Provincia Cosmica. Paola Angelini, l’artista marchigiana che dipinge a due passi dall’Adriatico
Forza e fragilità convivono nella pittura di Paola Angelini. La rubrica “Provincia Cosmica” ha raggiunto l’artista che, dopo aver fatto esperienze in grandi città e nel nord Europa, ha sentito il bisogno di ritornare a San Benedetto del Tronto, un luogo sicuro, in dialogo col mare
Una pittura decisa, che vive nella forza del segno e nella stratificazione della materia, ma che non nasconde le fragilità (le sue e quelle di chi tiene in mano il pennello, come un fiore o una spada). La ricerca artistica di Paola Angelini (San Benedetto del Tronto, 1983) è diventata negli ultimi anni un esempio di pratica retta, assidua, determinata. Vincitrice della quinta edizione del Premio Osvaldo Licini by Fainplast (con una mostra in corso fino al 15 marzo presso la Galleria d’Arte Contemporanea Osvaldo Licini di Ascoli Piceno), l’artista vive a San Benedetto del Tronto, in uno studio situato nell’area portuale. Lontano da tutti, tranne che dal mare.

Intervista a Paola Angelini
Sei una delle voci più autorevoli della pittura italiana. Inizio col chiederti che rapporto hai con questo medium?
Mi è stata fatta questa domanda per la prima volta allo Iuav di Venezia, avevo circa 27 anni e avevo già terminato l’Accademia di Belle Arti di Firenze. In accademia questa domanda era superflua, perché era come implicita e scontata. Allo Iuav invece la stessa domanda diventava centrale: che rapporto avevo con quel linguaggio espressivo piuttosto che con un altro, e perché dipingevo piuttosto che dire la stessa cosa in un’altra modalità. In quel momento della mia vita non ero stata in grado di rispondere onestamente, cercavo di raccontare qualcosa che giustificasse quella scelta. Ho mentito per un po’, come quando non si accetta pienamente la propria identità.
Credo che la pittura non sia un medium che si sceglie semplicemente ad un certo punto della vita. Ci si accorge di averlo, a mano a mano qualcuno se ne accorge con te, e si inizia a dialogare in un modo diverso. Non credo si possa considerare la pittura un medium che si utilizza: è una predisposizione innata; se questa cosa non si capisce fino in fondo prima o poi ti chiede il conto e cade tutto. Può sembrare troppo estrema questa visione ma credo sia realmente cosi.
Vivi e lavori a San Benedetto del Tronto, nonostante varie esperienze nel Nord Europa. Cosa ti ha spinto a scegliere questa città?
Qui c’era mio padre, una persona che avevo voglia di vedere quotidianamente, non perché era mio padre ma perché riuscivo a parlare con lui di pittura molto meglio che con tanti altri che fanno parte di un sistema dell’arte un po’ annoiato, fatto di poca curiosità e a volte di chiavi di lettura del lavoro troppo indirizzate da esperienze, studi, preconcetti. Mi serviva una visone vergine, pulita e autentica. Se mio padre fosse stato al Polo Nord sarei andata lì. Quello che più conta è chi sa riconoscerti e sa vederti. Questo mi ha permesso di avere una base solida di autocritica verso il mio lavoro.

Lo studio di Paola Angelini a San Benedetto del Tronto
Un tempo città di pescatori, teatro dello smercio di eroina e del “terrorismo rosso”, oggi San Benedetto è una località balneare mondana e fin troppo sedata. Che contesto hai intorno a te?
Della fase del “terrorismo rosso” ho qualche racconto di conoscenti da parte di mia madre; l’eroina l’ho vista poco perché ero troppo piccola; non ho nessun conoscente che fa il pescatore e che mi abbia mai raccontato di storie di mare. Quindi onestamente questo per me non è un posto identitario. C’è un’atmosfera che appartiene alla costa adriatica in generale, la presenza di un mare che è lì e non fa paura, ma ti permette di guardare un orizzonte aperto: avere questa presenza è un elemento fortissimo che mi fa sentire a casa in ogni posto di mare.
Non a caso il tuo studio è nella zona portuale della città…
Ho lo studio al porto perché sia di notte che di giorno c’è un movimento che mi piace, non è caotico, mantiene ancora quella natura autentica e credo sia una zona molto distinta dal resto della città. Quindi riesco a isolarmi, a nascondermi benissimo. Non amo molto aprire la porta del mio spazio di lavoro, e questo posto me lo permette perché non ci sono curiosi. Puoi trovare ancora di sera, in inverno, dei marinai che rammendano a mano le reti con delle luci fioche, al freddo. Vedere queste persone aiuta a non sentirsi fuori contesto. Anche senza parlare basta la presenza di chi ancora va in mare in quel modo.
Sotto al mio studio c’è un ristorante di pesce. Io e il cuoco abbiamo più o meno gli stessi orari; questa cosa mi fa sorridere e mi accompagna. Quello che conta per me è stare in studio in un modo che sia sempre più consapevole, e che mi regali anche dei momenti di estremo piacere.

Paola Angelini vincitrice del Premio Licini
Ti è stato da poco conferito il Premio Licini, riconoscimento che celebra l’eccellenza della pittura italiana contemporanea e il dialogo fra tradizione e sperimentazione. Ti senti apprezzata dal territorio?
Non mi sento apprezzata da questo territorio perché anche io, come dicevo, non mi sono esposta troppo. Se succederà ne sarò felice, ma per ora non ne sento la mancanza.
Il fatto che il premio sia intitolato proprio a Licini lascia pensare. Un artista che nella sua biografia ha sofferto molto il tema della marginalità, a mio avviso (ancora oggi fatica a essere riconosciuto, e credo che questo abbia molto a che fare con il suo essere marchigiano). Quanto incide la provenienza sul riconoscimento esterno?
Licini ha sofferto forse inizialmente, ma poi ha scelto di vivere in una casa sulle colline marchigiane, nella realtà di un piccolo paese: Monte Vidon Corrado. In fondo era quella la sua natura. Forse solo da quella casa poteva vedere i sui cieli e pensare alle sue lune. Credo che tra i grandi artisti del Novecento Licini ancora soffra una marginalità perché non è un artista semplice. Più che per la sua provenienza, è un artista che ha sofferto la marginalità perché è unico nel suo genere. Quello che lo distingue è stata la sua predisposizione costante a porsi degli interrogativi che lo portavano a cambiare stile; nella sua ricerca non si è fermato, e ha attraversato delle fasi molto differenti. Ciò che mi interessa di lui è quella scintilla che lo ha portato a smettere di fare un ritratto per iniziare a dipingere un angelo nel cielo, un quadrato blu e rosso, una luna con gli occhi. Cosa si chiedeva su quelle tele? La sua ricerca non si è mai assestata, e questo credo sia stato l’elemento discriminate del suo lavoro.
Dunque la marginalità, nel suo caso, è “poetica” più che geografica…
Se penso a Licini mi viene in mente Leopardi, mentre tra i contemporanei Cucchi ed Enrico David, tutti nati nelle Marche. C’è un filo rosso che collega queste tendenze, una poesia mai retorica, una leggerezza profonda e una malinconia sottile. Non so rispondere quanto incida la provenienza sul riconoscimento esterno, ma tra questi artisti vedo una connessione simile e una predisposizione all’arte che ha un sapore che proviene da qualcosa di molto antico.

La provincia come limite e possibilità
Vivere in provincia è ancora un limite? Tanto più in un’epoca in cui le distanze geografiche sembrano poter essere compensate dai social e dalla Rete?
Non è più un limite. Anzi, forse è un lusso. Chi può farlo credo sia privilegiato. Dopo il periodo delle esperienze e degli studi, oggi un artista può condurre il suo lavoro lontano dalle grandi città, potendo spendere i propri soldi per uno spazio di lavoro più grande, materiali migliori, e investire in viaggi, spostandosi per mostre che sono veramente interessanti.
Credo sia anche una questione di fasi della vita. A me è servito molto condividere lo studio e il mio tempo con altri artisti. Forse a vent’anni non si hanno ancora i mezzi per guardare certe cose dal proprio studio, si rischia di filtrare tutto tramite i social, quindi bisogna stare dove le cose accadono, scegliere e capire di che natura si è. A quarant’anni è diverso. Ma forse cambierò idea, mi stancherò della provincia e avrò bisogno di altro. Voglio pensare di lasciare aperte tutte le possibilità.
Alex Urso
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