I Musei del Vittoriano e di Palazzo Venezia stanno ritrovando una loro identità grazie alle idee della direttrice Edith Gabrielli. Un museo del “Fatto in Italia” a Palazzo Venezia e un grande tempio del Risorgimento al Vittoriano: queste sono le premesse del nuovo, grande museo nel cuore della Capitale. Ne abbiamo parlato con la direttrice

A due anni dall’inizio dell’incarico, abbiamo intervistato la direttrice dell’Istituto autonomo Vittoriano e Palazzo Venezia, Edith Gabrielli. Classe 1970, formatasi presso l’Università di Roma “La Sapienza” e alla London School of Economics, è entrata a far parte del Ministero per i Beni e Attività Culturali nel 1999. Dal 2010 al 2015 è stata Soprintendente per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte, mentre dal 2015 al 2020 ha ricoperto il ruolo di direttrice del grande Polo Museale del Lazio. Il suo cursus honorum non si è certo arrestato e nel 2020 è arrivata a dirigere un complesso museale dall’enorme potenziale, come quello composto dal Vittoriano e da Palazzo Venezia. Fortunatamente, la direttrice pare avere idee molto chiare e razionali su quali debbano essere i compiti di un museo contemporaneo all’interno di una società come quella odierna: i musei sono infatti un luogo consacrato alle muse, appunto, dove trovare ispirazione, riflettere sui concetti fondanti di una società o di una cultura e sul sistema di valori ivi rappresentato grazie a un’accurata selezione degli oggetti esposti. Il sistema museale costituito da Palazzo Venezia e dal Vittoriano è particolarmente impegnativo per via della natura peculiarmente eclettica dell’insieme, ma le prospettive sono decisamente interessanti.

Edith Gabrielli, storica dell'arte e museologa, Direttrice del nuovo polo Vittoriano e Palazzo Venezia. © Gerald Bruneau
Edith Gabrielli, storica dell’arte e museologa, Direttrice del nuovo polo Vittoriano e Palazzo Venezia.
© Gerald Bruneau

Lei ha assunto la direzione dell’Istituto VIVE nel dicembre 2020 e da allora ha provveduto a un profondo ripensamento del percorso espositivo e dell’allestimento museale: quali sono i risultati di cui si sente più orgogliosa?
L’idea stessa del VIVE imponeva un profondo ripensamento, in quanto obbliga a interpretare in modo coeso e bilanciato due monumenti di eccelsa qualità ma obiettivamente per molti aspetti diversi. Se parliamo di risultati, mi consenta di sceglierne tre, ovvero la ricerca, il rapporto con il tessuto sociale di prossimità e i numeri. Sul piano della ricerca, è giusto sottolineare l’ingresso del VIVE nel circuito di alto livello, come dimostrano fra l’altro gli accordi istituzionali con università e centri di studio di eccellenza. Sono poi contenta che i cittadini di Roma, ancor meglio, che gli abitanti del quartiere si siano riappropriati sia del Vittoriano che di Palazzo Venezia. Accade ogni giorno: entrano e respirano a pieni polmoni nel giardino – per troppi anni un parcheggio ministeriale –, assistono alle nostre conferenze, partecipano alle nostre attività educative. Giusto poi riflettere sui numeri: il VIVE supera quest’anno i tre milioni di visitatori, con un incasso da bigliettazione di circa tre milioni di euro. Sono dati importanti, che lo collocano tra gli istituti più visitati del Paese e che peraltro continuano ad aumentare.

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Quali sono le prospettive per il futuro?
La strada della ricerca proseguirà con una serie di convegni internazionali, dedicati tra l’altro al tema del Rinascimento nel lungo periodo e alla figura di Armando Brasini. Daremo corso a una serie di interventi di restauro, sia per riaprire zone finora chiuse al pubblico, sia per apprezzare di nuovo e di più determinati autori e opere: a marzo partirà il restauro della decorazione dell’Altare della Patria di Angelo Zanelli. Il 2023 vedrà inoltre la nuova edizione della rassegna di conferenze Al centro di Roma e l’inizio della stagione delle mostre, con operazioni focus su alcune delle principali opere del nostro patrimonio.

© MiC – Vittoriano
© MiC – Vittoriano

LE PROSPETTIVE PER VITTORIANO E PALAZZO VENEZIA

Il Vittoriano e Palazzo Venezia hanno due identità museali piuttosto definite e diverse, quali sono state le principali criticità che ha riscontrato nel momento di realizzare a livello operativo una loro fusione all’interno di un singolo istituto come il VIVE?
A livello di gestione museale, in realtà, le differenze possono facilmente trasformarsi in opportunità. Per spiegarmi facciamo un passo indietro fino al 2015, quando mi venne affidata la direzione del Polo Museale del Lazio, 46 fra musei, aree archeologiche e luoghi della cultura. Bene: i miei cinque anni di gestione hanno segnato una crescita continua, sia del Polo, sia di ciascuno dei 46. La chiave risiede in una corretta visione e in una altrettanto corretta interpretazione museologica. Quanto al VIVE, si tratta anche qui di rispettare quanto obiettivamente esiste di diverso – ovvero le identità storico-culturali del Vittoriano e di Palazzo Venezia – e invece di lavorare sodo e bene sui fattori comuni, specie in termini di amministrazione, organizzazione e comunicazione. A livello operativo, abbiamo collegato i due istituti unificando le attività di manutenzione, stabilendo un solo orario di apertura, un solo biglietto, una sola linea di comunicazione, in analogico e in digitale, e infine una sola programmazione culturale. Questo l’oggi, che come abbiamo visto sta già dando i suoi frutti. Per il domani, abbiamo pensato a una narrazione museale integrata, capace di rispettare l’identità dei due edifici ma anche di mettere a sistema le diversità: Palazzo Venezia sarà il luogo dove si raccontano l’arte e la cultura del nostro Paese, grazie a un percorso che gravita sul Fatto-in-Italia, nel Vittoriano quello che ne racconta la storia e le istituzioni.

MiC - VIVE, Palazzo Venezia, depositi
MiC – VIVE, Palazzo Venezia, depositi

Oltre a ospitare importanti musei, entrambi gli edifici rappresentano momenti rilevanti della storia architettonica della Capitale: se Palazzo Venezia è la più grande costruzione quattrocentesca di Roma, il Vittoriano di Giuseppe Sacconi è forse uno dei monumenti di stile eclettico più magniloquenti d’Europa. Ritiene che il Vittoriano ‒ come affermava nel 2003 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ‒ stia vivendo una sua “seconda gioventù”? 
È vero: quando sono arrivata qui un tratto importante del percorso era stato compiuto. Possiamo dire che i tempi erano maturi. Già negli Anni Ottanta del secolo scorso un insigne storico dell’arte tedesco, Christoph Luitpold Frommel, reintrodusse Palazzo Venezia nel vivo del dibattito sul Rinascimento romano. A Frommel si deve fra l’altro una nuova ipotesi sull’architetto del palazzo, da sempre connesso al grande Leon Battista Alberti. Le ricerche proseguono ancor oggi. Qualcosa di analogo è accaduto con il Vittoriano. Sempre negli Anni Ottanta del Novecento il regista britannico Peter Greenaway, un grande artista e un profondo conoscitore del nostro Paese, lesse il Vittoriano come una grande opera d’arte e di architettura. Quanto al presidente Ciampi, egli fornì al Vittoriano una strada istituzionalmente virtuosa, tra l’altro facendo del monumento una sorta di “seconda casa” degli Italiani, dopo il Quirinale, e collegandolo al mondo della scuola: inaugurare l’anno scolastico dal Piazzale del Bollettino, un luogo chiave per la nostra patria e le sue memorie, rappresentò un gesto molto significativo.

È più facile oggi comprendere il valore simbolico, architettonico del Vittoriano e la sua ricchezza scultorea e decorativa?
Sia pure attraverso percorsi, metodi e protagonisti differenti, sia Palazzo Venezia, sia il Vittoriano hanno vissuto e stanno insomma vivendo un forte rilancio critico. Per l’uno questo rilancio passa attraverso una migliore conoscenza del Rinascimento, in particolare in architettura, come pure delle molte e spesso cruciali figure che l’hanno abitato o l’hanno visitato. Penso fra gli altri ad Erasmo da Rotterdam, a papa Paolo III Farnese e Carlo V, a Giovanni Battista Piranesi, Antonio Canova o Francesco Hayez. Per il Vittoriano il rilancio passa attraverso la migliore comprensione del ruolo e del peso avuti a Roma dopo la breccia di Porta Pia dal linguaggio neo-rinascimentale, specie nei grandi palazzi del potere: il volto della Terza Roma ne è ancor oggi profondamente segnato, come dimostrano i ministeri su via XX settembre o il Palazzo di Giustizia.

Deposito rastrelliera dipinti
Deposito rastrelliera dipinti

L’IDEA DI MUSEO OGGI

Palazzo Venezia, secondo la visione originale di Adolfo Venturi e Federico Hermanin, era destinato a essere il grande Museo del Medioevo e del Rinascimento di Roma. Oggi, sotto la sua direzione, si appresta a ritrovare una propria collocazione fisiologica all’interno del contesto museale romano come museo consacrato alle arti applicate e alle arti decorative, al “Fatto-in-Italia” cui accennava. Ritiene che i visitatori oggi siano più consapevoli dell’importanza dei linguaggi artistici delle arti decorative e applicate? Non è forse proprio questo il comun denominatore tra Palazzo Venezia e il Vittoriano, l’essere cioè un museo identitario, basato su un ingrediente così tipicamente italiano come la produzione artistica e artigianale nel suo fondamentale utilizzo pratico e nel suo indubbio valore estetico?
Altrove i musei di arti applicate possono contare su una solida base di pubblico: basti guardare al Victoria & Albert Museum di Londra o al MAK di Vienna. Senza voler istituire un paragone diretto, è la stessa identità del VIVE a spingere in tale direzione, che peraltro a Roma è sostanzialmente inedita, almeno a livello statale. Quanto al Fatto-in-Italia, esso rappresenta un elemento basilare nel lungo percorso che dal Medioevo, passando attraverso l’avvento dell’industria – nella Penisola particolarmente difficile – conduce fino al Made in Italy. Questo elemento accomuna certamente i due monumenti. Ed è un tema che sta riscuotendo – e giustamente – anche un progressivo credito presso i visitatori. È questo pensiero che mi ha guidato nella scelta dell’architetto del nuovo percorso di visita di Palazzo Venezia, Michele De Lucchi. La carriera di De Lucchi parla di un architetto-museografo notoriamente connesso all’Italia, al suo artigianato artistico e al fenomeno del Fatto-in-Italia.

Hans Ottomeyer, l’ex presidente del Deutsches Historisches Museum di Berlino, in una intervista al Corriere della Sera del 2011, in occasione della proposta, lanciata da Andrea Carandini ed Ernesto Galli della Loggia per i 150 anni dall’Unità d’Italia, relativa alla realizzazione di un grande museo dedicato alla storia del nostro Paese, aveva ipotizzato come luogo ideale gli spazi presenti al di sotto delle scalinate del Vittoriano, le cosiddette “Gallerie Sacconi”. In effetti il Vittoriano, con il Museo Centrale del Risorgimento, la sua simbologia architettonica e musiva, gli spazi commemorativi (pur di altra pertinenza ministeriale) come l’Altare della Patria, il Sacrario delle Bandiere e la Tomba del Milite Ignoto, rappresenta già una sorta di grande museo nazionale dedicato alla storia recente d’Italia. È prevista una valorizzazione in questo senso?
Conosco bene questa proposta e anche altre. Tutte contengono qualcosa di vero e di buono e dunque meritano il massimo rispetto. Prima di proseguire mi sembra giusto rammentare che il Vittoriano ha a sua volta un’identità precisa, frutto di una stratificazione abbastanza complessa. Tale identità vanta un respiro e una prospettiva nazionali: il Vittoriano include Roma, ma la interpreta come la capitale d’Italia, cioè in termini realmente nazionali. Dal 1957, ovvero dai Trattati di Roma, tale prospettiva si è peraltro legata a doppio filo con la prospettiva europea.
Preferirei allora partire da un’interpretazione di questo tema unitario, che io stessa ebbi modo di fornire nella mostra Lessico italiano, inaugurata nel 2019 dal Presidente Sergio Mattarella, che vede nella lingua italiana un fattore, anzi il fattore primigenio e coesivo della nostra identità. All’interno del percorso questo fattore serve a tenere uniti altri aspetti fondamentali del nostro Paese, dalle istituzioni alle forze armate, dal lavoro all’istruzione.
Ecco, le Gallerie Sacconi riprenderanno il filo di Lessico italiano per offrire al visitatore, italiano e non, un percorso di visita in grado di comunicare in modo semplice, eppure efficace, cosa significhi essere italiani oggi, al di là di vecchi stereotipi e luoghi comuni. Su questo tronco principale s’innesteranno altri momenti narrativi: uno di questi momenti, tra i più sentiti dal pubblico, è rappresentato dalla storia della fabbrica del Vittoriano, cioè delle vicende costruttive del monumento.

MiC - VIVE, Palazzo Venezia, Sala delle Battaglie
MiC – VIVE, Palazzo Venezia, Sala delle Battaglie

I PROGETTI PER VIVE

L’Ala Brasini era un tempo un luogo destinato a esposizioni temporanee. Ora è rientrata pienamente nelle disponibilità del Vittoriano. Quali sono le prospettive future in merito a una sua integrazione all’interno del circuito museale?
L’odierna Ala Fori Imperiali, per molto tempo nota come Ala Brasini dal nome del progettista, è una struttura di notevole pregio architettonico. Brasini, del resto, autore di notevole qualità, ha lasciato una traccia profonda nel Vittoriano, di fatto chiudendo il cantiere iniziato tanto tempo prima da Giuseppe Sacconi. Tutto questo – e altro ancora – verrà fuori nel convegno sulla sua opera organizzato dal VIVE per il novembre di quest’anno, citato poco fa.
Ma torniamo all’Ala Fori Imperiali. La sua spazialità è stata per molto tempo nascosta da un allestimento per mostre, che nel corso degli anni è andato peraltro deperendo. Al momento della consegna al VIVE questo allestimento era ormai inservibile: al di sotto, le strutture e le superfici avevano bisogno di urgenti lavori di restauro. Si tratta di operazioni, come si capirà, abbastanza complesse, cui abbiamo dedicato e stiamo dedicando tempo, energie e naturalmente anche fondi – per essere esatti sei milioni di euro. Quanto al futuro, esso è già scritto. Uno dei mandati istituzionali della nostra direzione prevede che il VIVE diventi un centro espositivo di livello internazionale. Una volta rinnovata, l’Ala Fori Imperiali assumerà un ruolo pivotale in questo disegno, in concordia con altri luoghi del VIVE. Il progetto prevede il pieno recupero della spazialità originaria – ripeto: di grande qualità – e la dotazione di impianti tecnologici all’altezza. L’inaugurazione è prevista per lo scadere del 2024.

Palazzo Venezia è noto anche per la sistemazione delle cosiddette Sale Studio, ambienti dei depositi musealizzati e pronti a essere visitati da studiosi ed esperti. Oggi è possibile accedervi grazie a visite guidate su prenotazione. Si prevede una loro maggior apertura in futuro o eventualmente una loro integrazione nel percorso espositivo in talune occasioni?
Il nuovo progetto di allestimento del piano nobile di Palazzo Venezia cui sto lavorando insieme a Michele De Lucchi è concepito proprio per restituire alla fruizione pubblica un congruo numero di opere di pregio obiettivamente rimarchevole, finora confinate nei depositi. La Sala Regia, collocata nel cuore del percorso, accoglierà esposizioni temporanee incentrate su altri oggetti o nuclei di oggetti sempre conservati nei depositi. Le visite alle Sale Studio naturalmente continueranno: in ogni modo, tutti i materiali saranno fruibili anche online grazie al lavoro sistematico di catalogazione scientifica del nostro patrimonio, un lavoro che sta coinvolgendo una squadra di una cinquantina studiosi, per lo più giovani.

Qualora il progetto di Mario Botta, voluto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di collocare presso Palazzo San Felice al Quirinale la Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte (BiASA) vedesse la luce, in che modo sarà possibile utilizzare gli spazi liberatisi all’interno dell’edificio di Palazzo Venezia come la Torre della Biscia, oggi utilizzata dalla biblioteca?
Non vedo motivi per mettere in dubbio il progetto della nuova Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte. Si tratta di un progetto bello, sentito e importante, che merita la massima attenzione e anche – lasciatemelo dire – una buona dose di rispetto, se non altro per via degli sforzi che vi sono dietro. Ciò detto, in vista del trasferimento abbiamo subito iniziato a lavorare sulla valorizzazione del patrimonio della BiASA, ingente per numeri e per qualità. La liberazione degli spazi oggi occupati dalla biblioteca rappresenterà un passo decisivo per il VIVE. Da un lato, essa consentirà di proiettare decisamente Palazzo Venezia sulla piazza antistante, anziché lungo via del Plebiscito, come adesso: per questo abbiamo già studiato una serie di spazi di accoglienza ad hoc. Dall’altro, le sale lasciate libere dai libri e dalle riviste permetteranno di ampliare l’attenzione verso il Fatto-in-Italia – che, ripetiamo, è la colonna vertebrale di Palazzo Venezia – anche sul piano delle esposizioni temporanee.

MiC - VIVE, Vittoriano, Dea Roma
MiC – VIVE, Vittoriano, Dea Roma

MUSEI E AUTONOMIA

Si ritiene soddisfatta dell’autonomia che è stata concessa nel corso degli ultimi anni ai Musei Autonomi? Quali sarebbero le modifiche che auspicherebbe venissero adottate all’interno di un’eventuale implementazione della Riforma Franceschini?
La Riforma Franceschini, come viene normalmente chiamata, ha inciso in profondità nei nostri musei e più in generale nel nostro sistema di tutela. Di fatto, essa ha tracciato un prima e un dopo. Come sempre capita in questi casi, occorre del tempo prima che un’azione di questo genere, così profonda e radicale, venga metabolizzata e fatta propria da tutte le componenti del sistema: dato che si tratta di musei dello Stato, parlo del sistema-Paese, cioè della società italiana nel suo complesso. In questo momento non auspicherei dunque ulteriori modifiche. Piuttosto, penserei a un’azione o ancor meglio a una serie di azioni volte proprio a sensibilizzare tutte le componenti del sistema in vista di obiettivi comuni e realmente condivisi.

Secondo una celebre definizione di uno dei massimi museologi della nostra epoca, il franco-polacco Krzysztof Pomian, all’interno dei musei sono esposti oggetti visibili di un mondo invisibile: sono dunque semiofori, portatori di significato altro. Questa dimensione è particolarmente significativa per un istituto come il VIVE, che unisce il mondo delle arti decorative e applicate con oggetti di particolare valore storico. Possiamo chiederle di selezionare per noi due oggetti a lei particolarmente cari per rappresentare ciascun museo?
Per Palazzo Venezia la mia scelta cade sulla Cassetta da viaggio del cardinale Pietro Barbo, il fondatore dell’edificio, poi divenuto papa Paolo II. In cuoio bollito su una struttura in legno, essa spetta a un artista veneto, che la realizzò tra il 1440 e il 1464. Al di là della esecuzione, di grande raffinatezza tecnica, è difficile immaginare un oggetto più capace di tenere uniti – e a un livello così elevato – arte e manifattura, storia e religione. Per il Vittoriano penso alla decorazione dell’Altare della Patria di Angelo Zanelli, articolata in tre parti, la statua con La Dea Roma e i due rilievi laterali raffiguranti L’amor patrio e Il Lavoro. Si tratta di un’impresa immensa, di grande significato eppure anche caratterizzata da passaggi di estrema delicatezza, come ad esempio la famiglia all’interno de Il Lavoro oppure il panneggio de La Dea Roma.

Thomas Villa

https://vive.cultura.gov.it

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