Riflessioni su dove sarà esposto l’Ecce Homo di Antonello comprato dallo Stato. Firenze, Messina, Napoli, Palermo?

Accostamenti storici, ragionamenti museologici, opportunità di valorizzazione, rivendicazioni geografiche. Quali criteri per scegliere la collocazione della piccola opera di Antonello acquistata dal Governo? Se l’opzione Napoli convince, chi sogna l’arrivo al museo di Messina dovrebbe fare i conti con qualche criticità di troppo…

Neanche il tempo di gioire per l’impresa portata a termine dallo Stato italiano, rapido e deciso nel mettere gli occhi e le mani sull’ultima opera di Antonello da Messina posseduta da privati, che il dibattito si è spostato sulle ipotesi di collocazione del quadro. Dove finirà? Quale museo potrà beneficiarne? Quale città ha più diritto di custodire la preziosa tavoletta? L’ipotesi subito propalata, tra indiscrezioni e annunci sulla stampa, vedrebbe in testa il Museo di Capodimonte, guidato dall’ex direttore degli Uffizi Eike Schmidt. Qui potrebbe finire il piccolo Ecce Homo antonelliano acquistato da Sotheby’s per 14.9 milioni di dollari, sul cui retro è dipinto un San Girolamo penitente nel deserto. Un investimento culturale di assoluto prestigio, ma anche una mossa mediatica dalla sicura risonanza internazionale.

Riflessioni su dove sarà esposto l’Ecce Homo di Antonello comprato dallo Stato. Firenze, Messina, Napoli, Palermo?
Museo e Real Bosco di Capodimonte, Sala 68

Il Governo e i grandi investimenti in Campania. Antonello verso Napoli?

Napoli, dunque: amatissima dal Ministro Giuli, che nel 2025 la definì – nel corso di una conferenza stampa per la candidatura del Vice Ministro Edmondo Cirielli a presidente della Regione Campania – “capitale della cultura mediterranea e della diplomazia culturale del Mediterraneo”. Non mancando di sottolineare l’impegno profuso dal governo sul territorio: dalla scelta di Napoli e Pompei per accogliere il G7 Cultura, alla conferenza UNESCO del giugno 2025 a Castel Capuano (durante la quale l’Italia portò a casa l’inserimento delle Domus de Janas sarde nella lista dei patrimoni dell’umanità); dal miliardo di euro investito in tre anni dall’esecutivo Meloni (una “quantità di soldi senza precedenti, destinati alla tutela, la valorizzazione, la promozione dell’eccellenza culturale di Napoli e della Campania”), all’elenco dei molti siti che hanno beneficiato di fondi ed attenzioni.
Insomma, che Napoli sia in pole position per il trasferimento della quattrocentesca perla antonelliana, è un fatto plausibile. E non solo per ragioni di cuore e di portafoglio, che vedono Giuli ed il governo particolarmente attenti ai destini della magnifica terra di Partenope.

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Colantonio, San Girolamo nello studio. Museo nazionale e Real bosco di Capodimonte, Napoli

Antonello a Capodimonte. Una scelta museologica

In primo luogo, il Museo di Capodimonte non possiede nessuna opera di Antonello di Messina. Un’assenza che pesa, nell’economia storico-scientifica delle collezioni, spalmate tra il Medioevo e il contemporaneo: la poderosa Galleria dedicata alle “Arti a Napoli tra ‘200 e ‘700”, in un compendio da capogiro che mette in successione capolavori di autori come Pinturicchio, Hendricksz, Luca Giordano, Caravaggio, Ribera, Artemisia Gentileschi, Simon Vouet, Mattia Preti, Solimena, conserva anche diverse opere di Colantonio, il pittore napoletano presso la cui bottega il giovane Antonello si formò, a partire dal 1950, restando in città per diversi anni. Qui è custodito, ad esempio, il suo celebre San Girolamo nello studio, mirabile compendio di prospettiva e di minuzia descrittiva, con il Santo intento a estrarre l’insidiosa spina dalla zampa del leone.

Riunire l’allievo col maestro, colmando un vuoto importante, sarebbe allora un fatto più che sensato, sulla scorta di ragioni storiche, biografiche, museografiche. Incluso il ruolo fondamentale che l’esperienza napoletana ebbe nella crescita artistica del ragazzo: lì respirò i venti internazionali che giungevano dalla Francia e dalle Fiandre, grazie al contatto con artisti stranieri chiamati alla Corte aragonese e frequentati dallo stesso Colantonio. Un clima di fermento e spinte innovative, che nell’ingegno e nella sensibilità del messinese si tradussero in una sintesi alta tra il dettaglio realistico, il luminismo, i tagli, l’intensità espressiva dei fiamminghi, e la spazialità prospettica, le volumetrie, il rigore classico, la monumentalità della pittura italiana. 

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Ritratto di fra’ Luca Pacioli con un allievo (Guidobaldo da Montefeltro). Attribuito a Jacopo de’ Barbari o Jacometto Veneziano, 1495 ca., olio su tavola, 99×120 cm. Museo di Capodimonte, Napoli



E a proposito di innovazione estetica e di ritratti, là dove Antonello offrì contributi fondamentali, come non pensare ad alcuni capolavori quattrocenteschi del Museo di Capodimonte, intorno a cui imbastire rimandi, risonanze, accostamenti? Basti citare l’enigmatico Ritratto di Luca Pacioli e di Guidubaldo da Montefeltro(1495), opera di scuola veneta, intrisa di elementi fiamminghi, in cui si condensa la fascinazione per gli studi geometrici e matematici, propria dell’Umanesimo e di certa ritrattistica erudita: tra cartigli, simboli, poliedri, volumi e oggetti riconducibili alla pratica di scienziati e intellettuali, le leggi della natura, dei numeri e delle proporzioni governano una costruzione pittorica calata in atmosfere gonfie di mistero.

La criptica firma in basso a destra (Iaco. Bar. Vigennis) ha condotto la critica – non senza controversie – ad attribuire l’opera a Jacopo de’ Barbari, pittore e incisore veneziano che in Germania fu in contatto con Dürer. Ma la recente proposta dello storico dell’arte Alessandro Angelini offre un’altra prospettiva: dietro quella sigla potrebbe celarsi l’identità di Jacometto Veneziano, altro vivacissimo talento lagunare, tra i più fedeli seguaci di Antonello: com’è noto, quest’ultimo trascorse molti anni nella Serenissima, realizzando capolavori come il San Girolamo nello studio, oggi alla National Gallery di Londra, o come il San Sebastiano di Dresda. La cifra antonelliana del magico dipinto di Capodimonte è in effetti forte e suggestiva, come evidenti sono gli influssi dell’artista siciliano nei ritratti così acuti del Veneziano. Ed è questa solo una delle possibili linee di lettura che la presenza di un’opera di Antonello consentirebbe di tracciare in quel di Napoli: il minuto dipinto giovanile si inserirebbe alla perfezione, come eccellente tassello, nel percorso di un museo di straordinaria bellezza, tra i più visitati del Paese.

Tutti gli Ecce Homo di Antonello

La tavoletta antonelliana – opera intensa ma non magistrale, relativa a una fase stilistica di passaggio – dal punto di vista storiografico assume un’importanza speciale: riconducibile ai primi Anni ’60 del ‘400, sarebbe infatti il primo Ecce Homo dipinto dal genio siciliano, incipit di una nutrita serie a cui il maestro si dedicò negli anni.
Altre cinque versioni ad oggi sono note: quella conservata nella Galleria di Palazzo Spinola, a Genova, databile intorno al 1470; quella – coeva – del Metropolitan di New York; quella del Collegio Alberoni di Piacenza (1473) e quella del ’74, un tempo appartenente alla collezione Ostrowsky, in Polonia, purtroppo andata perduta. E infine la più tarda (1478 ca.), detta anche Cristo della colonna, conservata al Louvre: qui la figura di Gesù piangente, con la tipica corda al collo e la corona di spine, è ritratta di tre quarti, scolpita nella morbida perfezione di un realismo maturo, drammatico, in cui risuonano echi dell’esperienza veneziana: l’intensità del pathos conosce, tuttavia, la misura e il rigore del concetto, tra senso dello spazio e spiritualità. Opera commovente, che tocca i vertici della perizia pittorica e della profondità intellettuale di Antonello.

Antonello da Messina, Ecce Homo, primi anni '60 del '400, tempera e olio su tavola, 19,5×14 cm
Antonello da Messina, Ecce Homo, primi anni ’60 del ‘400, tempera e olio su tavola, 19,5×14 cm

L’ambiguo realismo della tavoletta giovanile

Il dipinto appena acquistato a New York è evidentemente un’opera più acerba. Formato tascabile, appena 19,5×14 cm, dovuto all’originaria funzione privata di oggetto devozionale, da portarsi dietro anche in viaggio dentro una custodia: un “amuleto” sacro, baciato, sfiorato, tenuto tra le mani, da cui ricevere protezione e consolazione. Il primo a identificarlo come opera autentica fu Federico Zeri, nel 1985, che ne sottolineò il forte accento realistico, non senza una nota di affilata ironia: “Il Cristo assume, con questa smorfia, addirittura un aspetto che oggi si definirebbe mafioso”. L’ambigua piega delle labbra e la concentrazione densa di dolore diventavano forse, agli occhi dello studioso, un moto di sfida appena compiaciuta, in cui la sofferenza appariva contenuta, trattenuta, sopportata in faccia alla folla con un moto d’orgoglio.
Certo è che la fisionomia da popolani, scaltri, genuini, un po’ furfanti, più ladroni che cristi, è comune alle versioni precedenti. E la componente concreta, espressiva, ruvidamente autentica del volto di Gesù era già propria del tratto antonelliano, seme da cui sarebbe germinata una capacità d’introspezione psicologica di livello eccelso.

Firenze o la Sicilia? Altre mete per Antonello

E intanto non mancano le voci di chi vedrebbe il quadro, comprensibilmente, tra le sale degli Uffizi – su tutti lo storico dell’arte Tomaso Montanari – dove dal 2015 risplende, grazie a una delicata operazione di baratto, il ricomposto Polittico dei dottori della Chiesa. Realizzato da Antonello intorno al 1470-75, acquistato dall’Italia nel 1996, venne così smembrato: le due tavole della Vergine col Bambino e di San Giovanni evangelista andarono agli Uffizi, mentre quella con San Benedetto, di proprietà della Regione Lombardia, restò al Castello Sforzesco, a cui il museo fiorentino cedette 19 anni dopo un dipinto di Vincenzo Foppa, in cambio del terzo elemento mancante. 

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Polittico dei Dottori della Chiesa, 1470-1475, trittico di Antonello da Messina ricomposto agli Uffizi, Firenze



E poi c’è la Sicilia. Patria dell’artista e forse idealmente, romanticamente, storicamente, l’approdo più opportuno. Sarebbe, per il piccolo Ecce Homo, un viaggio verso i luoghi della nascita, della primissima formazione, ma anche degli ultimi anni di vita di Antonello: tornato nell’isola nei primi Anni ’70, dopo una serie di viaggi e con un bagaglio di prestigiose committenze pubbliche e private, morì nella sua città il 25 febbraio del 1479.
Ci ha subito pensato il deputato regionale del Partito Democratico Fabio Venezia a mettere sul tavolo un’interpellanza, chiedendo all’assessore dei Beni culturali Francesco Scarpinato di “attivarsi immediatamente presso il ministero della Cultura per sollecitare l’esercizio del diritto di prelazione o l’acquisto tramite trattativa privata, offrendo se necessario una compartecipazione finanziaria o logistica”. Risposta serenamente collaborativa, per l’assessore, deciso a operare “per rafforzare il ruolo della Sicilia come luogo naturale di custodia e promozione dell’opera di Antonello da Messina”.
E in effetti l’interlocuzione ufficiale è partita. Un tentativo di intercedere presso il Ministero per convincerlo a condurre il dipinto in una sede museale siciliana. Dipinto acquistato con fondi statali, che dovrebbe giungere in un museo regionale, per di più in un territorio a statuto speciale, con competenza legislativa primaria ed esclusiva in materia di beni culturali, paesaggistici e ambientali. Difficile, quasi impossibile. A meno che una strategia concreta – anche in virtù della vicinanza politica – non venga individuata: una forma di accordo conveniente per entrambe le parti, un’ipotesi di scambio, di cooperazione, di convergenza politico-culturale.

L’ipotesi siciliana per l’Ecce Homo

Ma se così fosse, dove finirebbe l’Ecce Homo di Antonello? Dalla vox populi emergono suggerimenti poco plausibili, ma comprensibili in un’ottica identitaria e d’appartenenza. Perché non condurlo sul suolo natio di Antonello, consegnandolo al Museo regionale “Accascina” di Messina?
Tra raccolte archeologiche, reperti marmorei bizantini, tesori aurei, sculture e dipinti d’epoca rinascimentale e moderna, tele ottocentesche e splendide rarità, come il perturbante Crocifisso ligneo d’epoca tardo-gotica, spiccano due Caravaggio del periodo siciliano, successivo alla fuga dal carcere di Malta: dopo una tappa a Siracusa, dove realizzò il Seppellimento di Santa Lucia, nel dicembre del 1608 il Merisi è già a Messina, dove ottiene due grosse commissioni. A giugno del 1609 consegna La Resurrezione di Lazzaro per la chiesa dei Padri Crociferi, poco dopo completerà l’Adorazione dei pastori. Entrambi campeggiano, vicini, in una sala del museo.
Due sono invece gli Antonello da Messina inseriti nel percorso espositivo: Il Polittico di San Gregorio, commissionatogli da Fabria Cirino, Badessa del monastero di Santa Maria extra moenia, e la Madonna col bambino benedicente e un francescano in adorazione, tavola acquisita nel 2003 dall’allora assessore dei Beni culturali Fabio Granata, che per sole 257.188,75 sterline la assicurò al patrimonio regionale, con un’aggiudicazione da Christie’s.
Tra le opere quattrocentesche, che con l’ambito Ecce Homo stabilirebbero un dialogo significativo, va citata l’ultima acquisizione del museo, il San Sebastiano di Antonio de Saliba, allievo e collaboratore di Antonello: la Regione, esercitando il diritto di prelazione, l’ha acquistata nel 2025 da un privato, per 100mila euro, con la mediazione della Galleria Salamon di Milano.

Criticità del Museo regionale di Messina

Il senso c’è tutto, dunque. Ma la concretezza no. Il Museo Accascina è un museo che vive nell’ombra, da sempre, nonostante gli investimenti per l’ultimo poderoso progetto di ampliamento terminato nel 2017; nonostante le meravigliose opere esposte; nonostante la ricchezza tracimante dei depositi e la bellezza degli spazi esterni; nonostante il ruolo centrale che l’antica struttura ebbe nel percorso di recupero del patrimonio artistico e culturale messinese, devastato dal sisma del 1908: grazie al lavoro dell’indimenticata direttrice Maria Accascina, insediatasi nel 1949, un impulso straordinario venne dato all’istituzione agonizzante, con un primo processo di restauro, ricognizione e risistemazione dei beni, culminato nell’inaugurazione del 1954.
Al di là delle enormi potenzialità di questo luogo, corpo vivo di memoria collettiva, di relazioni e di linguaggio, la struttura arranca, fa fatica, non trova la quadra. Numeri bassi, inconsistenti; scarsissima incidenza sulla vita culturale cittadina; nessun investimento serio in programmazione, in progetti scientifici autorevoli, in mostre di primo piano, in dialoghi intelligenti con la contemporaneità e con la scena internazionale. Oltre alle enormi lacune sul piano della comunicazione, dell’identità visiva, della didattica e della ricerca del pubblico.

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La direttrice Maria Accascina durante l’inaugurazione del restaurato Museo nazionale di Messina, 1954



Un museo ubicato là dove sorgeva una filanda dell’800, fuori dal perimetro del centro storico. Lieve decentramento, che avrebbe però potuto costituire un punto di forza: un’istituzione culturale che funziona può arrivare a cambiare connotati e identità di un quartiere, abitudini dei residenti, rotte dei turisti e investimenti dei privati. In Sicilia accade poco, quasi per niente. E a Messina, al netto dei magnifici Caravaggio, dei Gagini e degli Antonello, il meccanismo non riesce a mutare. Anzi. Triste è scorrere le pagine del sito o gli scarni profili social del museo, per imbattersi in attività spesso mediocri, nel migliore dei casi sconnesse tra loro, non native, prive di un criterio museologico: dalla mostra sui gioielli dell’orafo Gerardo Sacco per Zeffirelli a quella dedicata al film Ritorno al Futuro, dall’esposizione di fotografi e illustratori pressoché sconosciuti, fino all’incredibile apertura a una sezione della cosiddetta Biennale di Messina, che a suon di patrocini gratuiti nel 2025 ha invaso gli spazi pubblici della città, con uno stuolo di artisti, artieri e dilettanti locali, allestiti alla buona in spregio di qualunque criterio riconducibile al sistema e alle pratiche del contemporaneo.
Triste è infine intercettare l’eco delle vibranti parole di Maria Accascina, pronunciate oltre mezzo secolo fa, che oggi hanno il sapore del fallimento, oltre che dell’utopia: “Il Museo Nazionale di Messina vuol fare in modo che il museo venga considerato non soltanto come un luogo di studi per i romantici evocatori del passato ma come un luogo dove, al termine di una giornata di lavoro, gli impiegati e gli operai possano, con le loro famiglie, trascorrere qualche ora nella contemplazione delle opere della bellezza, pacificatrice dello spirito e alimentatrice di nobili pensieri”.

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Antonello da Messina, Annunciata, 1475. Gallerie regionali di Palazzo Abetellis, Palermo

L’ipotesi Abatellis

Può allora l’acquisizione di un’opera di rilievo far bene ad un museo che soffre? Probabilmente no, non esattamente. È il contrario, semmai. È l’istituzione museale che ha il compito di trasformare quel che possiede in occasione, in linfa comune, in scommessa di pensiero e immaginazione, investendo in ricerca, costruendo narrazioni, tra mitologie e simbologie da inventare o ridestare. Puntando in alto e cercando divenirne a capo quando l’ostacolo è politico, economico, burocratico. La differenza la fanno le persone. Non le opere, da sole.
E se la critica può fungere da monito e da sprone – si spera – per provare a capire come e da dove ripartire, al momento l’idea del nuovo Antonello al Museo di Messina rimane lontanissima. L’unica destinazione auspicabile, qualora l’assessore Scarpinato giungesse vittorioso dalla sua missione, è quella delle Gallerie regionali di Palazzo Abatellis, a Palermo, gioiello progettato da Carlo Scarpa tra il 1953 e il ‘54, quando l’allora soprintendente Vigni lo scelse, proprio in occasione della memorabile mostra su Antonello da lui allestita a Messina, tra le sale di Palazzo Zanca.
L’Abatellis, casa dell’Annunciata, capolavoro mistico e carnale, dipinto sulla soglia felicemente ambigua del divino e dell’umano, per cui Scarpa disegnò accuratamente supporti, posizione, illuminazione; l’Abatellis che racconta, con opere di pregio, l’evoluzione dell’arte siciliana fra Trecento e Quattrocento, nello scambio fecondo con artisti fiamminghi, catalani, liguri, toscani, meridionali. Un museo prezioso, che cerca un equilibrio rigoroso fra tutela e valorizzazione, fra attualità e tradizione, nel rispetto di un patrimonio straordinario e del pubblico che ne avrà ricordo, nozione, godimento.

Helga Marsala     




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Helga Marsala

Helga Marsala

Helga Marsala è critica d’arte, editorialista culturale e curatrice. Ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Palermo e di Roma (dove è stata anche responsabile dell’ufficio comunicazione). Collaboratrice da vent’anni anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo,…

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