Mario Schifano e la New York della Pop Art

Il Center for Italian Modern Art della Grande Mela rende omaggio a Mario Schifano, ripercorrendo il suo fondamentale legame con New York e interrogandosi su quanto fosse realmente pop la sua arte.

Tra gli artisti italiani più ingiustamente trascurati dalla cultura americana c’è Mario Schifano, quasi sconosciuto da questa parte dell’Oceano. A rimediare ci pensa il Center for Italian Modern Art che, dal suo spazio-casa di Soho, da anni promuove la conoscenza dell’arte del Novecento italiano negli USA, attraverso mostre ogni anno dedicate a un artista diverso. Il 2021 è l’anno di Facing America: Mario Schifano 1960-65, in corso fino al 13 novembre. La mostra, a cura di Francesco Guzzetti, non è una retrospettiva ma, come spiega il titolo, il racconto del rapporto tra l’artista romano e la cultura americana di quegli anni.

SCHIFANO E NEW YORK

Tra il 1963 e il 1964, Schifano visse a New York, in un appartamento del Village, su Broadway. Erano gli anni in cui la cultura americana stava iniziando a conquistare il mondo e New York aveva ormai sostituito le capitali europee come mecca culturale d’occidente. Per gli artisti era una tappa obbligata, era il luogo in cui immergersi in tutto ciò che era nuovo e di rottura col passato. Qui Schifano entrò in contatto con il mondo della Pop Art e incontrò, fra gli altri, Jasper Johns, Robert Rauschenberg e Jim Dine, di cui il CIMA qui espone, come da sua tradizione, alcuni lavori che sottolineano un dialogo tra l’artista italiano e i suoi contemporanei americani.

Mario Schifano, A de Chirico, 1962. The Sonnabend Collection and Antonio Homem © Archivio Mario Schifano © 2020 Artists Rights Society (ARS), New York SIAE, Roma

Mario Schifano, A de Chirico, 1962. The Sonnabend Collection and Antonio Homem © Archivio Mario Schifano © 2020 Artists Rights Society (ARS), New York SIAE, Roma

Di Schifano sono in mostra una trentina di opere che, partendo dagli anni immediatamente precedenti al suo viaggio a New York, tracciano una storia che incrocia l’estetica della Pop Art per poi sfociare in una sua personalissima etica, distante (se non opposta) da quella della corrente americana. La mostra racconta quella storia in due capitoli: prima di New York e durante o dopo New York. Nei primi anni del quinquennio indicato nel titolo, la produzione di Schifano si concentrava su monocromi in cui il quadro non era né superficie né rappresentazione, bensì oggetto, materia. Di quei monocromi il CIMA espone un lavoro in cemento del ‘59 ironicamente e significativamente intitolato Pittura, e una serie di smalti su carta incollata su tela realizzati tra il ‘60 e il ‘61. Il tutto allestito in una installazione ariosa e luminosa che valorizza tanto la vivacità dei colori quanto la concretezza della pittura.

SCHIFANO IN AMERICA

In quei primi Anni Sessanta, il lavoro di Schifano attirò l’attenzione di Ileana Sonnabend, la cui galleria parigina sarebbe poi diventata la porta d’accesso all’Europa per la nuova avanguardia statunitense. Schifano fu uno dei primi artisti ad avere, nel 1963, una personale in quella galleria, ma prima Sonnabend riuscì a farlo includere nel gruppo esposto nel 1962 alla Sidney Janis Gallery di New York per The New Realists, considerata la prima mostra di Pop Art su larga scala, con opere di Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Claes Oldenburg, James Rosenquist, George Segal. Il 1962 segna quindi l’inizio del rapporto di Schifano con gli USA.
Pur non seguendo una rigida successione cronologica, la mostra riesce a evidenziare il percorso che dai monocromi, negli anni che seguirono il ‘62, si muove verso la figurazione, integrando quel mondo di ripetizione di immagini, loghi e suggestioni che avvicina più decisamente l’artista italiano alla Pop Art. Ma è qui che si evidenziano le differenze tra l’approccio di Schifano e quello dei suoi contemporanei americani. La cultura popolare e il consumismo interessano Schifano non per i motivi che affascinavano Andy Warhol e la Pop Art, bensì per il potere che esercitano su persone e società. Lo confermano i titoli di alcune delle opere in mostra, come Grande particolare di propaganda (1962), in cui compare il logo della Coca Cola che diventerà un elemento ricorrente nella produzione dell’artista.

Mario Schifano, New York, 1963 © Archivio Mario Schifano

Mario Schifano, New York, 1963 © Archivio Mario Schifano

Dalla serie Propaganda Schifano attinse anche per la mostra The New Realists, nella quale si ritrovò a fianco di artisti che, dall’altra parte dell’Oceano, nello stesso momento stavano iniziando a sperimentare con la stessa estetica commerciale. Ma Schifano era già disilluso rispetto al modello americano. La sua non è una celebrazione del capitalismo ma un’analisi dei cambiamenti in corso nelle società occidentali. Schifano reagisce agli eventi di quegli anni, dalla diffusione della televisione alle prime spedizioni nello spazio e, a differenza di Andy Warhol, non cerca di riprodurre l’asettica perfezione della pubblicità, bensì sembra contrapporre la manualità del suo lavoro all’estetica commerciale. Dello stesso periodo è anche il Leonardo (1963) esposto nella stanza principale del CIMA, una riproduzione lineare del più noto autoritratto di da Vinci che Schifano trasforma in icona pop, riconoscibile e ripetibile, un po’ come una Marilyn italiana. Ma la scelta di Leonardo sembra voler tracciare un legame col passato, in opposizione al culto del nuovo a tutti i costi.

DALL’ITALIA A NEW YORK

La mostra prosegue nel corridoio del loft che ospita il Centro dove, oltre alle già citate opere dei tre artisti americani, è in mostra la serie Words & Drawings che Schifano realizzò insieme al poeta Frank O’Hara, con cui il pittore aveva stretto amicizia poiché i due abitavano nello stesso palazzo. La serie è una sorta di diario a quattro mani che, attraverso i disegni di Schifano e le parole di O’Hara, documenta le percezioni e le reazioni dell’uno all’America e dell’altro all’Italia. Le 17 tavole che compongono la serie, esposta a Roma nel 1964, contengono riferimenti all’attualità americana, dall’assassinio di JFK all’Oscar a Sidney Poitier, e reminiscenze dell’Italia. La mostra prosegue con alcuni lavori del periodo più pop di Schifano, tra cui un’altra opera della serie Propaganda, Tutta propaganda (1963), e una tela ispirata alle missioni spaziali, Lo spazio (1965).

Frank O’Hara & Mario Schifano, Words and Drawings of Frank O’Hara Mario Schifano, 1964, particolare. Quenza Collection © Archivio Mario Schifano © 2020 Christie’s Images Limited © 2020 Artists Rights Society (ARS), New York - SIAE, Roma

Frank O’Hara & Mario Schifano, Words and Drawings of Frank O’Hara Mario Schifano, 1964, particolare. Quenza Collection © Archivio Mario Schifano © 2020 Christie’s Images Limited © 2020 Artists Rights Society (ARS), New York – SIAE, Roma

Nella cucina dell’appartamento di Soho, infine, una serie di foto scattate da Schifano stesso a New York racconta lo sguardo dell’artista su questa metropoli di grattacieli, ponti enormi e infinite insegne. Le sue non sono, tuttavia, le immagini eccitate e febbrili scattate da altri artisti di quegli anni al primo incontro con la maestosa e formicolante New York, bensì delicate composizioni di linee, forme e ombre. La serie di fotografie fa da corollario a una mostra che esplora il rapporto tra uno dei più pop tra gli artisti italiani e la città che diede i natali alla Pop Art e che, da quell’esplorazione, sembra concludere che Schifano, in fondo, non è mai stato così pop. E forse è proprio a causa dell’equivoco che lo ha voluto accostare a quella corrente che, da questa parte dell’Atlantico, le sue tracce si sono a lungo perse.

‒ Maurita Cardone

New York // fino al 13 novembre 2021
Facing America: Mario Schifano 1960-65
CIMA
421 Broome Street
www.italianmodernart.org

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Maurita Cardone

Maurita Cardone

Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è…

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