Il senso del libro d’artista nell’epoca meno multimediale di sempre (malgrado pensiamo il contrario)
In arte il singolo mezzo espressivo è sempre più un totem, e il rischio è che ciò inibisca attitudini pienamente multidisciplinari. Ecco una riflessione di Pericle Guaglianone, nata a margine della presentazione di un “libro d’artista”
Come tira il “libro d’artista”! Qualche settimana fa a Roma si è parlato di quello di Zaelia Bishop (Roma, 1977), artista visivo. Bello, bellissimo il titolo: Lunario per sonnambuli. Il talk si è tenuto presso lo spazio Angolocottura, gestito dal collega Iginio de Luca (Formia, 1966), in un’atmosfera molto piacevole, rilassata ma serissima, tipica appunto delle cucine, spazi domestici che tanto amiamo proprio per il fatto di essere – insieme – i meno formali e quelli in cui non ci si può deconcentrare. Così, concentrati com’eravamo, qualche ideuzza ha preso a balenare. Non tanto sul libello in questione, quanto sul carattere specifico del fare arte oggi, e in particolare su un’anomalia di cui si parla poco.

Che cos’è un “libro d’artista”?
Partiamo da quella dicitura, “libro d’artista”. Bisogna ammettere che fa sempre un po’ impressione. Perché? Perché sembra sottintendere due assurdità opposte e complementari, e cioè che gli scrittori non siano “artisti”, e che gli artisti visivi non possano essere anche scrittori. Per carità, l’espressione è corretta, correttissima: il “libro d’artista” è una via di mezzo tra un lavoro letterario e un’opera d’arte visiva, quindi la definizione ci sta. Solo, e a maggior ragione stante la sua avvenuta categorizzazione, è un prodotto che rischia di trattenere l’artista visivo al di qua di confini mediali prestabiliti, inibendo così attitudini pienamente multidisciplinari. A questo pensavamo durante il talk. Merito di Bishop, che più parlava e più palesava connotati da poeta tout court. E del suo volume, che è animato da una visionarietà spinta anzitutto verbale.

Cosa c’è di strano in un “libro d’artista”?
E l’audience? L’audience sembrava nutrire riserve proprio in tal senso, al cospetto dell’artista visivo che si mette (anche) a scrivere. Non che stesse per sbottare e dire “Sacrilegio!”, questo no, ma si avvertiva disorientamento e persino apprensione. Infatti, si è parlato di “scelta traumatica”, e sono stati tirati in ballo concetti come “allontanamento” e “deragliamento”. Come a dire: “Ma non starai uscendo dal seminato?”. Ohibò. Viene in mente William Blake e ci si chiede come si comporterebbe uno come lui sentendosi chiamato a decidere se passare per pittore o per poeta. Ai suoi tempi non si fece problemi, probabilmente nemmeno ci pensò mai a questa questione, ma oggi? Forse produrrebbe “libri d’artista”, invece che componimenti poetici veri e propri. Solo che – ed eccoci al punto – in questo modo come bestia poetica dovremmo immaginarcelo con la museruola. Tradotto: non sempre è bene restare sulla soglia tra i linguaggi artistici, talvolta ci sta di frequentarli a pieni polmoni, anche se in parallelo. Bishop dev’essersi sentito chiamato in causa, visto che a un certo punto ha richiamato l’attenzione dei presenti sull’etimo della parola “tradimento”, che è “spostare altrove / consegnare”. Quasi difendendosi. Come a dire: “Guardate che non mi sto allontanando”.
Il rapporto contemporaneo tra arte visiva e poesia
Altra notazione. Durante il talk la parola “poesia” non è mai stata pronunciata. Ma proprio mai. Il tema era nell’aria, ma appunto solo nell’aria, come il classico elefante bianco nella stanza bianca che resta lì, inattingibile perché inosservato. Forse il motivo è che la poesia oggi non gode di buona fama. Si associa ad essa un’idea di fanciullinismo che la contemporaneità aborre, soprattutto in ambito arte visiva. Si provi a dare del “poetico” a un artista visivo, e costui quasi sempre storcerà il naso, sentendosi additato come melenso – del resto anche in tema di nutrizione lo zucchero ormai è considerato il male assoluto. Sul punto anche Bishop mostrava i denti, assicurando a più riprese che il suo libello, e la sua arte, afferiscono a un registro opposto rispetto alla dolcezza, parlando di asprezza e di ferocia; mancava solo dicesse: “Non azzardatevi a parlare di poesia!”. Ma si tratta di un fraintendimento. Perché la grande poesia non è mai smancerosa. Anzi, semmai è, all’opposto, acuminata e terribile. Senza contare che Bishop è considerato uno scultore, e il linguaggio artistico più affine alla scultura è proprio la poesia, dove il lavoro avviene principalmente sul dato grezzo e per sottrazione. Non a caso il più grande scultore di sempre, Michelangelo, uomo oltretutto spigolosissimo, scriveva poesie.
La bugia dell’epoca multimediale
Ma a parte questa strana avversione per la poesia, il nostro è un tempo buffo anche per la ragione cui si accennava sopra, perché si vanta di essere multimediale, ma in realtà è l’opposto: è mono-mediale, per non dire monomaniacale. Multimediali – se usiamo questa parola nel senso di multidisciplinari, e non si vede perché no – lo erano gli antichi, o almeno i non contemporanei, non noi. Oggi di artisti visivi che siano anche poeti, romanzieri o musicisti non c’è traccia o quasi; oggi dell’esistenza di “centrali creative” – così definiva sé stesso Alberto Savinio per il fatto di essere mille artisti in uno – non si ha pressoché notizia. Piuttosto, nell’arte visiva vige da un po’ un formalismo che andrebbe definito “mediale”, afferente più alla sfera del monismo che a quella della molteplicità, che fa del medium scelto una bandiera, un totem, un’appartenenza. In proposito si faccia caso a questo, che ultimamente l’artista visivo chiamato a raccontare il proprio lavoro tende a rispondere indicando il medium che utilizza, e stop. Come se questo chiudesse il discorso; come se il mezzo espressivo fosse sul serio “il” messaggio e non “un” messaggio.
Il rischio della mono-medialità
Per carità, ogni epoca ha i suoi tic e i suoi formalismi. Solo, chissà che non ci stiamo perdendo qualche William Blake. Magari proprio tra quegli artisti visivi che, temendo di danneggiare il proprio profilo, o meglio l’univocità del proprio profilo, al massimo producono “libri d’artista”. E però consideriamo “multimediale” il nostro tempo.
Pericle Guaglianone
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