In America le più importanti gallerie d’arte si mettono in sciopero contro la violenza dell’ICE. Un evento senza precedenti
Tra i nomi più noti figurano Pace Gallery, che chiude tutte le sedi statunitensi, David Zwirner, Marian Goodman, Almine Rech e Gagosian, affiancati da gallerie storicamente attente ai temi sociali come P·P·O·W o David Kordansky
Porte chiuse, inaugurazioni rinviate, comunicazioni essenziali sui social: dalle grandi gallerie internazionali agli spazi indipendenti, venerdì 30 gennaio 2026 il sistema dell’arte statunitense aderisce a una giornata di chiusura coordinata che non ha precedenti recenti. Un gesto di contestazione politica, maturato in risposta all’escalation delle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), inserito nel quadro più ampio della mobilitazione nazionale promossa dalla rete National Shutdown.
Le gallerie (e non solo) statunitensi in sciopero contro l’ICE
Tra i nomi più noti figurano Pace Gallery, che chiude tutte le sedi statunitensi, David Zwirner, Marian Goodman, Almine Rech e Gagosian, affiancati da gallerie storicamente attente ai temi sociali come P·P·O·W e David Kordansky. Accanto a questi, anche spazi mid-size ed emergenti, come Hannah Traore Gallery, Ulterior ed Hesse Flatow.
I fatti di Minneapolis e i primi scioperi
Tutto è iniziato tra il 24 e il 25 gennaio, dopo una prima giornata di sciopero a Minneapolis, al centro della questione: la situazione è precipitata con l’uccisione di Alex Pretti, infermiere trentasettenne colpito a morte da agenti federali mentre stava documentando un’operazione dell’ICE, a poche settimane dall’omicidio di Renée Nicole Good. Due episodi che hanno trasformato un clima di tensione diffusa in una frattura aperta tra comunità locale e presenza federale. In risposta, musei come il Minneapolis Institute of Art e il Walker Art Center hanno sospeso le attività, seguiti da una rete compatta di istituzioni, musei universitari, centri per l’arte e spazi non profit.
Il sistema dell’arte statunitense in difesa dei diritti civili
Dunque, la contestazione odierna rilancia su scala nazionale queste proteste, che, tuttavia, non si concentrano esclusivamente sugli episodi di violenza, ma intercettano un insieme di pratiche federali percepite come una minaccia chiara ai diritti civili: detenzioni di cittadini statunitensi e di nativi americani, restrizioni all’accesso legale nei centri di detenzione, uso estensivo di normative antiterrorismo contro manifestanti pacifici. In questo contesto, la chiusura delle gallerie intende interrompere il flusso economico e relazionale del sistema dell’arte per dichiarare l’impossibilità di continuare “business as usual”. Ciò che colpisce è la simultaneità nazionale e la centralità del mercato privato accanto alle istituzioni pubbliche. Pare, infatti, che ci sia stato un rapido coordinamento informale di messaggi tra galleristi, direttori e curatori che ha prodotto un effetto domino. Non mancano i riferimenti storici: dal Day With(out) Art del 1989 alle più recenti mobilitazioni post-George Floyd.
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