Il Portico dell’Atleta finalmente accessibile. Catania ora ha un nuovo tesoro archeologico
Scoperto quarant’anni fa, è stato lentamente portato alla luce, studiato, analizzato. Ma rimase non visitabile: questa porzione di edificio d’epoca romana era solo una chicca per studiosi. Finché non si è trovato il modo di assicurare un accesso ai visitatori
Invisibile per secoli. Sigillato nell’enigma sotterraneo di indizi ormai dispersi. Il nuovo frammento di città iniziò a riaffiorare nel 1987, per caso, durante una serie di interventi sulla rete fognaria: il trambusto di picconi e di carriole durò fino al 1993, con la conclusione della prima tranche di scavi. Fu il classico colpo di fortuna. A Catania si scavava ancora e ancora, nel tratto di Via Crociferi, in pieno centro storico: una zona ad alta densità archeologica, che ha il suo cuore maestoso nel complesso del Teatro greco–romano, con il vicino Odeon, mentre nei dintorni si affacciano le Terme romane dell’Indirizzo e della Rotonda, l’area della stipe votiva di ceramiche greche intitolata a Demetra, ma anche il trionfo tardo barocco delle chiese di San Francesco Borgia e di San Giuliano, o del monastero delle Benedettine.

Da quel cantiere avviato nel 1987, a cui seguirono altre sessioni tra il 2000 e il 2001, con una ricerca ulteriore condotta nel 2006, venne fuori il cosiddetto “Portico dell’Atleta”, nome seduttivo che battezzò i resti di un edificio del I Secolo d. C.: un corridoio coperto seminterrato, tipico dell’architettura romana. Disseppellito, studiato, immaginato, con tutto lo stupore che accompagna ogni rinvenimento: in questo caso un contributo fondamentale per la ricostruzione storiografica della città, fra millenarie stratificazioni, insediamenti, devastazioni, mutazioni urbanistiche, politiche e sociali.
L’apertura del Portico dell’Atleta a Catania
Poi tutto tornò invisibile, per quasi 40 anni ancora. Solo oggi l’impresa viene portata a termine e il tesoro ipogeico si apre finalmente al pubblico. Il tutto grazie ai fondi del PNRR e all’impegno dell’Università di Catania, in accordo con il Parco regionale archeologico di Catania e della Valle dell’ACI.
Quel che era emerso era infatti rimasto inaccessibile, come un segreto svelato che non si riesce a trasformare in esperienza, in spazio condiviso. “Come accade frequentemente nei contesti di archeologia urbana, la difficoltà di coniugare esigenze di tutela, sicurezza, conservazione e valorizzazione ha contribuito a relegare il sito a una dimensione prevalentemente specialistica”: così racconta in un pamphlet il Professore Daniele Malfitana, Ordinario di Metodologia della ricerca archeologica all’Università di Catania e Direttore della Scuola di Specializzazione in beni archeologici.
Una vicenda configuratasi come “caso pilota”, nell’ambito degli attuali indirizzi di ricerca indicati dal PNRR, “per l’elaborazione di modelli di fruizione sostenibili e replicabili, capaci di rispondere alle criticità tipiche del patrimonio archeologico urbano ‘minore’ o ‘nascosto’”.
L’importante restituzione alla città, con la possibilità di visitare il sito e di apprenderne storia, origini, caratteristiche, prevede accanto ai consueti apparati didattici l’attivazione di un dispositivo tecnologico per la resa di coinvolgenti ambientazioni virtuali. Le immagini in movimento spazializzate e una voce narrante aiuteranno a immergersi tra i volumi, gli arredi e i decori, di cui oggi restano pochi frammenti, nonché a intuire le evoluzioni dell’area in un viaggio dalla Catania dell’antica Grecia fino a quella romana. Una serie di operazioni di restauro, a cura del Parco archeologico di Catania, prenderanno il via fin da subito ma in modalità open, cioè osservabili dai fruitori durante le visite.

Il portico romano ritrovato: edificio, decori, trasformazioni
Il segmento emerso consta di 21,70 metri di lunghezza per 3,50 di larghezza: un criptoportico con nicchie, esedre e affreschi distribuiti lungo il corridoio, un tempo appartenente a un imponente complesso con funzione pubblica di rappresentanza e di servizi, collocato lungo un asse viario. L’ipotesi è che l’edificio sia rimasto in uso dal I fino al VI Sec. d.C., un periodo ampio che lo vide però trasformarsi a più riprese, come attestato dalle analisi stratigrafiche e dallo studio dei lacerti architettonici.
Se la fase dell’edificazione risale dunque alla prima età imperiale, si suppone che nel II Sec. d. C. siano stati apportati dei cambiamenti al livello delle decorazioni, in un periodo di particolare fioritura per la città, colonia romana interessata da importanti edificazioni pubbliche (incluso il vicino Anfiteatro di Piazza Stesicoro), restauri e opere di abbellimento urbano. Anche Catania, sotto Adriano, fu inclusa infatti nell’ambizioso piano imperiale di valorizzazione delle colonie e delle città greche, beneficiando di investimenti per la monumentalizzazione e la riqualificazione delle aree prossime alle terme e ai principali edifici pubblici. Il Portico dell’Atleta, evidentemente, venne interessato da tali venti di prosperità e rinnovamento.
Racconta ancora Malfitana: “Nella fase più antica il criptoportico era interamente decorato ad affresco, con pitture che imitavano rivestimenti marmorei; in un momento successivo, le parti inferiori delle pareti furono rivestite con lastre di marmo pregiato, una sorta di dialogo visivo con i pavimenti in mosaico e in opus sectile, conferendo allo spazio un carattere fortemente scenografico e rappresentativo”.
È intorno al VI secolo d.C., in età tardoantica – mentre la transizione verso il mondo cristiano segnava il declino del modello urbanistico romano e l’abbandono o la rifunzionalizzazione di teatri, domus, edifici pubblici – che l’aspetto e la funzione del sito cambia radicalmente: gli ambienti vengono frazionati in spazi piccoli, separati da muretti posti sui pavimenti musivi, a discapito dell’unità, del respiro e della coerenza originari.
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La statua dell’Atleta di Catania
Ad abitare oggi questo spettacolare passaggio urbano, in cui un tempo si muovevano flussi di persone impegnate in attività varie, resta un unico testimone dall’identità incerta. Era il 23 gennaio del 1989, due anni dopo la partenza dei lavori in via Crociferi, quando in un vano del portico, ricavato in età tarda a nord del peristilio, sbucò tra la polvere una statua di raffinata fattura. L’ambiente in cui riposava era stato chiuso in età bizantina con un intervento murario, così da nascondere l’oggetto: scelta precisa, evidentemente connessa al cambio di destinazione d’uso dell’edificio. Quel manufatto d’epoca romana, figlio di una cultura pagana e di un’estetica classica ormai da rinnegare, trovò così nel suo destino di occultamento una possibilità di conservazione. E tuttavia quel che ci è giunto non è più integro.
Si tratta di un giovane uomo dai muscoli guizzanti, scolpito in marmo bianco a grana cristallina. Acefalo, senza braccia e con gli arti inferiori mozzati. La base venne trovata poco più in là, con un piede destro nudo appoggiato al suolo. Assenti, purtroppo, gli elementi simbolici a corredo, che di solito venivano posti a terra accanto alla gamba sinistra, per connotare il soggetto: uno sportivo, un eroe, un dio, un efebo, un officiante, un guerriero. Vista la prestanza fisica e la nudità, nel dubbio lo si volle identificare nel ruolo di “atleta”. Da qui il nome del portico a lui intitolato.
Scartata l’ipotesi di una replica da un originale greco del IV Secolo, esclusa anche la rivisitazione di un pezzo tardo-ellenistico, si ritiene che la statua sia il frutto di una creazione tutta romana di gusto classicheggiante, riconducibile al I Sec. d. C. Un soggetto ornamentale, liberamente ispirato ai canoni scultorei di Prassitele, Lisippo, Policleto, parte degli arredi del portico insieme ad altre statue similari: nell’area sono infatti emersi altri frammenti maschili, anch’essi preziosamente modellati. Attualmente sono in corso analisi diagnostiche (petrografiche e chimico-fisiche) per identificare la provenienza geografica del marmo e la natura di alcuni micro pigmenti rosso–ocra rimasti in superficie.
I mosaici del Portico dell’Atleta
Tra i resti più evocativi, che restituiscono l’idea della preziosità del luogo, ci sono i mosaici, elementi decorativi di pregio, di cui si sono ricostruite forme, tecniche e ispirazioni. C’è innanzitutto il pavimento policromo che riveste l’interno del portico, da ricondurre a quella fase di potenziamento estetico attuata nel II secolo d.C.: è un opus tessellatum, cioè un tappeto composto da piccole tessere disposte a spina di pesce, alternativamente nere, rosse, bianche e gialle. La bordura al centro presenta una treccia continua su fondo nero, secondo uno stile d’età romana diffuso in ambito catanese. Il tutto chiaramente realizzato da artigiani con grande esperienza.

Risale invece alla fase costruttiva iniziale (I. Sec.) il pavimento in opus scutulatum della parte sud dell’edificio, caratterizzato da inserti marmorei irregolari con contrasti cromatici spiccati. Nel segmento meridionale del portico, quello scoperto durante gli scavi del 2006, si trova una stessa tipologia di mosaico calpestabile, ma con l’aggiunta di una soglia decorata con motivo fitomorfo a girali tricrome (tralci vegetali, di vite o acanto, che formavano volute circolari o a spirale) su fondo bianco: un dettaglio che enfatizzava forse un accesso sul portico stesso, con tanto di colonne laterali. Infine, nella porzione settentrionale, i vani comunicanti presentavano altre decorazioni di forgia regolare, tra cui un pavimento in opus sectile e uno in tassellatum.
Tra i reperti lapidei si annoverano invece una colonna in marmo cipollino, fusti in breccia corallina dell’Asia Minore (pietra ornamentale rossastra), plinti in marmo dell’isola di Proconneso e un capitello ionico in marmo bianco.
Un ambiente di somma bellezza, difficile da visualizzare oggi con lo sforzo dell’immaginazione, ma che grazie ai lunghi studi storico-ricostruttivi e all’impiego di tecnologie avanzate risorge oggi nei dettagliati rendering digitali e nell’incantesimo immersivo di una simulazione virtuale.
Helga Marsala
INFO
Il sito è visitabile il martedì e il giovedì, h. 15-18
Punto d’incontro: Chiesa san Francesco Borgia – Via Crociferi, Catania
Durata della visita: 15/20 minuti
Accessi contingentati: 10 visitatori per volta
Ingresso libro
Tel. 3346001822
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