Daverio, la Rai, l’Europa e lo spritz

Papillon e panciotto. Dominante cromatica rossa. Una cortesia che pare innata e una disponibilità rara in personaggi così mediaticamente esposti. In margine ad “Artelibro”, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Philippe Daverio. L’idea era parlare del decesso di “Passepartout”, ma il piacevole naufragio si è puntualmente verificato.

Philippe Daverio

Fra una telefonata e un saluto, sono ricorrenti le pause causate dai fan che si dicono esterrefatti per la chiusura di Passepartout. Philippe Daverio, in sgargiante tenuta rossa, papillon d’ordinanza e ottimo umore, lo incontriamo al bar di Palazzo Fava, a Bologna. Sta sfogliando il sontuoso volume che deve presentare fra un paio d’ore, nell’ambito del programma di Artelibro 2011. Di fronte, un Daverio spritz. Al tavolo anche Fabio Roversi Monaco, ex rettore dell’Alma Mater (per tre mandati consecutivi), presidente della Fondazione Carisbo e di Bologna Fiere. “Lui è un uomo fuori dall’ordinario, un pazzo vero”, dichiara, divertito, Daverio. “Insieme abbiamo inventato questo sistema dei musei di Bologna: Palazzo Fava, Palazzo Pepoli… Chi è quel folle che mi affida un progetto da 120 milioni di euro in tre anni?!

 

Non la Rai attuale…
Noooo. [Ride di gusto] Poveretti… Diciamo la verità: io voglio bene a quelli della Rai. Ha visto la mia intervista sul Fatto Quotidiano? [Pubblicata venerdì 23 settembre]

Ho soprattutto letto lo spassoso comunicato diffuso dall’Ansa il 21 settembre. Ci dobbiamo rassegnare?
La scomparsa di Passepartout è definita, non quella di Daverio.

Cos’è accaduto precisamente?
Il sistema Rai ha inventato un meccanismo di normative così articolato e complesso che gli si è legato intorno al collo. E si è inceppato.

Quindi non è uno strappo con la rete, che fra l’altro ha perso il suo direttore, Paolo Ruffini?
I miei rapporti con Rai3 sono buonissimi. Penso sia l’unica emittente sulla quale si possa apparire in Italia. Però si son dati regole nuove – ed era giusto che se le dessero – e così hanno scoperto che quelle vecchie non stavano in piedi. Cosa che io sapevo da tempo.

Paolo Ruffini

È una questione di contratti?
Esatto: è saltata la possibilità di fare contratti “esterni”.

 

Ma le puntate del 2011 di Passepartout sono già state preparate, immagino…
Purtroppo, essendo un imprudente, ho prodotto per loro delle puntate fidandomi della parola, mentre con un ente pubblico bisogna fidarsi solo degli atti. Per cui Passaepartout così com’è, anzi com’era, è morto. Magari nascerà qualcos’altro, in futuro; anzi, me lo auguro! Abbiamo girato cose molto interessanti in Cina, un Paese che l’Italia conosce poco. A mio parere sarebbe utile avere due o tre idee in più su quello che è uno dei nostri partner probabilmente più significativi della vita intellettuale, creativa e anche economica degli ultimi anni.

Tutto materiale destinato al macero o sta pensando a un format differente?
Io sono un maniaco della qualità linguistica. Quindi i materiali resteranno gli stessi, però bisognerà leggerli con una trasversalità diversa. Ci vuole un po’ di lavoro di montaggio, ma sicuramente non intendo buttar via 20 ore di riprese cinesi, che in questo momento sono utili a tutti.

Come vede il futuro della Rai?
Sono sicuro che, entro 3-4 mesi, il CdA riuscirà a trovare un accordo sul nuovo direttore. Il mio emittente preferito è l’Italian National Television. Bisogna essere nazionali! In Italia essere privati non è semplice, perché poi in giro per il mondo si rischia di essere scambiati per il privato numero uno, quello che piace moltissimo agli italiani ma molto poco nel resto del mondo.

Mentre su Rai3 la situazione è in stallo, su Rai5 continua ad andare in onda Emporio Daverio (oltre alle repliche di Passepartout du Rai3). Che ne pensa della rete neonata?
A mio parere è una delle televisioni del futuro, perché non c’è dubbio che nasceranno delle nicchie solide e che il concetto di generico, con gli anni, verrà leggermente riguardato.

Philippe Daverio

E La7?
La7 è una nuova palestra per lo scontro fra le bande.

 

Fra le bande?
Sì, della politica. Cosa gliene frega a La7 dei problemi nostri, della cultura, dell’arte?

Quindi non ci ha fatto un pensierino, in questo periodo di esodo di massa?
Ma come faccio io ad andare a Pechino e a dire che sono de La7?!

E Arte?
Non mi piace. Anzi, mi piace e non mi piace. Nel senso che il modello Arte non ha trovato una risposta alla retorica accademica specifica dei francesi e dei tedeschi, che appena li lasci liberi diventano dei tromboni. Non voglio vantarmi, perché Passepartout non sono io; Passepartout è un gruppo di sei persone che non ha mai fatto televisione e che ha inventato un proprio linguaggio, anche di ricerca saggistica. Passepartout non è divulgazione.

Ah no?
La divulgazione è rendere al volgo ciò che contiene l’accademia. Non è ricerca. Io ho avuto la fortuna – e di questo ringrazio tantissimo la Rai – di aver avuto un editore che mi ha permesso di pubblicare dei saggi in video. Arte ha paura dei saggi! È anche vero che recentemente ho fatto una cosa in francese con loro a Roma, che andrà in onda in questi giorni. E loro si sono stupiti. Hanno detto: “Ma si può fare anche così?!”. Non se l’aspettavano…

Non il documentario a tesi, ma la documentazione di un percorso…
Esatto! Ad Arte partono troppo dall’accademia. E infatti sto tornando in Francia per un po’,  ma non alla televisione, bensì all’editoria. L’Italia è un Paese televisivo, e per un motivo serio: è un Paese melodrammatico. L’Italia nasce dal melodramma, e la televisione è la figlia diretta del melodramma. La Francia è un Paese che nasce dalla grande letteratura e dal grande teatro, e ancora oggi è un Paese di letteratura. Se ti vuoi affermare in Italia, devi passare dalla televisione; se ti vuoi affermare in Francia, devi passare dall’editoria. Sono regole completamente diverse. E in Germania devi passare da dove? [Con spiccato accento tedesco] Dalla cattedra universitaria, altrimenti non sei nessuno!

Ancor meglio in un paesino sperduto…
Certo, tipo Tübingen!

Fabio Alberto Roversi Monaco

Lei ha un’idea di Europa, diciamo così, composita…
Noi abbiamo una conoscenza molto disorganica dei meccanismi mentali dell’Europa: sono molto diversi da un Paese all’altro. Io sono un europeista convinto, l’Europa un giorno sarà fantastica, e sarà la cosa più importante del mondo quando comprenderà l’Europa di Adriano, il Nordafrica, la tomba di Abramo, l’Iraq. L’Europa un giorno avrà un miliardo di abitanti.

Molto diversa è l’Europa attuale, sostanzialmente economica, e anche da quel punto di vista con risultati non entusiasmanti…
Questa è un’Europa totalmente sbagliata, è l’Europa voluta dall’America. C’era un’altra Europa possibile, quella piccolissima, anche quella andava bene…

Ci tolga una curiosità, per chiudere in leggerezza: com’è fatto questo spritz Daverio?
È un intruglio, un misto di ananas, Schweppes, rum giamaicano e una goccia di angostura e di granatina. È una bomba che fabbricavo quando facevo il barista!

Marco Enrico Giacomelli

www.passepartout.rai.it

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.