Multidisciplinarietà, corporeità e architettura: intervista all’artista Greg Jager

Intervista all’artista Greg Jager, che dopo le collaborazioni con il Macro, Palaexpo, Fendi e diversi centri di cultura italiani nel mondo, torna a maggio a Roma

Greg Jager - ph. Max Intrisano
Greg Jager - ph. Max Intrisano

Greg Jager, creatore con base a Roma classe 1982, si è formato come graphic designer e oggi è un visual artist a tutto tondo. La sua estetica astratta, sviluppatasi in passato in forma grafica, si concentra ora su un’ottica di analisi e reinterpretazione della relazione tra l’essere umano e l’ambiente. Dopo le collaborazioni con il Macro – Museo d’arte contemporanea di Roma, Palaexpo, Fendi e diversi centri di cultura italiani nel mondo, torna a maggio a Roma con un’ispirazione madrilena sull’influenza performativa.

Siamo solo ad aprile e hai già realizzato due progetti e ne hai altri in cantiere: come è successo?

Ho sfruttato questo periodo al meglio. Durante la pandemia è aumentata l’incertezza e la precarietà, più di prima. È strano dirlo ma noi artisti c’eravamo già abituati: ormai molti di noi sono resistenti agli urti e hanno imparato a mutare, surfando la superficie delle cose e creando nuove occasioni vivendole come una sfida. Io ho trovato dei benefici inaspettati in questo blocco generale. Cercando di fare di necessità virtù, sono andato avanti facendo finta che tutto questo non ci fosse, come il calabrone che secondo la fisica non potrebbe volare, eppure lo fa. Credo ci voglia anche una forte motivazione personale.

Greg Jager - ph. Marcello Bocchieri
Greg Jager – ph. Marcello Bocchieri

Cos’hai fatto a settembre?

Ho partecipato ad una residenza artistica a Ragusa, nell’ambito di “Bitume Project”: un progetto artistico in una una ex-industria che produceva asfalti riaperta dal nipote del vecchio proprietario, dopo più di 10 anni di chiusura. È stata un’esperienza stupenda, ho vissuto con altri artisti italiani e non, e sperimentato un momento di apertura dopo mesi di chiusura. Per non parlare di quanto è stato bello ricominciare a viaggiare. La residenza ha dato forma a Dismantle: un corpo di opere realizzate in situ. È un progetto denso di chiavi di lettura e interpretazioni ma di base è presente l’analisi di un vecchio mondo che si sgretola, lasciando dei segni sia paesaggistici che sociali e politici. Questa visione ha influenzato nettamente tutta la mia ricerca, inclusa la mostra a cui ho recentemente partecipato a Madrid. 

Cosa hai portato in mostra a Madrid?

Ho partecipato a “We dance, you mean” una collettiva d’arte contemporanea curata da Jordi Pallarès per la gallerie Cerquone Projects, incentrata sulla danza e la performance ed ispirata al romanzo di Lucy Lippard “I see, you mean”: Il mio progetto, dal nome “About kinespheres and the possibility of something else” si ispira alle teorie di Rudolf Laban, coreografo e danzatore della prima metà del 900. Lui ha creato un sistema di segni e forme geometriche note come “Notazione Laban” con lo scopo di decodificare e scrivere i movimenti del corpo ed ha inoltre teorizzato il concetto di Kinesfera, ovvero un poligono di 20 facce (icosaedro) all’interno del quale si possono iscrivere tutti i movimenti di un corpo umano. Io mi sono ispirato al suo lavoro e alla sua multidisciplinarietà, ho filtrato il suo sistema di notazione. Nella forma, il mio lavoro è semplice: due rotoli di cartone ondulato ospitano dei segni grafici neri e occupano lo spazio come in una coreografia. Adattandosi ad esso, I segni entrano in dialogo con l’ambiente, in questo modo l’interpretazione esperienziale dell’opera diventa un dispositivo coreografico e relazionale, che apre alla possibilità di qualcos’altro.

Greg Jager - ph. Marcello Bocchieri
Greg Jager – ph. Marcello Bocchieri

 

Anche in Tiber Courtyard, la tua opera a Roma, l’arte lavora nell’ambiente, no?

Il linguaggio del corpo è sempre più presente nella mia arte, sì, anche se il dipinto sul campo da basket comparso in questi giorni a Roma è un progetto di due anni e mezzo fa che ha preso forma solo ora grazie ad un bando della Regione Lazio. Anche se è un progetto ideato due anni fa resta comunque questo sottotesto della corporeità, del gioco e della fruizione esperienziale. È interessante leggere nell’interazione tra giocatori e geometrie presenti sul campo qualcosa di performativo e le persone hanno modo di interpretare a loro volta. Quando ho visto i ragazzi giocarci sopra mi sono emozionato, ho immaginato delle nuove possibilità: è un quadrante difficile da codificare e non è un luogo di passaggio, ma allo stesso tempo è una zona in fase di grande cambiamento, uno spazio tra lo studentato dell’Università Roma Tre, due occupazioni abitative ed un ex cinodromo, sede del centro sociale Acrobax. Con questi ultimi ma anche con altri attori del territorio come gli All Reds Basket e l’associazione Dominio Pubblico si è creato un clima collaborativo e di mutuo supporto. Per non parlare dei numerosi volontari che hanno trascorso un intero week end a lavoro per bonificare l’area circostante. Penso che la chiave di volta di questo progetto sia proprio la partecipazione collettiva.

Ora cosa hai in programma?

A maggio prenderò parte ad IPER, il festival delle periferie che si terrà a Tor Bella Monaca. Il progetto è di Palaexpo, l’azienda culturale romana di riferimento. Per questo festival, che avrà un palinsesto online accessibile al pubblico, il mio obiettivo è di creare un filo diretto tra Madrid e Roma. Non voglio svelare troppi dettagli ma continuerò a lavorare sul concetto di occupazione dello spazio e sul rapporto tra arte, architettura e antropologia.

In che modo questi temi si legano con il nostro presente?

Le grandi emergenze che stanno segnando questi anni sono un’occasione di riflessione. In questo momento la creatività ha il dovere di ricoprire un ruolo sociale. Non possiamo astenerci: l’umanità ha di fronte una grande opportunità per cambiare passo. Penso che l’arte come l’architettura devono rispondere alle esigenze del pianeta e non a quelle degli esseri umani. “Come occuperemo questo nuovo spazio?”, è questa la domanda su cui sto lavorando.

Giulia Giaume

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Giulia Giaume
Appassionata di cultura in ogni sua forma, è divoratrice di libri, spettacoli teatrali, mostre di arte figurativa e contemporanea. Avvicinatasi al giornalismo culturale con un corso sulla critica teatrale e cinematografica del maestro Daniel Rosenthal, cerca con ogni mezzo di replicare per iscritto la meraviglia che suscita in lei ogni manifestazione del genio umano. Laureata in Lettere, sta scrivendo la tesi di Scienze Storiche sulle aggregazioni sociali nate con le nuove forme abitative del secondo dopoguerra milanese, mentre conclude il master di giornalismo alla scuola Walter Tobagi. Scrive recensioni per Satisfiction e coltiva il suo senso del bello sul blog personale Cinquesensi.