Pietro Del Re – L’etica dell’inviato

Milano - 08/02/2014 : 01/03/2014

L’etica dell’inviato, come esprime la sua stessa etimologia, consiste nel partire, armati di penna e taccuino, possibilmente con un bagaglio di buone letture alle spalle, per avvicinarsi il più possibile all’evento, alla catastrofe o alla guerra che va narrata.

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Comunicato stampa

È facile fare l’inviato. Basta andare, vedere e raccontare. Poi, però, quando si tratta di scrivere, o meglio, trascrivere ciò che si è visto e vissuto, è necessario adoperare il filtro della propria umanità. Come sostenevano Albert Londres e Ryszard Kapuściński, ma anche Egisto Corradi, Tiziano Terzani e Sandro Viola, bastano queste poche parole per riassumere l’essenza del mestiere. L’etica dell’inviato, come esprime la sua stessa etimologia, consiste nel partire, armati di penna e taccuino, possibilmente con un bagaglio di buone letture alle spalle, per avvicinarsi il più possibile all’evento, alla catastrofe o alla guerra che va narrata

Rappresentare un’attualità spesso remota e cruenta, cercando di capirla per meglio spiegarla agli altri, proprio come farebbe uno storico del presente, è la sola ambizione di questa nobile forma del giornalismo. Pietro Del Re, inviato per gli Esteri del quotidiano La Repubblica, parte anche lui con penna e taccuino verso i conflitti e i cataclismi che insanguinano il pianeta. Da qualche anno, Del Re porta con sé anche una macchina fotografica: per esplorare le nuove opportunità che offrono oggi le diverse piattaforme multimediali; ma anche per affinare lo sguardo del cronista, fissando con l’immagine delle realtà che diventano appunti fotografici.