A Parigi la grande mostra del pittore americano George Condo, inventore del “Realismo Artificiale”
Al Musée d'Art Moderne ha aperto la grande retrospettiva di uno dei più talentuosi artisti della scena post-pop e post-concettuale. Ecco la sua storia
Pochi artisti contemporanei conoscono come George Condo (Concord, 1957) il potere ambiguo e le molteplici influenze delle maschere. Il pittore di Concord, uno dei più talentuosi della scena post-pop e post-concettuale che conquistò la ribalta a New York negli Anni ’80 del Novecento, durante la sua carriera ne ha indossate parecchie. Le maschere degli artisti che ha amato: Rembrandt, Caravaggio, Rodin, De Chirico, Picasso, Bacon, Ernst, per nominarne solo alcuni; Condo li ha reinterpretati, decostruiti, ricombinati, ne ha acquisito gli stili e le forme senza esserne posseduto che è il rischio a cui si va incontro con le maschere. Al contrario, se ne è appropriato riformulandoli: è il famoso “Condo effect” descritto dall’amico Felix Guattari: “Ti separa da ogni artista che sembri reinterpretare” scrisse il filosofo nel 1990 in una conversazione introduttiva al catalogo di una mostra di Condo alla Galerie Daniel Templon a Parigi. “Sacrifichi ogni cosa per questo effetto, in particolare la struttura pittorica, che distruggi sistematicamente, rimuovendo così un guardrail protettivo, una struttura di riferimento che potrebbe rassicurare lo spettatore, a cui invece è negato l’accesso a una serie di significati stabiliti”. Di fronte alle opere di Condo si resta spaesati. Divertiti e inquietati. Proprio come potrebbe succedere a un invitato a un ballo in costume a cui non è stato spiegato il tipo di ricevimento e si presenti con un normale abito da sera.
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La mostra di George Condo al Musée d’Art Moderne di Parigi
Capita lo stesso al visitatore che percorra in questi giorni le sale del MAM, il Musée d’Art Moderne di Parigi, per la mostra dedicata all’inventore – e unico seguace – del Realismo Artificiale (George Condo, fino all’8 febbraio 2026). Per le dimensioni, innanzi tutto. Con 80 quadri, 110 disegni, 20 sculture in un girotondo di ambienti, è la più imponente personale mai allestita per l’artista americano. Parte degli ultimi lavori – a cominciare dalle Diagonal Series – sono stati realizzati a Parigi durante la preparazione della mostra nelle suite dei grandi alberghi che Condo ha amato e abitato in passato, il Crillon e il Bristol. Luoghi-culto di generazioni perdute precedentemente, nei folli Anni ’20, negli esistenzialisti ’50; echi di Hemingway, Gertrude Stein, Coco Chanel. Poi la disposizione delle opere: la cronologia è annullata, si va per temi, rimandi. Condo, da buon lettore di Proust, ama la storia dell’arte, ma pensa che accada contemporaneamente. Lo stesso vale per la sua carriera, con idee e opere che tornano. Si vede per esempio nei disegni, nella sezione centrale, sistemata come un atelier e che fa da fulcro all’esposizione: sulla carta germogliano idee in schizzi a metà degli Anni ‘70 che torneranno un decennio più tardi, nella Ville Lumière, quando, confessa il loro autore, potrà finalmente permettersi tele e colori.
Le maschere di George Condo in mostra a Parigi
E ci sono ancora le maschere, a esaltare l’ “effetto Condo”. Non solo le maschere che George indossa come artista e a cui abbiamo accennato, ma quelle che dipinge. Dall’orrore brillante sui volti scomposti nella sezione The dark side of humanity (il lato oscuro dell’umanità) che apre la mostra al MAM alle maschere un po’ ferine e un po’ clownesche che distorcono il volto delle sue donne, in apparenza festanti sui loro corpi allungati, che continuano idealmente le Women di De Kooning e precorrono i filtri variamente zoologici sui lineamenti degli utenti di Snapchat. C’è il terribile Esecutore senza testa, attraversato da linee di sangue, che sembra materializzato da un incubo di Kafka. C’è l’artista portatile, senza volto, chiaro omaggio a de Chirico. Il capitano di mare sorridente – ed è il ghigno di una maschera da Joker – trafitto da un arpione, allusione all’Achab di Moby Dick. C’è, maschera presente e velata, il Big Red, fantasma da cartone animato, un clone Disney disturbante che, con il suo mantello, dalla tela invade lo sguardo. E le facce che diventano maschere espressioniste, con i tratti marcati che escono dai confini dei crani, degli zigomi, dei menti, Cubismo Psicologico è stata definita. Sono facce inverse a quelle dipinte da Munch nella passeggiata serale sul viale Karl Johan, esplose invece che implose.
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George Condo e il “Realismo Artificiale”
Una mostra e una biografia artistica avvolte nei loop possono essere raccontate per rimbalzi, per angoli acuti, per impressioni, come i ragazzini seduti a terra in piccole classi di fronte alle tele inquietanti a copiare le immagini sui loro quaderni, o per citazioni. Nella sezione dei disegni attrae l’occhio una pagina di appunti: “I covoni di fieno sono il cervello di Monet, il resto della sua opera è il suo corpo” è schizzato a mano tra le righe dattiloscritte. Potrebbero essere le parole di un surrealista o di un dadaista dell’inizio del secolo scorso. Potremmo considerare il “Realismo artificiale” (a cui è dedicata un’altra tappa della mostra), il quasi-movimento fondato da Condo, come surrealismo 4.0? Molte opere lo suggeriscono. Il grande olio intitolato Interchangeable Reality, realtà intercambiabile, una giovane donna che intreccia i capelli che il vento sospinge assurdamente in due direzioni diverse, pare riemersa dagli immaginari congiunti di Paul Delvaux e Remedios Varo. Negli Expanding Canvas – che troviamo nella seconda parte dell’esposizione – Condo parte dal centro della tela per riempirne ogni centimetro fino ai bordi, in un compulsivo espansionistico horror vacui. Il procedimento ricorda parecchio il disegno automatico, messo a punto dal surrealista André Masson, schizzi rapsodici in cui l’artista individua una figura e la sviluppa. Solo che Condo lo porta all’estremo. Nelle parole del suo stesso ideatore, il Realismo Artificiale è la rappresentazione fedele di un mondo che non esiste in natura. È stato detto che Condo si appropria degli stili degli artisti che ha studiato per dipingere quello che loro non avrebbero mai pensato. Condo, il “costruttore di nuvole” dipinge pensieri. Mentre il molto ammirato Picasso seziona, a volte squarta, e ricuce i volti di donne amate, modelli ripresi sulle panchine dei parchi, negli atelier a Parigi e in Costa Azzurra, l’artista del New Hampshire usa procedimenti simili per ritrarre personaggi d’invenzione, creati da lui come potrebbe fare uno scrittore. Oggi il mondo pervaso dall’Intelligenza Artificiale si addice al concetto. Il suo sguardo obliquo mira al futuro e ripercorre miti. Una scultura in gabbia, corrosa, strizza l’occhio al Dada. Altre rimandano a un Rodin in decomposizione o ad Alberto Giacometti senza allungamenti. Così i quadri astratti nelle cui crepe si possono riconoscere vetri rotti di Duchamp, vaghe memorie trasformate da Kandinski, all’occhio che conosce i labirinti d’immagini della capitale francese evocano anche i vasi di vetro nero, che il dimenticato decoratore russo Anatole Riecke aveva prodotto per La Coupole, leggendario ritrovo di Montparnasse negli anni tra le due grandi guerre, dove Condo ha trascinato i suoi assistenti nelle pause della preparazione della mostra.
George Condo e Parigi
George Condo ha amato molto Parigi. All’Ile Saint-Louis ha diviso uno studio con l’amico Keith Haring. Negli Anni ’80 ha lanciato bombette puzzolenti con Basquiat a Les Bains Douches, club di riferimento per le notti selvagge del periodo. È stato lui a trascinarli nella capitale francese. Spesso a bordo di costosissimi aerei Concorde. Dei tre amici artisti, forse è il più colto e il meno conosciuto dal grande pubblico, anche se è da tempo un beniamino del mercato con quotazioni milionarie, come i compagni scomparsi. Il mondo dei social lo conosce soprattutto per la borsetta, da lui personalizzata, regalata da Kanye West a Kim Kardashian. Il Tout Paris, la parte intellettuale, lo ama da tempo. La mostra attuale chiude una trilogia in tre puntate in cui i vecchi amici si ritrovano. Basquiat nel 2010; Haring nel 2013. In questa terza i due co-curatori Edith Devaney e Jean-Baptiste Delorme hanno cercato la collaborazione attiva dell’artista. I prestiti sono stati numerosi: dal Moma, dal MET, dal Whitney di New York, dal danese Louisiana. Il risultato è uno spaesamento voluto e felice, nel senso di uno sguardo curioso e ritrovato. Che si tuffa nell’orrore e lo contrappunta con l’ironia. Non c’è catarsi nell’opera di Condo. La commedia tempera la tragedia però. Nelle serie delle ultime Diagonali, l’artista dichiara di prendere spunto dagli acquerelli di Mondrian e dai campi di colore di Barnett Newman (la cui opera più celebre, del 1949, è titolata Concord, sarà un’influenza inconscia) per lanciare traiettorie oblique composte di masse e di facce. Alla fine della grande giostra di immagini, George Condo si svela quale smontatore della modernità – come lo è in letteratura Thomas Pynchon, maestro delle mascherate e degli impersonamenti –, un cultore dello sguardo obliquo. Probabilmente il più adatto ad abitare e raccontare il nostro tempo complicato.
Fabio Sindici
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