Calabriselle
Calabriselle, seconda mostra del suo programma espositivo, un progetto che intreccia arte contemporanea e memoria etnografica, portando in scena tre voci femminili calabresi.
Comunicato stampa
Dal 3 gennaio al 3 aprile 2026, Thalassa Gallery presenta Calabriselle, seconda mostra del suo programma
espositivo, un progetto che intreccia arte contemporanea e memoria etnografica, portando in scena tre voci
femminili calabresi: Anna Capolupo, Martina Bruni e Grazia Amelia Bellitta.
Il titolo richiama la Calabrisella, figura simbolo del matriarcato calabro: donna forte, attiva, capace di
portare lavoro, sapere e legami. Non un’icona domestica, ma una presenza che attraversa i paesi, trasporta
vivande e notizie, e diventa custode di conoscenza.
Come scrive Presicce, oggi il turismo di massa ha omologato molti luoghi, trasformando bar e strade in copie
senz’anima. Ma in Calabria, tra paesi abbandonati e tradizioni ostinate, resiste una bellezza autentica: “Per
fortuna, nella provincia selvaggia ancora la sensazione di vivere la bellezza dei luoghi esiste… e in Calabria
questo si nota molto.”
È in questi spazi che sono cresciute le nostre calabriselle, “inciampando nella necessità di anticipare il
tempo scappando prima che si trasformasse in memoria”.
Anna Capolupo parte dalla sua radice arbëreshë per trasformare rituali e memorie in pittura, scultura e
ceramica. Le sue opere evocano ex voto, pane rituale, biscotti di terracotta, in una tavolozza che vibra tra blu
oltremare e rossi scarlatti. “Questa transustanzialità dell’eƯimero è per Anna un modo di parlare, o come dice
lei, di ‘ricominciare a raccontare’.”
Grazia Amelia Bellitta lavora sul confine tra superstizione e arte, creando oggetti che sembrano scongiuri:
mani con sei dita, giubbotti costumizzati, coltelli rituali. Come le maschere apotropaiche di Seminara, le sue
opere sono amuleti contemporanei, manifesti di protezione e ribellione.
Martina Bruni, invece, indaga il lato oscuro della memoria e il rapporto tra corpo come territorio. Le sue
opere raccontano paesaggi sospesi, frammenti di rituali e tracce di vita quotidiana che si trasformano in
metafore di identità camuƯate. Bruni lavora sulla tensione tra assenza e presenza, creando immagini che
evocano il silenzio dei luoghi e la loro forza simbolica.
L’esposizione rende omaggio a Carmine Pirrotta, artista prematuramente scomparso, la cui poetica dialoga
con quella delle calabriselle, che portano con sé gli stessi tormenti: la lotta per aƯermare la propria identità,
la sfida di trasformare il vissuto in arte, il desiderio di non smarrire la memoria pur proiettandosi nel
contemporaneo. La sua ricerca non è soltanto estetica, ma un atto di fede nell’arte come via di salvezza,
come ponte tra la materia e l’invisibile. Pirrotta incarna la tensione verso ciò che non si vede: il bisogno di
custodire l’anima dei luoghi, di trasformare il dolore in luce, di dare forma all’inesprimibile. In questo senso,
non è un ricordo, ma una guida spirituale che continua a indicare un Sud che non si racconta solo con
immagini e parole, ma con la forza di una presenza che trascende il tempo e apre alla contemplazione.