Salò. Ovvero un’inquietante e lucida anticipazione degli Epstein files

L’ultimo film di Pier Paolo Pasolini non è stato un’opera sull’eccesso ma sulla norma. E a dimostrarlo purtroppo è l’attualità in cui il potere è esercitato da un’élite che ha separato l’azione dalla responsabilità, privando la legge dal suo fondamento etico

Cinquant’anni fa usciva Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini. Il film venne distribuito a poche settimane dalla morte del suo autore, circostanza che ha contribuito a fissarlo, fin da subito, come opera liminare, non soltanto conclusiva, ma strutturalmente separata dal contesto biografico che l’aveva generata. In questa distanza forzata, Salò assume il carattere di un testamento teorico, nel quale convergono e si radicalizzano i nuclei centrali della riflessione pasoliniana. La forza creativa collega Salò alle opere migliori della cosiddetta “trilogia della vita” con una continuità strutturale che giunge al proprio esito. La stessa concezione dell’immagine come forma di conoscenza non discorsiva, già operante nei film precedenti, in Salò viene sottoposta a una torsione critica e ciò che era apparso come luogo del sacro e della vitalità corporea viene ora mostrato come spazio integralmente colonizzato dal potere. Non si tratta di un’abiura, ma della messa in evidenza di una mutazione antropologica compiuta. Anche nella produzione poetica di Pasolini, da Le ceneri di Gramsci a Trasumanar e organizzar, il problema non è mai l’ideologia in quanto tale, ma la sua progressiva inadeguatezza a comprendere un potere che ha modificato le proprie modalità di esercizio. 

Pier Paolo Pasolini, "Salò" (frame)
Pier Paolo Pasolini, “Salò” (frame)

“Salò” un film che anticipa l’esercizio del potere nel presente  

Salò costituisce il punto in cui questa trasformazione diventa visibile sul piano simbolico, il momento in cui il dominio non si esercita più principalmente attraverso la repressione, ma mediante l’organizzazione integrale della vita e dei corpi. E proprio questa sembra essere la cifra che collega Salò alla rappresentazione presente del potere e alle immagini che vediamo in questi giorni; ma come molte opere che assumono una funzione conoscitiva forte, Salò è arrivata troppo presto. 

L’intelligenza e la sensibilità degli artisti capaci di parlare per immagini 

E questa concezione dell’arte che spiega l’antica diffidenza di Platone nei confronti dei poeti. Non perché essi mentano, ma perché dicono troppo, perché parlano un linguaggio che non si lascia interamente tradurre nel logos discorsivo e che, proprio per questo, mette in crisi l’ordine della polis. L’arte non imita le cose, ma le forze che le producono, rendendo visibile ciò che il potere tende a naturalizzare. L’arte, quando opera a questo livello, non si limita a rappresentare il presente, ma ne individua le linee di forza e le conduce a una formulazione simbolica compiuta. In tal modo, essa precede il concetto e risulta per questo difficilmente assimilabile all’interno dell’orizzonte culturale che la produce. 

Pier Paolo Pasolini, "Salò" (frame)
Pier Paolo Pasolini, “Salò” (frame)

Pasolini la rappresentazione del fascismo come dispositivo formale 

Il fascismo messo in scena da Pasolini non va dunque inteso come oggetto storico, bensì come dispositivo formale. Il riferimento al Ventennio funge da cornice, non da contenuto. Ciò che il film analizza è una struttura del potere moderno che prescinde dalla sua specifica incarnazione storica. Il potere contemporaneo, come sosteneva Michel Foucault, non si definisce più per la sua funzione repressiva, ma per la sua capacità di produrre soggettività attraverso la gestione, la normalizzazione e la regolazione dei corpi. 

La violenza razionale in “Salò” di Pasolini 

La violenza rappresentata nel film non è irrazionale né eccedente, è ordinata, regolata, pedagogica. Essa non interrompe l’ordine, ma lo realizza, non è l’irruzione del mostruoso, ma la piena compatibilità della violenza con la norma, con il linguaggio amministrativo, con la legalità formale. I carnefici, secondo la lezione della Arendt, non agiscono per trasgressione, ma per adempimento, con la stessa “normalità” che merge dal circolo di Epstein. 

L’inquietante correlazione tra “Salò” e le rivelazioni degli Epstein files 

Ne consegue che Salò non è un’opera sull’eccesso, bensì sulla norma; non sulla devianza, ma sull’obbedienza. Il suo oggetto non è la perversione individuale, ma una forma di potere che ha separato radicalmente responsabilità e azione, decisione e colpa, sapere e senso. Non si tratta di una violazione eccezionale della legge, ma di una situazione in cui la legge coincide con la sospensione del suo fondamento etico. Il campo non appare più come spazio marginale, ma come paradigma latente della modernità. A distanza di mezzo secolo, le rivelazioni legate agli Epstein files ne confermano l’intuizione fondamentale. Ciò che il film aveva articolato sul piano simbolico – l’esistenza di élite che esercitano un dominio impunito sui corpi, la ritualizzazione della violenza, l’integrazione della crudeltà nell’ordine sociale – emerge oggi come dato empirico. Non come eccezione patologica, ma come sintomo sistemico. Il carattere scandaloso di Pasolini non risiede dunque nell’eccesso, ma nell’anticipo.  Nella sua capacità di portare a visibilità ciò che sarebbe divenuto strutturale solo in un secondo momento. Come spesso accade, questa anticipazione ha prodotto rifiuto più che comprensione. Pasolini, come il Cristo del suo Vangelo, ha visto prima e noi non siamo stati all’altezza dello sguardo che ci veniva offerto.

Domenico Ioppolo 

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Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo è Amministratore Delegato di Campus e direttore del Milano Marketing Festival. È stato Managing Director Emea di Nielsen Media, Ad di WMC, Initiave Media e Classpi. Ha insegnato in Università italiane e straniere, pubblicando diversi contributi su media e marketing,…

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