lavoro di Danilo Vuolo.
ABRACADABRA non nomina un’opera ma un processo: la generazione di un linguaggio instabile, nato dall’attrito tra gesto umano e operatività macchinica. Un territorio in cui l’intenzione dell’artista si espone all’alterazione, all’errore, alla perdita di controllo e alla casualità. L’interazione con sistemi di AI e software di elaborazione visiva non produce sintesi ma deviazioni, scarti, risultati imprevedibili governati da logiche non razionali.
I dieci manifesti esposti in sequenza nella vetrina si presentano come resti: frammenti visivi e testuali, parole tronche, alfabeti illeggibili, immagini parziali, vuoti centrali. Elementi riconoscibili vengono sottratti alla possibilità di essere decifrati. Il manifesto viene qui svuotato della sua funzione comunicativa: ciò che resta è un anti-manifesto, un sistema autoreferenziale che non chiede di essere compreso, ma attraversato.
Il processo di produzione si fonda su una stratificazione continua: input umani, elaborazioni automatiche, errori, cancellazioni, interventi intenzionali che convivono in uno statuto di parità. L’immagine non è il risultato finale ma la traccia temporanea di una negoziazione in corso tra umano e macchina. Non rappresenta, non illustra, non significa.
In questo senso, ABRACADABRA può essere letto come una risposta radicale alla saturazione comunicativa del presente. In un regime di iperproduzione di segni, il linguaggio implode e si frammenta, perde direzionalità. Ma dalle sue rovine si apre anche un’altra possibilità: la nascita di una nuova condizione del linguaggio, inquieta, postumana, ancora informe. La visione di un futuro remoto in cui ciò che resta non è il senso, ma il suo campo di possibilità.
Danilo Vuolo (1983) si forma all’Accademia di Belle Arti di Brera, concentrandosi sulle arti visive e i linguaggi performativi. La sua ricerca sul “corpo agentivo” include la creazione di oggetti scenici e pratiche performative interattive. Ha sviluppato il rituale Ottativo, una pratica scenica collettiva che combina lettura degli arcani maggiori e incisione di amuleti sulla pelle. Dal 2022 è co-fondatore del collettivo Compostpunk, esplorando l’attivismo, le arti visive e la performance. Collabora dal 2015 con Phoebe Zeitgeist, focalizzandosi sul corpo come spazio di trasformazione.
IG: danilo_vuolo
SUBPLACE è uno spazio inconsueto che convive con il consueto e la contingenza, portando i linguaggi visivi dell’arte – che si pongono come alternativa alla logica della produzione/consumo – in un luogo di transito, nel flusso del quotidiano, offrendosi come occasione per un’esperienza estetica diretta e personale, senza mediazioni né stratificazioni per un pubblico che si trova a “inciampare” nell’opera sul suo percorso abituale. Il nome rimanda alla collocazione sotterranea, nel mezzanino della Stazione di Villapizzone a Milano. La “vetrina” ospita progetti d’artista site specific proponendo installazioni, sculture, video e dipinti.
SUBPLACE è un’emanazione di Surplace spazio indipendente per la promozione delle pratiche artistiche contemporanee attivo a Varese dal 2014 al 2022. Da questa esperienza, configurata come una "stazione sperimentale" dove i ruoli di artista, curatore e critico si dissolvono in favore della messa al centro dell'opera, nasce la "vetrina" di SUBPLACE come esperimento di arte pubblica. Il progetto espositivo è autogestito e interamente autofinanziato ed è a cura di Joykix (Fabrizio Longo) e Rossella Moratto.