Architetti d’Italia. Aldo Rossi, l’inflessibile

Non conosce soste la saga degli architetti d’Italia firmata da Luigi Prestinenza Puglisi. Stavolta lo sguardo si sposta su Aldo Rossi, tra disciplina cattolica e rigore.

Ho frequentato la facoltà di Architettura nel periodo in cui Aldo Rossi era considerato il massimo architetto vivente. E ho avuto due assistenti di composizione architettonica, Dario Passi e Giangiacomo Dardia, che ne erano osservanti seguaci. Come tutte le vestali, erano più rossiani dello stesso Maestro. Poi Dardia è diventato decostruttivista, anche se di rito italiano, anzi pescarese: segno di quanta moda c’era dietro la serietà dei duri e puri della ‒ allora si chiamava ‒ Tendenza. Passi, che ricordo con affetto perché è recentemente scomparso, si è dedicato alla pittura.
Come gran parte dei mei coetanei, rimasi abbagliato. Ero attratto dalla capacità che aveva Rossi di trasformare in costruzioni monumentali progetti che avrebbero dovuto avere funzioni del tutto prosaiche: una fontana, una piccola scuola, delle abitazioni, una caffettiera.
Con la tesi, cominciai a muovermi verso altre strade. Influenzato da Bruno Zevi, ho accusato Rossi e i suoi emuli di una visione totalizzante bloccata e autoritaria, da caserma, da struttura carceraria. Di spazi senza gioia che avrebbero suscitato l’interesse del Michel Foucault di Sorvegliare e punire.
Per un certo periodo della mia vita mi sono occupato di ergonomia. Alla prima lezione portavo la Conica di Aldo Rossi, prodotta da Alessi, come esempio della caffettiera del masochista alla quale alludeva un divertente libro di Donald A. Norman. Le contrapponevo un’altra disegnata sempre per Alessi da Richard Sapper, lui sì un vero designer. Facevo notare che, per soggiacere al formalismo del cilindro, la caffettiera di Rossi aveva prestazioni inefficienti e che, per evitare la cerniera nel coperchio, c’erano buone probabilità di ustionarsi.
Nonostante il giudizio negativo del quale sono tuttora persuaso, devo dire che Rossi continua a esercitare su di me un certo fascino per alcuni aspetti, autobiografici, che vorrei cercare in questo scritto di esplicitare. Prima, però, di tentare l’analisi mi farebbe piacere che chi mi legge riascoltasse Azzurro, una canzone che, sebbene uscita più tardi, mi riporta ai tempi del collegio Pennisi di Acireale dove ho studiato gli ultimi anni delle medie e il quarto ginnasio. Lo frequentavo da semiconvittore: era una struttura più antica e imponente delle scuole disegnate da Aldo Rossi, ma ne condivideva i principi compostivi. Lunghi corridoi smistavano sequenze di aule rigorosamente rettangolari; la stanza del padre direttore e del padre rettore erano poste al centro; anche la mensa e le camerate avevano qualcosa che Aldo Rossi avrebbe potuto disegnare. Nel collegio Pennisi c’era qualche (raro) prete pederasta; c’era un padre ministro, responsabile della disciplina, che in certe occasioni ci puniva con qualche colpo (tollerabile) di una specie di frustino sul dorso della mano e ci costringeva a stare per una mezz’ora nel corridoio di fronte al suo ufficio; c’erano i lunghi e noiosi pomeriggi passati in camerata, sorvegliati dal padre prefetto, a studiare in attesa della ricreazione. È stata, però, una esperienza importante per la mia formazione. Perché, anche attraverso quel sistema spaziale, i padri gesuiti mi hanno tramesso un metodo di approccio alla cultura, solidi riferimenti morali, una tecnica di autoanalisi, un’idea del mondo come un sistema composto e organizzato. Un modo di essere. Non so se un sistema scolastico così sia ancora da tollerare, non so se tanti complessi e inibizioni che mi porto dietro non siano l’eredità di quel sistema educativo rigoroso, austero e analitico, ma vivificato da momenti di gioia, di ironia e di divertimento, che si avvaleva di sacerdoti che potevano farti recitare una preghiera a Santa Maria Goretti o insegnarti le cinque prove dell’esistenza di Dio, tacendo sulla sesta, quella ontologica.

Aldo Rossi, Scuola elementare, Fagnano Olona, 1972-76

Aldo Rossi, Scuola elementare, Fagnano Olona, 1972-76

ARCHITETTURE ORDINATE

Ve l’ho fatta così lunga perché ho recentemente letto una intervista ad Aldo Rossi, fatta nel 1983 da Franco Raggi per la rivista Modo, nella quale l’architetto milanese ricordava la sua educazione e l’influsso che questa aveva esercitato nel carattere e nella rielaborazione poetica del mondo: “Ho avuto” ‒ affermava ‒ “una educazione cattolica molto marcata, forte, e mi piace un certo ordine, un tipo di architettura ordinata”. E aggiungeva: “Indubbiamente gli ingegneri sabaudi militari che costruivano le caserme non avevano problemi religiosi, però all’interno di questo tipo di ordine vi è anche una razionalità obiettiva. Un corridoio che disimpegna una fila di camere è un tipo di scelta… religiosa”.
Secondo una lettura zeviana, Aldo Rossi non è un progettista di spazi. Credo al contrario che lo sia. Questi spazi volutamente elementari, puliti, simmetrici ‒ e, appunto, religiosi ‒ sono tanto forti da inglobarti nella loro ideologia. Motivo per il quale sono difesi a spada tratta dai loro estimatori che vi ritrovano quella tranquillità e quelle certezze che edifici più complessi, destrutturati e dinamici invece destabilizzano.
Qualche giorno fa, per anticipare questo articolo su Rossi, ho postato nella mia pagina sui social media una foto della scuola di Fagnano Olona (1972-1976), aggiungendo la domanda: “Che idea ha dell’educazione, del gioco, dei giocattoli, della disciplina e del sesso chi progetta un edificio così? Ecco una domanda interessante alla quale sarebbe opportuno rispondere per entrare nell’immaginario di Aldo Rossi”.
Molte risposte sono state secche: hanno citato le carceri e i campi di concentramento nazisti, qualcuno ha fatto notare che nel cortile mancavano solo cani tenuti alla catena. Altri hanno, invece, negato il rapporto tra educazione e spazio costruito, sottolineando che si può benissimo crescere liberi in una scuola dalle forme autoritarie e schiavi in una dai volumi liberamente articolati e dissonanti.
Pochi hanno affermato che la scuola di Fagnano Olona racconta una nostalgia per quell’universo profondamente religioso che Rossi cita nella sua intervista con Raggi. E che, pertanto, l’edificio può generare empatia anche a chi è profondamente avverso alle prigioni e ai campi di concentramento. Perché ricorda non il Mein Kampf ma la Signorina Felicita di Guido Gozzano o i racconti di Guareschi con Don Camillo e Peppone. Un ordine rigido e antico, insomma, ma non opprimente evocato attraverso l’immaginazione e cioè quel modo di vedere le cose, da bambini, che vuole la semplicità di volumi elementari e oscilla sempre tra il gioco e la realtà.

Aldo Rossi, Il Conico e La Conica, 1984. Prod. Alessi

Aldo Rossi, Il Conico e La Conica, 1984. Prod. Alessi

GIOCATTOLI MOSTRUOSI

Difatti, tutte le architetture di Aldo Rossi sono dei giocattoli, a volte tanto fuori scala da apparire mostruosi. Come lo possono essere i mondi in cui la fantasia prende il posto della realtà. Tanto più che qui, a differenza dei giocattoli di Claes Oldenburg, mancano il senso del provvisorio, dell’ironia, della decontestualizzazione che impediscono alle realizzazioni dell’americano di essere prese troppo sul serio. Mentre Rossi, pur condividendo la stagione pop, può invece esserlo perché è lui per primo che gioca sulla ambiguità, rifiutandosi di fare una precisa scelta di campo. Il Pop diventa Architettura Razionale: una strana e temibile strada che solo noi cattolici italiani siamo riusciti a inventare e a praticare.
È questa ambiguità però che ha reso architetti particolarmente dotati come Herzog & de Meuron discepoli dichiarati di Rossi. Tranne che loro ne hanno sviluppato l’aspetto inventivo e fantastico, trasformando il pop in concettuale, smarcandosi dalla pesantezza cattolica e comunista che non appartiene alla loro cultura e che, invece, è stata l’eredità rossiana esaltata in Italia e in Spagna.
Quali sono le opere più riuscite del Maestro milanese, oltre ai disegni che, per fortuna, rimangono solo sulla carta? Certo non i suoi intensivi abitativi dove la gente deve vivere. Come autore di spazi residenziali Rossi ha la mano non meno pesante di Vittorio Gregotti e Franco Purini. Nemmeno gli edifici che si prendono troppo sul serio come l’inguardabile teatro Carlo Felice di Genova. Le opere migliori sono, invece, a mio parere, quelle che non perdono la loro carica giocosa e fantasiosa, e quindi la capacità di attivare catene metaforiche, anche se diventano sostanzialmente inutili, quali il teatro del Mondo immaginato come una barca per muoversi nella laguna di Venezia o gli stessi oggetti di design che, pazienza, funzionano male e sono poco ergonomici, ma ci allietano diventando dei monumenti da tavolo o, il che per Aldo Rossi è più o meno lo stesso, dei giocattoli urbani.

Luigi Prestinenza Puglisi

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Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica…

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