Vi ricordate al vicenda di Campobasso e dei politici che volevano cancellare Blu? Beh, è finita in maniera molto diversa…

Tutto è iniziato con Blu, e con la vicenda grottesca di politici che lo volevano “imbiancare”. I resoconti di Artribunecatturarono l’attenzione di tutti i lettori, inanellando in calce ben 86 commenti. Durante l’intera estate alcuni tra i più interessanti street artists del momento sono stati ospiti del Draw The Line Festival trasformando Campobasso in una galleria permanente di arte all’aperto. L’obbiettivo? “Il […]

Tutto è iniziato con Blu, e con la vicenda grottesca di politici che lo volevano “imbiancare”. I resoconti di Artribunecatturarono l’attenzione di tutti i lettori, inanellando in calce ben 86 commenti. Durante l’intera estate alcuni tra i più interessanti street artists del momento sono stati ospiti del Draw The Line Festival trasformando Campobasso in una galleria permanente di arte all’aperto. L’obbiettivo? “Il recupero di aree degradate riflettendo su un writing consapevole”.
Se nessuno è riuscito a colpire nel segno come Blu, attraverso una perfetta simbiosi di messaggio e forma, non sono mancati pezzi di grande virtuosismo tecnico. In particolare Roa, artista belga che con i suoi animali illustra il ciclo della vita e della morte. Un’imponente carcassa di cervo diviene alimento per corvacci famelici. È tra l’altro la prima volta che Roa utilizza il colore, il rosso del sangue, mentre solitamente le sue cupe raffigurazioni appaiono in bianco e nero, come il grande topo realizzato per il Picturin Festival di Torino su una casa popolare nota per essere ricettacolo di ratti.
Dalla perfezione formale al concettuale: interessante è il murales lasciato dal bolognese  Dado che si spinge fino alla destrutturazione linguistica della tag, un vero e proprio scavo all’interno dell’anima stessa del writing. Notevole anche il pezzo lasciato dal torinese Pixel Pancho tra denuncia sociale e politica: il cane dell’Eni portato in spalla da automi incappucciati, le “vecchie” potenze occidentali, diviene quasi un trionfo della morte. Questi robot dalle sembianze umane sono ormai  il suo “marchio di fabbrica”. Come in Blu, alludono ad una vita sempre più meccanica e meno libera.

– Antonella Palladino

“Ma scherziamo? Noi lo paghiamo, e lui non ci chiede il permesso per dipingere quello che gli passa per la testa?”. E a Campobasso vogliono cancellare un bel graffito di Blu

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Antonella Palladino
Ha studiato Storia dell’arte presso le Università di Napoli e Colonia, laureandosi in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi dal titolo “Identità e alterità dalla Body Art al Post-Human”. Ha proseguito la propria formazione alla Fondazione Morra e poi al Mart di Rovereto. Ha collaborato come assistente con la Galleria Umberto di Marino e con Filippo Tattoni -Marcozzi, ex direttore della Goss- Michael Foundation. Nel 2009 si è trasferita in Trentino–Alto Adige dove ha iniziato l’attività di critico scrivendo per Artribune, Juliet Art Magazine, Exibart, Kulturelemente, Salto.bz. Ha curato la mostra Noisy di Gianluca Capozzi, Lichtkammer di Harry Thaler, Walking in Beuys Woods di Hannes Egger e i relativi eventi collaterali. È critico d’arte e docente di Storia dell’arte titolare nella provincia di Pavia.