La Biennale raddoppia in Toscana, anzi no triplica… o meglio: quadruplica

Le tappe toscane del percorso della Biennale sono infine diventate quattro. A Prato e Firenze si aggiungono Figline e Massarosa. E mentre Sgarbi si prodiga a dimostrarci “quanto è comunista”, viene da chiedersi se all’apice di questa sovrabbondanza non vi sia piuttosto un bisogno di trionfare comunque. Sommergendo sì le “logiche mafiose” del mercato dell’arte, ma anche l’esperienza estetica (e la libera attività critica) del visitatore.

Antonino Bove - Cerebro

Un folto stuolo di giornalisti e operatori culturali attendeva, alle ore 13 di mercoledì 13 luglio, nella splendida sede di Villa Bardini in Firenze, l’inizio della conferenza stampa di presentazione per l’estensione toscana del Padiglione Italia della Biennale di Venezia. O meglio, il primo oggetto di attesa era semmai lo one man show del suo curatore. E Vittorio Sgarbi non ha tradito le aspettative, intrattenendo il suo pubblico con il solito repertorio pirotecnico: dalle dichiarazioni di odio e disistima nei confronti di Jannis Kounellis alle sue assicurazioni di quanto comunista egli rimanga, nel profondo; fino alla conferma, pur nella profonda stima, della “qualità escrementizia” delle esposizioni del Pecci, il tutto a comporre (come c’era da aspettarsi) una lunghissima e articolata apologia del suo progetto per la 54. Biennale.
Niente da ridire: le argomentazioni reggono alla prova del fuoco. Ma viene da chiedersi come mai, in una Biennale che tanto vanta la “democratizzazione” dell’arte italiana, tutto debba poi ruotare attorno all’“egocentrismo vanesio” (parole dello stesso Sgarbi) del suo curatore. Lo ha dimostrato questa “costola toscana” del progetto: che non si è fermata alle sole sedi di Firenze e Prato, ma ha toccato anche Figline Valdarno (con due mostre della Fondazione Giovanni Pratesi) e il Comune di Massarosa (con la mostra Ri-generazioni), che ospita le opere di 24 artisti, sei dei quali “direttamente selezionati” dal curatore della Biennale, il quale aveva “direttamente selezionato” la sede, dopo averla visitata a maggio (e l’assessore Riccardo Rolli ne ha affettuosamente ricordato l’immagine, “sdraiato su un muretto mentre coglie la bellezza del paesaggio”). A rendere ancor più sottile il filo che separa “espansione” da “megalomania”, giungono infine le ultime dichiarazioni: che il Padiglione Nervi di Torino sarà “un secondo Padiglione Italia” e solo il Museo della Follia potrà “degnamente chiudere la folle impresa della Biennale”.

Massimo Barzagli - Volantino - 2006/2010

Nello specifico, la mostra allestita in Villa Bardini si è dimostrata un’esperienza stimolante, pur nella ristrettezza degli spazi (riadattata allo scopo anche parte del ristorante). Permane vivo quel senso di mancanza di unità già altrove percepito, ma l’obiettivo finale del progetto – ha confermato Sgarbi – è quello di comporre “gli indici dei pittori e artisti del nuovo millennio”, se non proprio “un bilancio dell’arte contemporanea italiana”. Il problema dell’“unità”, insomma, lo si potrà lasciare ai posteri.
Più equilibrata e distesa la mostra allestita al Centro Pecci, dove un numero minore di artisti (20, contro i 26 di Firenze) ha occupato le sale senza troppo sovrapporsi. All’inaugurazione delle 21 presente anche il curatore, che ha ripetuto lo show della conferenza, attirando un foltissimo pubblico, che nelle prime ore ha letteralmente intasato i pur ampi spazi del museo. Dopo una giornata di tanti piccoli assaggi, si potrà tornare a casa con un’indigestione, ma quello che si muove nello stomaco, è qualcosa di vivo.

Simone Rebora


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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.