Emilio Tadini – Opere dal 1985 al 1996

Milano - 18/09/2012 : 31/10/2012

La Fondazione Marconi ha il piacere di presentare la mostra Emilio Tadini. Opere dal 1985 al 1996 organizzata in occasione dei dieci anni dalla morte dell’artista milanese.

Informazioni

Comunicato stampa

La Fondazione Marconi ha il piacere di presentare la mostra Emilio Tadini. Opere dal 1985 al 1996 organizzata in occasione dei dieci anni dalla morte dell’artista milanese.

La mostra, allestita su tutti e quattro i piani dello spazio espositivo, è dedicata alla produzione ultima del pittore: le opere esposte vanno dal 1985 al 1996.

L’esposizione si propone come logico proseguimento della mostra Emilio Tadini. 1960-1985 L’occhio della pittura, allestita nel 2007 negli spazi della Fondazione Marconi, della Fondazione Mudima e dell’Accademia di Brera dedicata agli inizi della carriera dell’artista fino al 1985



Considerato una tra le voci più originali del dibattito culturale del secondo dopoguerra italiano, fin dagli esordi Emilio Tadini sviluppa la propria pittura per grandi cicli, popolati da un clima surreale in cui confluiscono elementi letterari, onirici, personaggi e oggetti quotidiani, spesso frammentari, dove le leggi di spazio e tempo e quelle di gravità vengono del tutto annullate.
A partire dalla seconda metà degli anni ’80 l’attenzione di Tadini si concentra su temi e soluzioni stilistiche che emergeranno poi con forza anche nei trittici del decennio successivo.
Innanzitutto il tema della città, sviluppato nella serie Città italiane dove emergono frammenti di architetture: è un’architettura stravolta, fatta di edifici imponenti accumulati uno sull’altro, che comunicano una sensazione quasi claustrofobica.

Un altro tema, che sarà poi sviluppato anche nei trittici, è quello del profugo. L’artista racconta di essere stato affascinato fin da piccolo dalle fotografie dei profughi sui giornali:

“quella del profugo mi sembra una metafora che rappresenta bene la nostra condizione attuale – la condizione della nostra cultura, alta o bassa che sia. Sbarcare, andar via … lasciare la casa delle certezze, delle sicurezze… può capitare che il profugo si lasci dietro, fra tante altre cose, anche qualche frammento del famoso soggetto. Ma non è certo il caso di farne una tragedia”.

In Profughi (1986) c’è una figura che ha sulle spalle una valigia aperta da cui scivolano via oggetti personali, libri, pennelli, tubetti di pittura, insomma i ricordi del personaggio, la sua memoria. Sul fondo del quadro la scritta refugee.

La serie Inno alla notte ha come protagonisti figure isolate, pensierose, come quella dove compare la scritta pietas, nel buio delle ore notturne, illuminate solo dalla debole luce di una candela.
Nella serie dedicata all’Oltremare una sorta di Pinocchio surreale galleggia in uno sfondo blu notte sul quale compaiono le parole Now e where, che in un quadro diventa Nowhere come a dire che, quello del dipinto, non è uno spazio.

Sono opere queste gremite di figure e di colore ed è da qui che inizia il lavoro di Tadini sui trittici. In questi lavori la sovrabbondanza di elementi che caratterizzava le opere precedenti viene portata all’eccesso nel momento in cui lo spazio del quadro viene triplicato e soprattutto la pittura comincia a farsi narrazione.

“Tadini vuole dipingere come si scrive un romanzo, non vuole la compresenza delle figure, ma una lettura in successione, vuole che vi siano cause ed effetti, che vi sia un inizio e una fine, che vi sia un climax dell’azione e vi siano delle pause”. (Arturo Carlo Quintavalle)

Nei trittici è la figura a prevalere: un sovrapporsi quasi ossessivo di corpi come ne Il corridore notturno, Music Hall e Insomnia Night.
Sei dei trittici esposti sono dedicati al tema de Il ballo dei filosofi : figure oppresse, decostruite, costrette in spazi angusti:
“E’ necessario recuperare le figure, scrive Tadini, e allude all’umanità delle persone, ma qui sono proprio le loro dimensioni, le loro assurde proporzioni, i loro rapporti a rendere impossibile il compito.” (Arturo Carlo Quintavalle)
Sono esposte poi alcune carte di grande formato (150 x 100 cm), Chateau d’amour, Aux cieux vagues, manichini che vagano nello spazio come la serie dedicata alle Figure, rappresentate attraverso giacche colorate appese a delle grucce.

“Il foglio di carta è, allora, il materiale ideale per sperimentare, per mettere alla prova certe idee, e soprattutto per abbandonarmi alle idee che vengono da sole – o meglio: alle idee che sono il prodotto di associazioni e relazioni che, probabilmente hanno avuto luogo; senza che io potessi rendermene conto, in qualche zona semibuia della mia coscienza, e, magari, a grandissima velocità”.

Allo Studio Marconi ’65 sarà esposta una selezione di opere serigrafiche dello stesso periodo.

In occasione della mostra alla Fondazione Marconi sarà pubblicato da Skira un volume dedicato all’ultima parte dell’attività di Emilio Tadini, con immagini delle opere dal 1985 al 1996, un saggio di Arturo Carlo Quintavalle e una selezione di testi critici.




Emilio Tadini nato a Milano nel 1927, si laurea in lettere e si distingue subito tra le voci più vive ed originali nel panorama culturale del secondo dopoguerra. Nel 1947 esordisce su “Il Politecnico” di Elio Vittorini con un poemetto, cui fa seguito un’intensa attività critica e teorica sull’arte (Possibilità di relazione,1960; Alternative attuali, 1962; l’ampio saggio Organicità del reale, su “Il Verri”). Nel 1963 esce il suo primo romanzo, Le armi l’amore (Rizzoli), cui seguono nel 1980 L’opera (Einaudi), nel 1987 La lunga notte (Rizzoli), nel 1991 il libro di poesie L’insieme delle cose (Garzanti) e nel 1993 l’ultimo romanzo, La tempesta (Einaudi). Al lavoro critico e letterario Tadini affianca sin dalla fine degli anni Cinquanta la pratica della pittura. La sua prima esposizione personale è del 1961 alla Galleria del Cavallino di Venezia. Fin dagli esordi sviluppa la propria pittura per grandi cicli, costruendo il quadro secondo una tecnica di sovrapposizione di piani temporali in cui ricordo e realtà, tragico e comico giocano di continuo uno contro l’altro. Dal 1967 espone regolarmente allo Studio Marconi e nel corso degli anni Settanta tiene esposizioni personali all’estero, a Parigi, Stoccolma, Bruxelles, Londra, Anversa, negli Stati Uniti e in America Latina, sia in gallerie private che in spazi pubblici e musei. È presente in numerose collettive. Dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1978 e nel 1982, allestisce una grande personale alla Rotonda di via Besana nel 1986, dove espone una serie di tele che preannunciano i successivi cicli dei Profughi e delle Città italiane, quest’ultimo presentato poi nel 1988 alla Tour Fromage di Aosta. Nel 1990 espone allo Studio Marconi sette grandi trittici. Del 1992 è la mostra Oltremare alla Galerie du Centre di Parigi. Nel 1993 la mostra Oltremare, con nuovi quadri, è riproposta da Marconi a Milano. Nel 1995 espone alla Villa delle Rose di Bologna otto trittici del ciclo Il ballo dei filosofi. A partire dall’autunno del 1995 fino all’estate del 1996 ha luogo in Germania una grande mostra antologica nei musei di Stralsund, Bochum e Darmstadt, accompagnata da una monografia a cura di Arturo Carlo Quintavalle. Nel 1996 Il ballo dei filosofi è riproposto da Marconi.
Nel 1997 tiene mostre personali presso la Galerie Karin Fesel di Düsseldorf, la Galerie Georges Fall di Parigi e il Museo di Castelvecchio a Verona. Gli ultimi cicli esposti sono quelli delle Fiabe e delle Nature morte. Nel 1999 presenta il ciclo delle Fiabe alla Die Galerie di Francoforte. Per alcuni anni è commentatore del “Corriere della Sera” e dal 1997 al 2000 è presidente dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 2001 gli è dedicata un’ampia retrospettiva nel Palazzo Reale di Milano. Muore nel settembre 2002. Nella primavera del 2005 il Museo Villa dei Cedri di Bellinzona gli dedica una grande mostra antologica. Nel 2007 viene inaugurata a Milano la mostra Emilio Tadini 1960-1985. L’occhio della pittura, negli spazi espositivi delle Fondazioni Marconi e Mudima e dell’Accademia di Brera.