Asilo geriatrico Italia. Il paese festeggia i 150 anni e i grandi critici settantenni fanno a chi ce l’ha più lungo… l’evento espositivo

“Un ciclo progressivo di sei mostre dedicato…”. Come? L’avete già letto tante volte, soprattutto in questi giorni, un attacco del genere? Sbagliato, perché voi forse vi riferite all’Arte Povera, e al progettone firmato Germano Celant che peraltro è arrivato a sommarne otto, di mostre. Qui invece parliamo – non ci potete credere, eh? – di Transavanguardia. […]

Germano Celant e Achille Bonito Oliva
Germano Celant e Achille Bonito Oliva

Un ciclo progressivo di sei mostre dedicato…”. Come? L’avete già letto tante volte, soprattutto in questi giorni, un attacco del genere? Sbagliato, perché voi forse vi riferite all’Arte Povera, e al progettone firmato Germano Celant che peraltro è arrivato a sommarne otto, di mostre.
Qui invece parliamo – non ci potete credere, eh? – di Transavanguardia. La citazione proviene infatti dal comunicato che annuncia la mostra che si terrà a Palazzo Reale a Milano dal 10 novembre 2011 al 29 gennaio 2012, “parte di un più ampio progetto, ideato e coordinato da Achille Bonito Oliva, che s’inserisce nelle celebrazioni dei Centocinquant’anni dell’Unità d’Italia”.
Ci risparmiamo per ora sui dettagli: mancano quasi due mesi, ci sarà tempo e modo per parlarne. Ma vogliamo sottolineare la sensazione che si percepisce da questa surreale situazione, e chiedere l’opinione dei lettori. Insomma: i due “giganti” della critica italica, settantenni nel pieno della carriera in un paese di gerontocrazia imperante, per festeggiare i 150 anni del Paese si mettono a fare una gara con in palio i due movimenti artistici che hanno dominato la scena negli ultimi decenni.
Sarà semplicistico, ma l’impressione che si ricava è questa: Celant lancia il progetto multilocato sull’Arte Povera? E Bonito Oliva non può proprio stare a guardare, e risponde con il suo – altrettanto multilocato – sulla Transavanguardia. E vediamo chi la spunta, alla fine.
Nulla da eccepire, ci mancherebbe, sulla qualità e la serietà che caratterizzeranno gli eventi (e le personalità in questione). Ma era proprio necessario innescare questa competizione, che poi – scommettiamo? – nei mesi porterà a confrontare dati più che valori culturali, numeri di visitatori, di cataloghi venduti, di articoli usciti sulla stampa? Potrebbe mai accadere una cosa del genere – per dire – negli Usa, con una gara fra Pop Art e Minimal? O in Francia fra Nouveau Réalisme ed Informel?
In un paese normale? Si sarebbe orchestrata una mega mostra su tutto il top del dopoguerra italiano, per puntare al milione di visitatori, non per sgomitare sul filo dei centomila.

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