Il mondo dell’arte sceglie sempre i soliti nomi? Un progetto in Finlandia ideato da un’artista italiana smaschera l’algoritmo
Realizzato in quattro anni di ricerca scavando nell’archivio ventennale della no profit Pixelache, il progetto di Egle Oddo, Another Story racconta l’altra storia dell’arte. Partendo da Helsinki e poi viaggiando in Europa e negli Stati Uniti. L’intervista
Nel 2019, Egle Oddo (Palermo, 1975), artista italiana residente a Helsinki viene coinvolta per realizzare un progetto per il 20° anniversario della associazione finlandese Pixelache (Oddo è nel comitato direttivo). Analizzandone l’archivio e comparandolo con quello di altre organizzazioni in Finlandia dedite alla produzione, presentazione e distribuzione della media art, si rende conto che “spesso le scelte degli artisti e curatori da promuovere ricadono sempre sugli stessi nomi, creando di fatto un circolo molto ristretto e delle necrotizzazioni nelle forme degli allestimenti, e quindi limitando la partecipazione”.

Il progetto di Egle Oddo, Another Story
Nasce da questa presa di coscienza il progetto di ricerca artistica chiamato Another Story (“la traduzione in italiano oscilla ambiguamente tra: Ancora una Storia, Una Storia Diversa, e Un’Altra Cosa, espressione popolare dall’inglese ‘it’s another story!‘”). L’idea è quella di esplorare come vari archivi di media arte si possano contaminare tra di loro, e di mettere in luce la varietà degli approcci curatoriali nella presentazione della media art, ampliandone il concetto di base. Oddo coinvolge dunque tre curatori Kisito Assangni, Basak Senova e Kari Yli-Annala, nella cornice da lei stessa sviluppata e sostenuta dalla Fondazione Kone (e dall’Ambasciata italiana, l’Istituto Italiano, l’Ambasciata della Repubblica Tunisina, l’Istituto Francese, il Ministero di Cultura a Helsinki e dalla Cittá di Helsinki). Nel 2026 si celebra l’apertura dell’intero progetto con il programma curato da Kisito Assangni, e intitolato Who Goes Hunting Does Not Cough, inaugurato lo scorso 11 settembre al Museo della Tecnologia di Helsinki e al Museo EMMA con performance dal vivo e screening. Il programma concepito da Assangni viaggerà poi negli Stati Uniti, in Francia e in Svezia. Ci siamo fatti raccontare il progetto e le sue evoluzioni da Egle Oddo, autrice e artista in questa intervista.
Intervista a Egle Oddo
Il progetto nasce nel 2019 analizzando l’archivio di Pixelache in relazione a quello di altre istituzioni finlandesi. Spiegaci meglio di che si tratta
Pixelache Helsinki è un’associazione culturale no-profit basata in Finlandia dall’inizio degli anni duemila; ha la missione di produrre un festival e progetti di ricerca sperimentale con la media art in vari contesti. Nel tempo Pixelache ha creato un network esteso che ha facilitato l’attivazione di Access Space (Sheffield), Mal au Pixel (Paris), ElectroPixel (Nantes), Pixelvärk (Stockholm), Piksel (Bergen), Pikslaverk (Reykjavik), Pixelazo (Colombia), Afropixel (Dakar) e PixelIST (Istanbul).
Perchè si chiama così?
Il nome deriva da un articolo pubblicato in Finlandia negli Anni Novanta, che prediceva la nascita di parole nuove. La parola finlandese ‘pikseliähky’, tradotta in inglese come “pixelache”, vuol dire in italiano “il male dei pixel” e descrive la sensazione di overdose che deriva dalla fruizione eccessiva di contenuti digitali, o il ‘male esistenziale’ che si prova quando tutte le operazioni quotidiane si spostano nel perimetro del digitale. Nel caso di Pixelache, l’amore per la media art nasce proprio dalla consapevolezza dei suoi limiti e osservando l’influenza della tecnologia sulla società.
Come hai lavorato sull’archivio?
Come membro dell’associazione, tra il 2019 e il 2022 ho scartabellato parecchio nell’archivio digitale di Pixelache con i suoi 20 anni e passa di attività, relazionandolo ad una serie di archivi più imponenti che raccolgono l’attività di tutte le organizzazioni sia pubbliche che private in Finlandia, che nel corso degli ultimi 40 anni hanno favorito la distribuzione della media art. Ho osservato le categorie e i metodi di archiviazione, la fatica di tenere gli occhi tra excel e schermate di immagini, tentando di afferrare lo spirito e l’essenza di produzioni ed eventi che nel tempo si lasciano dietro una scia di files obsoleti. Questo mi ha fatto riflettere sul costo sociale e sull’estrema fragilità del digitale, su vari tipi di asincronie, ma anche sulle similitudini tra la coazione a ripetere che emerge nei sistemi neurali biologici, così come nel feed e nel doomscrolling. Un tratto comune che salta all’occhio negli archivi che ho consultato: appena un artista è assimilato nel circuito delle istituzioni più rinomate, il suo nome comincia a circolare parossisticamente da un evento all’altro, come se non ce ne fossero altri.
Che è successo, dunque?
Constatato questo, volevo favorire la contaminazione tra archivi di contesti lontani o dissimili, tra istituzioni piccole e grandi, invitando sguardi nuovi nel contesto finlandese. Così nel 2022 ho invitato il curatore Kisito Assangni a unirsi alla ricerca, affidandogli le chiavi di cui disponevo per accedere agli archivi. Un anno dopo, Kisito pubblicava un articolo dal titolo Disentangling Archives: The Case of Pixelache Helsinki, pubblicato su Art Dependence e presentato al Museo Kiasma. L’articolo indica la predisposizione di Pixelache all’apertura, creando una mappatura che mette in relazione comunità artistiche dislocate in molteplici zone geografiche e culturali. Questo è stato il primo passo verso il consolidarsi di un’idea di programma pubblico per Another Story. Ho quindi modellato il progetto come una istituzione temporanea, invitando tre curatori specializzati sulla media art a condurre una ricerca intersecando archivi di media art posizionati in diverse parti del mondo, compresi quelli che appartengono ad artisti, e di esemplificare i risultati attraverso un programma pubblico. Al termine di questi tre anni di ricerca e di attività, scriveremo un articolo che mette a confronto le varie esperienze e metodologie. Con Another Story ho ottenuto il supporto della Fondazione Kone, senza la quale il progetto non esisterebbe in una fase operativa, ma solo speculativa.

Come si attua concretamente la contaminazione tra diversi archivi di media art all’interno di questo percorso?
Posso farti un esempio relativo a questa fase del progetto in cui ho coinvolto Kisito Assangni. Quando guardi nell’abisso, l’abisso ti strizza l’occhio. Lo stesso accade quando accedi a una collezione di opere. Entrando crei un varco, una porosità, porti con te la tua conoscenza, talvolta istigando una curiosità mutua. Il programma curato da Kisito beneficia dell’accesso al portale AV ARKKI, al Mediataideverkkosto, all’archivio del Museo HAM, al portale nazionale FINNA, alla collezione della Fondazione Saastamoinen, ma anche agli archivi privati degli artisti che Kisito ha contattato. Dal momento in cui abbiamo aperto la mostra, le opere sono diventate d’interesse per varie istituzioni, di fatto iniziando immediatamente a circolare oltre il loro areale iniziale. Per farti un esempio, sappiamo già che molte delle opere andranno negli archivi di tre Musei, uno negli Stati Uniti, uno in Svezia e uno nel Regno Unito. E quindi come vedi, da una forma regionale di guardare all’archivio, ci spostiamo ad una modalità transnazionale. Commento a latere: in Italia la maggior parte degli archivi digitali sono fatti male, sono difficili o impossibili da consultare o semivuoti. Questo rallenta molto l’internazionalizzazione delle opere. Ci sono milioni di modi per archiviare le opere rendendole fruibili senza devastare il copyright dell’artista.
Sei curatrice del progetto, ma soprattutto sei un’artista. Come hai lavorato alla costruzione di questo progetto e come cambia il tuo ruolo nelle due posizioni?
Lavoro con progetti di ricerca artistica a lungo termine dagli Anni Novanta. Nel mio caso non ci sono due posizioni, ma solo una. Lavoro con la project art, una disciplina per cui l’artista costruisce un progetto a lungo termine e lo dirige. In altri contesti questa stessa forma viene chiamata coreografia sociale, va anche di moda farsi chiamare drammaturgi. Due esempi al volo: il mio progetto Performative habitats supportato dall’Italian Council nel 2020, è una ricerca a lungo termine che ha dato luogo a diverse restituzioni pubbliche. Il quadro generale si è sviluppato sotto la curatela di Lori Adragna, con eventi in cui sono state coinvolte le curatrici Lea Vene, Orietta Masin, Eva Comuzzi e Basak Senova. Nessuno si è sognato di confondere la mia posizione come artista autore del progetto con quella della curatrice. L’altro esempio: Jonas Staal lavora anche lui con la project art, invita curatori e altri artisti con ruoli definiti a contribuire all’interno dei suoi progetti a lungo termine. Qualcuno confonde la sua autorialità artistica con quella del curatore? Non mi pare. La mia produzione si basa sulla mia esperienza e formazione come artista, mi sembrerebbe abbastanza curioso se fosse letta diversamente.
D’altra parte, spesso costruisci bandi e hai una associazione attivissima nella città di Helsinki…
Già. Proprio perché grazie alla mia pratica artistica sono in grado di comprendere e seguire tutte le fasi di un progetto, spesso vengo chiamata a collaborare in collettivi e organizzazioni. Se vi serve una che vi monti il parquet mentre vi fa la rendicontazione di fine anno, chiedete il mio numero alla redazione. Scherzi a parte, il saper gestire progetti transdisciplinari, coniugato al mio slancio e curiosità verso il lavoro di artiste e curatrici, mi ha portato anche a co-dirigere una galleria d’arte contemporanea Myymälä2, e una residenza d’artista Villa Eläintarha, entrambe nel cuore di Helsinki. E continuo a servire attivamente in Pixelache.
Per questo percorso hai coinvolto Kisito Assangni, Basak Senova e Kari Yli-Annala. Come vi siete divisi i compiti?
Come artista autrice del progetto, il mio compito è quello di creare le condizioni che permettono agli attori coinvolti di operare. È come fare un’installazione site-specific che si interfaccia con elementi mobili, mobili non in aria ma nel sociale e nella relazionalitá. Come metter su casa dove altri andranno ad abitare per un po’, cucinare, aggiungere peperoncino per mantenere l’attenzione viva. Ho scelto ognuno di questi curatori perché lavorando con loro come artista, ho potuto constatare direttamente con quanta passione e rispetto trattano gli artisti e il loro lavoro, e vorrei far circolare questo tipo di esperienza. Inevitabilmente, la fase appena conclusa con Kisito contribuirà ad informare la maniera in cui lavoreremo con Basak, e a sua volta le due sezioni di lavoro avranno degli effetti su come concepiremo l’azione con Kari.
In che modo?
Ogni curatore ha delle metodologie diverse che mi intrigano molto. Mentre Kisito si è occupato di aspetti relativi all’internazionalizzazione, alle relazioni pubbliche, e alla relazione con gli artisti, delegando a me aspetti tecnici del design dell’allestimento, so già che Basak, avendo una formazione pregressa come designer, ha delle idee assolutamente precise sulla meccanica spaziale dei suoi allestimenti, e dedica molta energia a questo. Kari fa una ricerca profonda sul processo di produzione delle opere, sulla loro materialità e sulle ragioni storiche e politiche nell’uso di certe tecnologie, e certamente questo aspetto emergerà nella sua proposta. E quindi la divisione dei compiti avviene e avverrà in base alle specificità di ciascun metodo curatoriale, e alle necessità degli altri artisti coinvolti.
Chi sono gli artisti?
Kongo Astronauts, Yto Barrada, Neïl Beloufa, Theo Eshetu, Cao Fei, Joseph Ijoyemi, Mouna Jemal Siala, Jesper Just, Miatta Kawinzi, William Kentridge, Shirin Neshat, Ali Akbar Mehta, monautomaton, Marek Pluciennik, Johan Thom, Eden Tinto Collins, Lebohang Tlali, Sofia Yala, e Oliver Whitehead. Alcuni sono artisti locali, la maggior parte non aveva mai mostrato in Finlandia. Durante la settimana di programma pubblico al Museo EMMA e al Museo della Tecnologia, Kisito ha invitato lo scrittore Greg de Cuir a unirsi a noi.
Ai curatori hai chiesto di tenere un diario durante il processo, da cui nascerà un breve saggio. Che valore attribuisci al diario di bordo come strumento di documentazione e restituzione?
Secondo me è uno strumento molto utile perché durante la lavorazione si susseguono emozioni e intuizioni intense, che però vengono coperte dalla stanchezza e dall’urgenza. Vorrei provare a creare un saggio corale al termine del progetto che riesca a restituire sia gli aspetti tecnici e teorici che quelli più personali. Spero che i diari di bordo riescano a conservare la traccia del gesto curatoriale in vivo.
Il progetto ha raccolto l’interesse di un’ampia rete di ambasciate e istituti di cultura (italiano, tunisino, francese). Quanto è importante la dimensione transnazionale per ridefinire la storia e il futuro della media art a partire da Helsinki?
È essenziale, perché l’intento è quello di mettere in luce che il fatto che le tecnologie siano pervasive non significa che esiste una cultura globale generalizzata, come spesso ci riduciamo a pensare relegando il luogo di ammasso culturale all’online. Esistono tante culture regionali contigue, tante Another Story. Ed è sempre più auspicabile che queste culture non smettano di dialogare, e per dialogare devono conoscersi e contaminarsi. La media art proprio perché è influenzata e a sua volta influenza la tecnologia, può diventare un veicolo potente per questo messaggio. E la diplomazia illuminata vede questo valore, lo rispetta e lo supporta.
Cosa speri che rimanga nell’ecosistema artistico finlandese (e internazionale) al termine di questa ricerca (2019-2028)?
Spero che rimanga il dubbio che potrebbero esserci altri archivi e altri artisti da scoprire, se solo cercassimo, e guardando il loro lavoro potrebbe venirci il dubbio che ci siano ancora delle storie che non abbiamo sentito. Il dubbio che cercando e scartabellando attivamente (l’opposto del doomscrolling) potremmo scoprire che è tutta un’altra storia, e che anche la nostra identità, a parte essere il frutto dell’autodeterminazione, è come uno di quei pixel che sfarfalla sullo schermo accanto dagli altri, e cambia di continuo per non bruciarsi.
Santa Nastro
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