Neovernacolare (VI). Verità universale

Christian Caliandro prosegue nella sua analisi dell’arte neovernacolare. Definendone i confini e le peculiarità.

Matteo Garrone, Dogman (2018)
Matteo Garrone, Dogman (2018)

L’arte neovernacolare si riferisce al contesto, alla comunità: vive cioè nelle e delle relazioni. Ciononostante, non è necessario che essa sia pubblica, e che si esprima attraverso opere pubbliche: risponde invece a esigenze, istanze, vocazioni intime e profonde a livello individuale e collettivo.
L’arte neovernacolare è popolare, vale a dire accessibile e comprensibile senza essere superficiale o semplicistica: a un primo livello, a un grado zero, è leggibile per tutti; almeno uno strato è immediato, senza filtri.
L’arte neovernacolare, in questo senso, si contrappone spontaneamente – non potrebbe fare altrimenti – all’arte alta, istituzionale, ufficiale, accademica, intesa come espressione del potere, della classe dominante e dei suoi valori. L’arte neovernacolare, da tale punto di vista, si presenta come “informale”, non organizzata, non strutturata – o meglio dotata di struttura incommensurabile rispetto a quella alta/dominante. Alla quale non si oppone, ma che semplicemente ignora e con suprema maleducazione mette da parte.
Presentandosi così, di fatto, come arte non ufficiale, dunque nascosta, sommersa.
Che cos’è un’opera sommersa? Un’opera che non viene riconosciuta come tale dall’esterno – e che forse non si riconosce neanche, essa stessa, in quanto tale. Ma che si vede e si pensa innanzitutto come oggetto /operazione / gesto / azione che serve alla vita, che svolge una funzione utile per la vita.
È un’opera che ha a che fare misteriosamente con la verità – perché ce l’ha sempre davanti, non ci riflette mai né deve afferrarla, agganciarla. Ci convive quotidianamente. Verità come umiltà, unità, piccolezza. E, probabilmente, come arcaismo (il “tutto misura e proporzione, agio, tranquillità” di Tommaso Fiore).

Lars von Trier & Bjarke Ingels, The House that Jack Built, 2018. Installation view at Kunsthal Charlottenborg. Photo Anders Sune Berg
Lars von Trier & Bjarke Ingels, The House that Jack Built, 2018. Installation view at Kunsthal Charlottenborg. Photo Anders Sune Berg

NEOVERNACOLARE E LOCALE

Così, per esempio, la Ortese rifletteva stranamente e lucidamente su reale e irreale, naturale e innaturale: “(gli italiani) ragionano – sulla inconsistenza del reale – solo qualche volta; e vi ragionano in modo non popolare. L’intelligenza in Italia – le classi colte e le meno colte – non alza mai gli occhi, generalmente, dal puro naturale. E non essendo questo, ormai, che una convenzione, un falso, una retorica di comodo, impugnato come religione o filosofia, si trascina dietro, nel loro vivere spicciolo, alla giornata, senza supporto di idee, intere generazioni” (La virtù del nulla, in Corpo celeste, Adelphi 1997, pp. 103-104).
Quel “non popolare” risuona, a decenni di distanza. Ancora quasi del tutto incompreso.
Quando, per esempio, dai il mondo come spiegato – per così dire: naturale – ci edifichi sopra le cose degli uomini. Quando lo dai come inspiegabile, cioè innaturale, e lo definisci come visione del fuggevole, ci edifichi l’uomo. Non è una differenza da poco. Edificare l’uomo è gratuito. Edificare le cose (dell’uomo e sull’uomo) porta compensi molto alti, non solo economici. Ma perde l’uomo” (ivi, p. 108).
L’arte neovernacolare non ha a che fare con la ragione o con la razionalità o con l’intelligenza, ma proviene da una zona interna e pericolosa. Del resto, ‘vernacolare’ conserva un’accezione lievemente negativa. Indica qualcosa di basso, di scarsamente raffinato, che ha bisogno di essere rielaborato per poter essere fruito.
‘Vernacolare’ è un idioma condiviso da una comunità: è un linguaggio particolare, ma che conosciamo e pratichiamo talmente bene da renderlo universale. L’arte neovernacolare è un racconto che riesce a essere locale senza essere localistico, che riesce a parlare in dialetto facendosi comprendere da tutti e senza essere – miracolosamente – provinciale. Si muove sempre, pericolosamente e irresistibilmente, sul filo di un rasoio, su un crepaccio… rischiando di cadere ora di qua, ora di là; rischiando di risultare incomprensibile e indigesta sia all’élite, sia al popolo.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).

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