A Barcellona una mostra indaga il panafricanismo (però lo fa in Europa)
L’esposizione al MACBA mette il panafricanismo al centro dell’identità del museo, ampliando anche il concetto di opera d’arte a favore di archivi, documenti e pratiche di resistenza. Ma fino a che punto un’istituzione occidentale può accogliere istanze nate come anti-sistemiche?
Il MACBA – Museu d’Art Contemporani de Barcelona ha intrapreso un ambizioso riorientamento curatoriale sotto la direzione, iniziata nel 2021, di Elvira Dyangani Ose, ponendo il panafricanismo e la decolonialità al centro della sua missione. Se da un lato questa svolta è salutata come necessaria e progressista, dall’altro solleva importanti questioni critiche sul ruolo dei musei di arte contemporanea oggi, e sui rischi di istituzionalizzazione di discorsi nati come radicali e anti-sistemici.
Tre spazi, tre continenti al MACBA
La mostra Projectar un planeta negre: L’art i la cultura de Panàfrica si va ad aggiungere alla personale dell’artista cubano-americana Coco Fusco (New York, 1960) e alla retrospettiva dei 30 anni di MACBA. Ed è proprio dal dialogo con spazi e tempi differenti che emerge chiaro l’obiettivo: ridefinire il panafricanismo non come mero progetto politico del passato, ma come una “epistemologia planetaria nera“: un modo, cioè, di conoscere e abitare il mondo distinto dall’egemonia occidentale.
Quale Africa si presenta nella mostra di Barcellona?
I rischi sono molteplici, e vengono affrontati di petto. Intanto, il rischio di omologazione. Il panafricanismo è un movimento intrinsecamente eterogeneo, attraversato da tensioni, contraddizioni e contaminazioni politiche (l’eco dei movimenti socialisti, anarchici e comunisti di matrice europea, ad esempio), differenze regionali (tra la diaspora caraibica, quella europea, l’Africa occidentale, orientale, ecc.). Quando un’istituzione museale occidentale, per sua natura monolitica, tenta di contenere e rappresentare un movimento così vasto sotto l’unica etichetta di “epistemologia planetaria nera“, appunto, si corre il rischio di appiattirne la complessità. Si trascura la possibilità, cioè, che nell’atto di rappresentare, il museo finisca per omologare le singole istanze critiche in un unico grande “pacchetto” digeribile per il pubblico occidentale, quindi – di fatto – neutralizzandole.

L’emancipazione culturale tra Africa ed Europa
Ovviamente il problema è più vasto, e riguarda l’istituzione museale in sé, e la sua legittima ambizione a rimediare ad appropriazioni indebite del passato con altre “debite” del presente, che restano pur sempre appropriazioni. Verrebbe da dire: il panafricanismo ha rappresentato una necessità di emancipazione psicologica prima ancora che politica, con il paradosso, però, che quest’emancipazione si manifesta in un contesto europeo. Quanto è sostenibile l’integrazione di voci radicali in una struttura che, per sua definizione, rimane parte dell’establishment culturale che quelle voci hanno sempre cercato di criticare e smantellare?
Arte e politica nei musei di oggi
Questo interrogativo fa il paio con un altro: quanta arte deve esserci in un museo d’arte? E cosa è arte? Se il MACBA si concentra su manifesti politici, documenti d’archivio, performance storiche e oggetti di reclusione (come i disegni fatti in carcere), si espande oltre il concetto tradizionale di “opera d’arte” come manufatto estetico destinato alla fruizione. Questa espansione è cruciale: il museo non si limita a esporre oggetti, ma discorsi e processi. Tuttavia, è proprio qui che si annida la critica: nel momento in cui un’istituzione canonica accoglie ciò che è anti-artistico o extra-estetico per motivi etici o politici, si ridefinisce come un archivio sociopolitico o un centro di studi culturali, più che come un museo d’arte. L’arte non è più definita dalla sua forma o qualità, ma dalla sua capacità di documentare l’oppressione e la resistenza. Questo approccio è politicamente corretto e necessario, ma mette in crisi la specificità stessa dell’istituzione museale d’arte contemporanea, che deve mediare tra la necessità di decostruire la propria storia coloniale e l’esigenza di preservare una coerenza curatoriale.
Arte come protesta, e viceversa, al MACBA
L’esposizione impone riflessioni su tutto questo, stimolandole intelligentemente e acutamente, mettendo a confronto diverse modalità di elaborazione del lutto e della memoria attraverso il corpo e l’oggetto. Da un lato, l’opera Invisible Presence: Bling Memories (2014) di Ebony G. Patterson (Kingston, 1981) utilizza bare riccamente adornate con tessuti variopinti e gioielli per celebrare la vita delle classi lavoratrici giamaicane, trasformando il funerale in una vibrante dichiarazione di visibilità postuma. In contrasto, l’installazione Asesinos! Asesinos! di Kader Attia (Senna-Saint-Denis, 1970) evoca una presenza umana più austera e collettiva: attraverso l’uso di porte tagliate e megafoni silenziosi, Attia riflette sulla repressione e sulla voce strozzata delle folle. Entrambi gli artisti utilizzano la fisicità di oggetti quotidiani — il feretro o la porta — per dare forma a ciò che è stato messo a tacere, oscillando tra lo sfarzo della celebrazione individuale e il silenzio inquietante della protesta politica.
Decolonialità come riparazione
Parallelamente, la serie di murali Art of the Negro (1952) di Hale Woodruff (Cairo, Illinois, 1900 – New York, 1980) funge da pilastro storico e intellettuale all’interno del percorso espositivo. Queste opere non si limitano a decorare, ma tracciano una genealogia dell’arte africana e della sua influenza globale, evidenziando paralleli tra le forme antiche e il modernismo occidentale. Mentre Patterson e Attia lavorano su installazioni tridimensionali che occupano fisicamente lo spazio dello spettatore, Woodruff utilizza la pittura monumentale per ricostruire un’identità culturale che sfida le strutture patriarcali e coloniali. Insieme, queste opere trasformano la sala in un luogo di “riparazione” (concetto caro ad Attia), dove l’arte diventa lo strumento per ricucire frammenti di storia e restituire dignità a comunità spesso ignorate dai grandi racconti ufficiali.
Il confronto con la Filmoteca de Catalunya
Ed è forse la reinterpretazione di estetiche (e ideologie) altre la chiave di volta. Se usciamo dal museo, la mostra sembra dialogare, curiosamente, con un’altra esposizione visitabile poco fuori dal MACBA, alla Filmoteca de Catalunya. COL·LISIÓ EXTREMA: Hand-Painted Ghana Posters, 1990s presenta una selezione di manifesti di film dipinti a mano su sacchi di farina riciclati, i quali, nati come strumenti di marketing per il cinema itinerante (una specie di proiezione pirata di VHS in luoghi spesso allestiti in maniera fortunosa), sono oggi riconosciuti come espressioni fondamentali della global pop art africana. Al di là dell’aspetto commovente, quasi pre-cinematografico, della necessità di riprodurre l’industria cinematografica con ogni mezzo necessario, quello che colpisce è che i dipinti, in parte inconsapevolmente, mescolano colori accesi e una narrativa visiva “estrema” che spesso esaspera o reinventa le trame originali. La mostra evidenzia proprio la collisione culturale tra l’immaginario globale e la sensibilità locale: blockbuster occidentali come Rambo 2 e True Lies vengono re-immaginati con i muscoli ipertrofici e le ferite cruente, trasformando l’azione in un’estetica cruda. In Raiders of the Lost Ark, la testa di un teschio fumante con un serpente che spunta dalla bocca è un’aggiunta drammatica e macabra. Il manifesto di Braindead è un capolavoro di surrealismo grottesco. Fino ad autentici rebus antropologici, come il manifesto di American Ninja, reinterpretato da artisti ghanesi ed esposto in Spagna.
Ancora una volta, guardare al pop
E se fosse questa la strada migliore? Usare i nostri musei non per ospitare movimenti artistici altri, ma per farci reinterpretare da essi? Vedendo i segni di tale reinterpretazione non, o non solo, nell’ideologia politica consapevole, e quindi in arte pensata per essere musealizzata, ma anche nel conflitto estetico-ideologico spontaneo di oggetti di consumo o di marketing? Vecchie questioni, certo, ma che nell’urgenza decoloniale dell’arte contemporanea risuonano con nuovi, e inattesi, significati.
Raffaele Pavoni
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Barcellona // fino al 6 aprile
Project a Black Planet. The Art and Culture of Panafrica
MACBA
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