Tutta la pittura di Richter in una mostra destinata a fare epoca a Parigi

Si tratta della più grande antologica mai dedicata all’artista tedesco, per cui la pittura è costruzione concettuale di immagini, la mostra, a cura di Dieter Schwarz e Nicholas Serota, che alla Fondation Louis Vuitton ne ripercorre gli oltre sessant’anni di carriera

“Produttore di immagini”. Così si definisce l’artista tedesco Gerhard Richter (Dresda 1932), protagonista di una mostra destinata a fare epoca: l’antologica alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, che riunisce per la prima volta 257 opere, in 34 sale e realizzate nell’arco di una carriera lunga più di sessant’anni, dal 1962 al 2024. Curata da Dieter Schwarz e Nicholas Serota, la mostra-monstre è strutturata in maniera cronologica, e permette, grazie ad un allestimento chiaro e leggibile, di entrare nel pensiero dell’artista in merito ad una tecnica antichissima come la pittura analizzata da diverse angolazioni. La pittura, dunque, intesa “come cosa mentale” secondo Leonardo da Vinci, e, quindi, non dal punto di vista materico né gestuale, ma come costruzione concettuale di immagini. Non Velázquez o Tiziano, ma Antonello da Messina e Piero della Francesca. “Riconosci immediatamente un dipinto di Richter, ma non riconosci la sua mano. Non c’è un gesto tipico, nessun tocco particolare, nessun segno distintivo. Puoi prendere un dettaglio di un Richter e sapere che è un Richter dal modo in cui il colore si posa sulla tela, anche in un dipinto astratto, ma lui non mostra un segno distintivo” sottolineano i curatori.  

L’importanza dello studio nella pratica artistica di Gerhard Richter 

Richter è un classico artista da studio. È sempre stato un artista unico e non appartenente a un gruppo. È stato un artista ambizioso, ma mai un artista esuberante. Tutta la sua attività è incentrata sull’esperienza, letteralmente, di alzarsi la mattina ed entrare in studio. In questo senso, è molto simile a Robert Ryman. La sua vita ruota attorno allo studio e, entrando in quello spazio, si percepisce un senso di serietà, concentrazione e ricerca che riempie la sua giornata. Il suo motto è “non lasciare traccia, ma rendila perfetta”.  Un artista che riflette sulla pittura sia come tecnica e processo che sul senso sociale e politico delle immagini, oltre che sulla rappresentazione e sulla percezione, sia retinica che mentale.  

La grande antologica di Richter alla Fondation Louis Vuitton di Parigi  

La sua antologica suscita diverse riflessioni, ma la chiave per entrare nella pratica di Richter e leggere il suo pensiero si basa sul confronto tra due opere degli esordi, Table (1962) e Cerf (1963). Entrambi i dipinti sono tratti da fotografie stampate su riviste e giornali – modus operandi tipico dell’artista – ma le immagini vengono trattate in maniera diversa. La prima presenta una cancellatura circolare; nella seconda il cervo si staglia all’interno di una foresta modificata graficamente. Mentre, altre opere degli Anni Sessanta, legate all’adolescenza trascorsa da Richter nella DDR, sono caratterizzate da un trattamento flou, ottenuto facendo scivolare il pennello sulla superficie appena dipinta e ancora umida della tela, come se emergessero da ricordi lontani.
Da alcune opere esposte nella prima sala della mostra appaiono i primi riferimenti alla storia dell’arte, spesso presenti nei dipinti di Richter. É il caso di Ema (Nu sur un escalier)(1966), dove l’artista utilizza il corpo della sua prima moglie per rispondere al famoso Nudo che scende le scale n.2 (1912) di Marcel Duchamp. Uno dei momenti più alti della mostra è la sala che riunisce i 48 Portraits (1972), la serie di ritratti in bianco e nero di 48 uomini di cultura (interessante notare l’assenza delle donne, che oggi sarebbe inconcepibile) esposti da Richter al padiglione tedesco alla Biennale di Venezia del 1972.
La messa in discussione della rappresentazione attraverso un processo di dissoluzione dell’immagine è visibile nel ciclo di dipinti l’Annonciation d’après Titien (1973) ispirati ad una cartolina postale con l’Annunciazione di Tiziano, che Richter vide alla Scuola di San Rocco a Venezia, dove le forme si fondono per dare vita ad un’immagine quasi astratta. Negli Anni Ottanta l’artista abbina al percorso legato al figurativo un ciclo di opere astratte, che partono dallo stesso concetto di dissoluzione cromatica.  

Il dialogo tra astratto e figurativo nell’opera di uno dei massimi artisti viventi 

La mostra prosegue accostando tra loro opere figurative e astratte, tra le quali spiccano Bugie (1982), l’immagine di una candela accesa, in dialogo con il dittico Lilas (1982), mentre il ciclo di opere 18. Oktober 1977 (1988), dedicato alle tragiche vicende dei terroristi tedeschi della banda Baader Mainhof sottolinea un’attitudine verso un impegno sociale e politico che caratterizza alcuni progetti dell’artista. Su un versante più intimo e familiare, è interessante notare l’evoluzione dei tre ritratti della prima figlia Betty, a partire da Betty (1977), dove la posa orizzontale della testa crea una situazione di irrealtà, che potrebbe avere ispirato un artista come Michaël Borremans. Undici anni dopo l’artista ritorna sul soggetto con uno dei suoi capolavori, Betty (1988), dove la donna, vestita con una camicetta a motivi floreali, viene rappresentata di spalle, con un trattamento luministico vicino alle tele di Vermeer e una posa ispirata al dipinto La bagnante di Valpinçon (1808) di Jean-Auguste-Dominique Ingres.  

L’importanza del disegno per Gerhard Richter in mostra di Parigi 

Un’altra caratteristica che rende la mostra imperdibile è l’attenzione alla pratica del disegno, che l’artista ritiene essere una questione privata rispetto alla pittura, pubblica ed ufficiale. La prima occasione di esporre le opere su carta, in precedenza custodite gelosamente nel suo atelier, è una mostra del 1999 al Kunstmuseum di Winterthur. Alla Fondazione Vuitton il pubblico può vedere diversi cicli di disegni e acquarelli, una sorta di “mostra nella mostra” che occupa la Galleria 6, con opere realizzate tra il 1983 ed il 2008. Ideale conclusione della rassegna è Birkenau (2014), la serie di quattro grandi tele astratte ispirate ad altrettante immagini scattate clandestinamente da alcuni prigionieri del campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau. “Quando si dipinge il pensiero è pittura” ha dichiarato Richter. In questa occasione la pittura testimonia la complessità della ricerca di uno dei massimi artisti viventi, e per questo gli amanti della pittura, antica e contemporanea che sia, non possono perderla.

Ludovico Pratesi

Parigi // fino al 2 marzo 2026
Gerhard Richter 
FONDATION LOUIS VUITTON
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Ludovico Pratesi

Ludovico Pratesi

Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore…

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