“The House”: il ciclo di mostre nella casa-studio di un architetto a Porta Venezia a Milano

Uno spazio al confine tra pubblico e privato, tra luogo collettivo e ambiente domestico: “The House” è un progetto all’insegna dell’incontro, che contamina architettura e arte emergente. L’intervista alla curatrice Irene Sofia Comi

Veduta dell'appartamento di The House
Veduta dell'appartamento di The House

The House è un ciclo di esposizioni ed eventi collaterali, un progetto concepito all’insegna della contaminazione: ideato dall’architetto Michela Genghini, si svolge nella sua casa, che è anche il suo studio, a Milano, per la precisione a Porta Venezia. Le mostre, circa due all’anno, saranno dedicate all’arte emergente: in un confine labile tra spazio privato e pubblico, personale e collettivo, The House vuole essere un luogo di ritrovo e connessione tra linguaggi e saperi differenti. Il primo appuntamento è fissato per il 19 giugno, con l’opening di I’ll be home tonight, la bi-personale di Hermann Bergamelli (Bergamo, 1990) e Fabio Ranzolin (Vicenza, 1993). Ci ha spiegato il tutto Irene Sofia Comi, curatrice del progetto, in questa intervista.

Come è partito il progetto?
Il progetto The House nasce da un’idea di Michela Genghini, architetto e appassionata d’arte che ha deciso di aprire il suo spazio privato, che è al tempo stesso abitazione e studio di architettura, votato all’arte emergente e alla ricerca.

Tu come ti sei inserita in quanto curatrice?
Quando è nata la nostra collaborazione, le ho proposto di inaugurare la stagione con una doppia personale dal titolo I’ll be home tonight. Da subito ha accolto la mostra con entusiasmo.

Qual è il contesto che ospita la mostra?
Lo spazio è molto stimolante, tanto per la sua relazione con il contesto esterno – un quartiere famoso per le facciate in stile liberty – quanto per la sua natura duplice di abitazione privata e di studio d’architettura. Un solo ingresso, due mondi diversi. Eppure, come forse è naturale che sia, si respira nella casa un’armonia, quel sapore di ricercatezza e attenzione al dettaglio dove non può essere altro che l’interior design a fare da fil rouge.

Qual è l’obiettivo del progetto?
Il progetto è pensato per essere un luogo di dialogo che dia vita ad occasioni di incontro all’interno dell’ambiente domestico.

I'll be home tonight, Fabio Ranzolin
I’ll be home tonight, Fabio Ranzolin

Come si svolgerà?
L’idea è di dare vita allo spazio attraverso eventi e mostre che attivino il luogo e soprattutto restituiscano la profondità delle ricerche proposte all’interno del programma, permettendo un approccio più intimo e familiare alla poetica degli artisti e alle tematiche proposte, ogni volta diverse. Per il momento, per questo primo anno, abbiamo pensato a due mostre: una è I’ll be home tonight, l’altra – la seconda – è prevista per i mesi novembre e dicembre.

Come gestirete il fatto che la mostra si svolge in uno spazio abitato? Come e quando si potrà visitarlo?
Sicuramente il fatto che si tratti di una dimora, una casa vissuta nel quotidiano e ogni mese dell’anno, rende questo contesto espositivo molto personale in termini di esperienza, e di conseguenza anche in termini di fruizione. Oltre alla giornata di inaugurazione, la mostra sarà aperta al pubblico un giorno alla settimana o visitabile su appuntamento.

Cosa significa per te esporre una mostra in uno spazio abitato, personale, domestico?
Ho già lavorato in contesti legati ad una committenza privata, ma non mi sono mai misurata prima con uno spazio propriamente abitato e quotidianamente vissuto dove si respira un’atmosfera reale, fatta di elementi che appartengono ad un “lessico familiare”, per usare le parole di Natalia Ginzburg.

Spiegaci meglio.
Nella mia ricerca, secondo un principio di aderenza, è determinante una riflessione sul luogo in cui si espone il progetto, tanto più quando, come in questo caso, la mostra lo abita e se ne impadronisce per un tempo determinato, senza farlo proprio ma vestendolo, quasi l’abitazione diventasse un indumento. Lavorare in uno spazio abitato, personale e domestico significa lavorare per accostamenti o giustapposizioni tra pezzi di vita reale e opere d’arte, restituendo un clima intimo in cui sentirsi sicuri e accolti, che non tradisca l’habitat di partenza e non ne stravolga le abitudini o più banalmente gli oggetti che lo compongono, ma tutto al contrario, che diventi parte di esso.

Chi sono gli artisti invitati per la prima mostra?
La prima mostra è la doppia personale di Hermann Bergamelli e Fabio Ranzolin. Sono due artisti apparentemente agli antipodi per scelte formali e processi creativi – il primo più materico ed istintivo, il secondo più vicino ad una matrice puramente concettuale – ma sono accomunati da riflessioni stringenti e punti di partenza comuni.

Ovvero?
Le poetiche di Ranzolin e Bergamelli si intersecano per dicotomie, viaggiano parallelamente. Manipolatori di stimoli, leggono il presente attraverso una sensibilità affine. I loro lavori tessono una fitta trama di corrispondenze: molti degli aspetti legati alla loro ricerca si ritrovano nell’idea di intimità e al tempo stesso di connessione e allontanamento dalla società che li circonda, così come la loro scelta di lavorare con materiali di seconda mano o oggetti prelevati dalla città, intrisi di storia e memorie altrui.

Perché li hai selezionati?
Per tutti questi motivi: è davvero forte nella loro poetica l’aderenza al contesto domestico, da intendersi come rifugio in cui è possibile portare con sé e rielaborare le contraddizioni del nostro quotidiano. Per una mostra che vuole riflettere sull’idea di casa come micromondo – un rifugio labile, uno spazio invisibile ma valicabile, che ha sede proprio in un contesto vissuto che ha deciso di aprirsi al mondo – mi è sembrato ideale riflettere sui concetti di interno ed esterno, privato e pubblico, personale e collettivo, restituendo questa visione attraverso i loro innesti visivi.

Ci saranno anche degli eventi collaterali?
Assolutamente sì! Si tratta di uno dei punti di forza del progetto.

Hermann Bergamelli nel suo studio
Hermann Bergamelli nel suo studio

Quali saranno?
Per questa prima mostra, dopo la pausa estiva si riaprirà a fine settembre con un calendario di iniziative che approfondirà le opere e le tematiche di I’ll be home tonight, mettendo al centro gli artisti e le loro voci. A proposito degli eventi, un concetto cui vorrei rifarmi è l’idea di “godimento”: la scelta di aprire lo spazio, oltre che su appuntamento, anche ad altri momenti d’incontro vuole scandire un ideale ritmo all’interno della mostra.

Come mai?
Si tratta di un palinsesto pensato proprio per riproporre quel che avviene in un tipico spazio familiare attraverso riflessioni, confronti e rivelazioni. Il tutto seduti attorno a un tavolo e, perché no, davanti a un buon bicchiere di vino.

Come ti immagini un visitatore alla tua mostra?
Lascerei un po’ di curiosità e qualcosa di non detto. Con un po’ di fantasia, mi piace immaginarmi che chi verrà alla mostra, lungo la via, si metta gli auricolari e ascolti Casa mia dei Matia Bazar, un pezzo del 1984 basato su una poesia postmoderna dell’architetto Alessandro Mendini. Perché mai? Direte voi. Ne riparleremo, forse… Vi aspettiamo a The House!

– Giulia Ronchi

Hermann Bergamelli e Fabio Ranzolin, I’LL BE HOME TONIGHT
a cura di Irene Sofia Comi
20 giugno – 15 ottobre 2019
Opening: 19 giugno, ore 18:30
The house
Viale Vittorio Veneto 18
(Porta Venezia) Milano
[email protected]

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.