Un ex carcere dove l’arte diventa emancipazione. Intervista alla direttrice del MAD di Firenze
Formazione, welfare, mostre e una riflessione sul tema dell’acqua ricordando i 60 anni dall’alluvione che devastò Firenze nel 1966, ma superando il trauma. Intervista alla direttrice di MAD Valentina Gensini
Il complesso delle Murate a Firenze ha una storia che attraversa oltre sei secoli, trasformandosi da convento di clausura per donne devote (le murate per l’appunto) in un duro carcere ottocentesco, fino a diventare, nel quartiere di Santa Croce a Firenze, un dinamico centro culturale. Con il nome di MAD Murate Art District, è diretto dal 2014 da Valentina Gensini, storica dell’arte e curatrice, fondatrice inoltre del Progetto RIVA dedicato all’arte pubblica internazionale sul tema della progettazione ecosostenibile ed ecosofica. Sotto la sua guida MAD ha tracciato delle linee guida ben precise, mettendo l’arte e la produzione culturale al centro, in un dialogo continuo con i temi di attualità più stringenti, quali il genere, l’ambiente, la razza, rispettando la vocazione internazionale della città, ma anche del quartiere e della cittadinanza, con progetti di formazione e legati al sociale.

Il programma 2026/2027 di MAD Murate Art District
La stagione 2026-2027 di MAD Murate Art District affronterà inoltre, nei 60 anni dalla alluvione che sconvolse Firenze nel 1966, il tema dell’acqua con le mostre di Roberto Ghezzi e del duo Iorio e Cuomo. Accanto alla programmazione espositiva, il centro promuove un fitto programma di formazione e welfare culturale con, tra le altre attività, laboratori inclusivi dedicati a giovani con disabilità, persone con spettro autistico, donne con passato migratorio e lavoratori. Infine, la rassegna “Dentro il contemporaneo“, che avvicina pubblici diversi ai linguaggi dell’arte attraverso format dedicati. Ne abbiamo parlato con la direttrice Gensini in questa intervista.
Intervista a Valentina Gensini
Parliamo del tuo percorso alla guida di questa istituzione. Da quanti anni ricopri il ruolo di direttrice?
Sono circa dodici anni. Nel 2014 abbiamo avviato la fase iniziale di apertura, mentre nel 2019 c’è stato il restyling strutturale e concettuale con la nascita ufficiale del MAD – Murate Art District, definendo il nuovo nome e la visione progettuale che caratterizzano l’istituzione ancora oggi.
Come si è evoluta l’identità di questo spazio nel corso del tempo, in particolare a cavallo della pandemia?
Lo spazio ha ampliato progressivamente la propria vocazione. Se all’inizio era un luogo focalizzato sulla scena locale e sulla presentazione dell’arte contemporanea a Firenze, oggi è un centro di rilevanza nazionale e internazionale, così come internazionale è la storia e la vocazione di una città come Firenze. La trasformazione fondamentale riguarda la natura stessa del centro: non siamo più solo uno spazio espositivo, ma un vero e proprio centro di produzione e di sperimentazione di nuove pratiche culturali. L’obiettivo è misurare l’incidenza della cultura sul territorio. Per noi la residenza d’artista non è un semplice soggiorno, ma un’opportunità di formazione, ricerca e interazione con la comunità locale.Promuoviamo una frequentazione “slow”, basata su tempi lenti di incubazione, rigenerazione e relazione, in contrapposizione al modello “mordi e fuggi” spesso adottato da altri spazi espositivi.
Esistono modelli o realtà analoghe in Italia o all’estero a cui vi siete ispirati?
In Italia è difficile trovare una realtà identica che metta insieme una gamma così ampia di funzioni, dalla formazione all’inclusione sociale attraverso l’arte.Un punto di riferimento per il modello di residenza contemplativa è sicuramente la realtà creata da Cesare Pietroiusti a Lecce (Lu Cafausu), un modello che offre un tempo dedicato interamente alla ricerca e alla generazione di idee, slegato dall’obbligo di produzione immediata.Il punto di forza di MAD però sta nel coniugare una natura istituzionale con una gestione fluida, flessibile, libera e poco burocratizzata. Lasciamo agli artisti lo spazio e il tempo necessari affinché i progetti possano maturare organicamente.
Come ti sei guadagnata questa libertà?
Attraverso una forte e costante attività di progettazione e partecipazione a bandi di finanziamento. I risultati ottenuti sui bandi esterni hanno spinto l’amministrazione pubblica a destinarci anche risorse interne e fondi europei (come i fondi PN Metro / FSE).Grazie a queste risorse abbiamo sviluppato progetti ad alta qualificazione come il Master in Mediazione Transculturale, un percorso formativo d’eccellenza che unisce giovani laureati ed esperti con percorsi migratori, volto a decolonizzare lo sguardo sul patrimonio artistico e sul contemporaneo.
Possiamo quindi dire che i vostri tre assi portanti siano l’arte contemporanea, la formazione e la dimensione sociale?
Vorrei precisare un aspetto fondamentale: la nostra attività rimane sempre ed esclusivamente rivolta all’arte. Non facciamo “sociale” o welfare culturale nel senso assistenziale del termine.Ci riconosciamo nel concetto di emancipazione attraverso l’arte sulla scia del pensiero di Jacques Rancière. Crediamo nel valore politico e civile dell’arte di alta qualità. Quando si lavora con artisti di alto profilo e si coinvolgono fasce di cittadinanza fragili, l’opera d’arte svolge da sé la propria funzione emancipatrice e di sviluppo della cittadinanza attiva.
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C’è poi un legame forte con la storia del luogo – l’ex carcere delle Murate…
Assolutamente. Le Murate sono un quartiere vivo e complesso: un tempo era un carcere, oggi ci sono le case popolari. Non è un distretto per élite, qui ti confronti ogni giorno con la vita reale, con le difficoltà e con le persone del quartiere. Negli anni, insieme al Comune, abbiamo costruito un vero distretto civico e culturale che ospita l’Ufficio Europa, i servizi per i giovani, i centri antiviolenza, la Casa delle Donne e i nuovi studi per gli artisti. È un luogo dove la cultura alta e la vita di tutti i giorni si incontrano costantemente, senza filtri e senza “belletto”.
Da diversi anni MAD porta avanti una riflessione critica sulle pratiche decoloniali, inclusa la collaborazione per il Black History Month Florence. Come si inserisce questo lavoro nella programmazione?
Con Justin Thompson e il team del Black History Month Florence abbiamo fatto una scelta di campo precisa: invece di proporre una classica co-curatela, abbiamo preferito offrire loro totale autonomia e spazio istituzionale. Ogni anno, a febbraio, la programmazione è interamente affidata alla loro cura. Credo sia un dovere per un centro civico mettere le proprie risposte istituzionali a servizio di realtà così preziose del nostro territorio.
Quali sono i progetti e i temi principali della nuova stagione?
Oltre alla seconda edizione del Master e alle attività formative sostanziate dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze (con format dedicati a famiglie, giovani, over 65 e lavoratori), la nuova stagione si concentra sul tema dell’acqua e del fiume.A partire dalla memoria dell’alluvione di Firenze, non proponiamo una rilettura nostalgica, ma un’indagine ecologica e metodologica sul presente. Presentiamo due mostre principali, la prima dedicata a Roberto Ghezzi, artista che lavora sul fiume Arno in stretta collaborazione con la ricerca scientifica universitaria per monitorare l’impatto delle microplastiche nell’ecosistema.La seconda invece dedicata a Maria Iorio e Raphaël Cuomo, un duo di videoartisti svizzeri, realizzata in collaborazione con Villa Romana, che presenta una produzione inedita incentrata sui temi dell’ambiente, del lavoro e del paesaggio fluviale.
Firenze ha risolto il trauma dell’alluvione?
In questi dodici anni ho osservato un importante cambio di passo. Un tempo c’era molta diffidenza verso il fiume; oggi gli artisti e la cittadinanza ci chiedono continuamente di tornare a vivere le sponde, di fare performance al Terzo Giardino e di abitare l’Arno. Il fiume sta tornando a essere sentito come un’infrastruttura viva, un corridoio ecologico e culturale fondamentale per la città, in linea con i principi espressi dalla Carta Europea del Paesaggio. Curare il fiume e il suo paesaggio significa, in fondo, prendersi cura della comunità che lo abita.
Santa Nastro
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