A Torino la Fondazione Sandretto festeggia i 30 anni con una mostra ricca e dispersiva

Una mostra diffusa tra la sede della Fondazione e il MAUTO che celebra la collezione Sandretto Re Rebaudengo. Ma tra densità e ostentazione il racconto rischia di perdersi

Per celebrare i trent’anni della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, News from the Near Future si presenta come una grande mostra diffusa tra la sede torinese della Fondazione e il Museo Nazionale dell’Automobile. Un progetto ambizioso, che riunisce oltre 150 opere per costruire un archivio visivo e affettivo della storia della collezione. Nelle intenzioni, un racconto corale di trent’anni di ricerca artistica; nei fatti, un esercizio celebrativo che, pur ostentando la ricchezza del patrimonio, fatica a trovare una direzione narrativa coerente. 

News from the Near Future, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Ph: Perottino
News from the Near Future, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Ph: Perottino

La mostra “News from the Near Future” alla Fondazione Sandretto  

Poche istituzioni italiane possono vantare una collezione di tale respiro internazionale. La Fondazione, infatti, ostenta con fierezza capolavori di artisti come Cindy Sherman, Doug Aitken, Philippe Parreno o Fiona Tan, affiancati da lavori mai esposti prima. Tuttavia, l’abbondanza di nomi e di opere si traduce in un sovraccarico percettivo: la mostra appare priva di ritmo, soffocata da una densità che non lascia spazio alle singole opere di respirare. Le tre sezioni tematiche sul corpo, identità e futuri possibili si sovrappongono più che dialogare, generando un continuum visivo in cui l’occhio del visitatore fatica a orientarsi. Un esempio emblematico è la coabitazione, in una delle sale principali, di Safe Conduct (2016) di Ed Atkins e Bang-Bang Room (1992) di Paul McCarthy. Entrambe le opere condividono una riflessione sull’uncanny e sull’illusione di sicurezza, costruendo un’esperienza immersiva in cui il suono gioca un ruolo determinante. Tuttavia, quando la stanza meccanica di McCarthy si attiva e le pareti iniziano a sbattere, il crescendo del Boléro che accompagna il video di Atkins viene coperto: il dialogo concettuale si trasforma così in una dolorosa coesistenza sonora, dove una presenza finisce per annullare l’altra. È un momento che sintetizza bene la tensione complessiva della mostra: l’intenzione di far convivere le voci si risolve in un affollamento che non concede respiro, né visivo né uditivo. 

Un percorso senza bussola 

Al MAUTO, dove sono state rimosse le pareti del primo piano per accogliere l’allestimento, l’apertura dello spazio amplifica l’impressione di dispersione. Ci si muove in un ambiente vastissimo, costellato di presenze iconiche: le fotografie di Cindy Sherman, le immagini suggestive di Matthew Barney, le opere sofferte di Mike Kelley, la protesta visiva di Barbara Kruger o la filosofia poetica di Rachel Whiteread. Ciò nonostante, il percorso si riduce presto a una sequenza di incontri casuali, a una pura osservazione di opere isolate. La perdita di direzione, fisica e concettuale, finisce per tradire la promessa di una riflessione sul contemporaneo: a emergere non è un discorso, ma una costellazione indistinta di immagini note.
Emblematica, in questo senso, è la vicinanza tra le opere di Cindy Sherman e Matthew Barney. Nei suoi autoritratti dalla serie Untitled Film-Stills, Sherman ha costruito un linguaggio capace di smontare il male gaze, restituendo al corpo femminile il potere di riscrivere la propria immagine. Barney, invece, nella serie Cremaster, esplora il corpo come materia mitologica e terreno di trasformazione, varcando la soglia del transumanismo. Trovarli affiancati produce una sensazione ambigua: due visioni radicalmente opposte del corpo e della soggettività che, nello spazio condiviso, sembrano più annullarsi che confrontarsi. È come se il potenziale politico e simbolico di questi lavori restasse in sospeso, schiacciato dal desiderio di abbracciare tutto senza riuscire a scavare del tutto in profondità. 

L’eccezione di “Convergenze” 

A salvarsi, in questo complesso dispositivo espositivo, è forse Convergenze a cura di Giacinto Di Pietrantonio: il progetto che intreccia opere della Collezione Sandretto con il percorso permanente del MAUTO. Qui il dialogo tra le due istituzioni trova finalmente un senso concreto, offrendo una lettura aggiornata e sorprendente della storia dell’automobile e della sua cultura visiva. È in questa sezione che la collaborazione si traduce in racconto, superando la semplice coabitazione e restituendo una vera sinergia curatoriale. News from the Near Future resta un’operazione imponente e celebrativa, ma nel tentativo di dire tutto, finisce per dire troppo. Nel desiderio di mostrare la propria ricchezza, la Fondazione dimentica che la forza di un racconto risiede spesso nello spazio vuoto, nel silenzio tra un’opera e l’altra — là dove lo sguardo del pubblico può finalmente respirare.

Valeria Radkevych 

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Valeria Radkevych

Valeria Radkevych

Valeria Radkevych (1995, Lugansk, Ucraina) è una curatrice e ricercatrice indipendente. Ha conseguito una laurea magistrale in arti visive con doppio titolo, condiviso tra l'Università di Bologna e la Paris 1 – Panthéon Sorbonne. La sua ricerca, avviata con la…

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