Nuova riflessione sulla Biennale curata da Christine Macel. Stavolta Ludovico Pratesi mette in luce le similitudini concettuali fra gli interventi di Roberto Cuoghi nel Padiglione Italia e di Anne Imhof nel Padiglione tedesco.

Luce, ombra. Trasparenze, oscurità. Corpi sacri divenuti carne in decomposizione, corpi vivi privi di sesso, e di futuro. Dure trasparenze di vetro, morbide curve di plastica. Due laboratori sospesi fra terra e aria, dove la rigida fissità degli esseri umani si stempera nel pensiero. Un apprendista stregone e una coreografa del controllo. Entrambi taglienti e rigorosi, affondano il bisturi nella storia dell’arte e nel presente-futuro, con la stessa inquietante cattiveria. Ma le loro identità sono diverse, politiche e religiose. Lei tedesca, con alle spalle il vuoto consapevole delle chiese luterane, con i loro giochi silenziosi di luci e ombre, e la certezza di una possibile salvezza solo alla fine dei tempi. Lui italiano, avvolto nell’ombra umida delle cripte medioevali, con lo sguardo rivolto a un Cristo sofferente, dispensatore di sensi di colpa ma anche di assoluzioni. Lei mette in scena un presente ansioso, dove cose e persone perdono peso e senso, e gli esseri umani si muovono come pesci in un acquario, o animali in gabbia. Lui ti accompagna nel gorgo della materia che si decompone lentamente, per distruggere l’immutabile sacralità dell’icona contaminandola con la precarietà della materia.

UN FAUST CONTEMPORANEO

Apparentemente lontanissimi, ma in realtà complementari, Imitatio Christi di Roberto Cuoghi e Faust di Anne Imhof sono i capolavori della Biennale, forse le uniche due opere capaci di produrre domande e questioni, riflessioni e pensieri generativi di senso e forieri di problematiche. E la prima, la più bruciante, è capire dove siamo noi rispetto a questi due capolavori, da che parte stiamo nell’analizzarli e giudicarli. Quando siamo entrati nel padiglione tedesco, abbiamo camminato su un pavimento di vetro sospeso a un metro da quello vero, che nel 1993 Hans Haacke aveva divelto e ridotto a un cumulo di macerie, reali e pesanti nella loro matericità, in un mondo fisico dove il web stava muovendo i primi, piccoli passi. Ora Anne Imhof lo trasforma in uno schermo trasparente ma invalicabile, soglia impalpabile tra reale e virtuale, spazio liquido e futuribile dove i ragazzi si muovono come automi, ma anche modelli o animali, e noi li rincorriamo per iconizzarli, imprigionarli nello schermo dei nostri smartphone. Carcerieri e voyeur, complici o carnefici, vittime o trofei? Dentro o fuori? Pro o contro? Esiste la Dittatura dello spettatore alla quale Francesco Bonami aveva dedicato la Biennale del 2003 (dieci anni dopo quella di Achille Bonito Oliva, I punti cardinali dell’arte) o piuttosto sono gli artisti a rivelarci la dittatura dei touchscreen, che sta divorando il nostro sguardo per attirarlo in una visione senza giudizio né prospettiva?
La Imhof sceglie di mettere in scena un’attualità dove ogni barriera è stata cancellata, i corpi sono pure immagini, prede da cacciare in un safari della visione che coinvolge numeri sempre maggiori di persone disposte a fare ore di fila per scattare un’immagine, o un video, che garantisca un hic et nunc schizofrenico. Entriamo nel tempio-carcere, protetto da alte cancellate e cani feroci, per vedere noi stessi riflessi in uno specchio ambiguo e crudele, uno spazio tagliente e chirurgico dove tutto può accadere ma non accade nulla, tranne che il mettere a nudo la nostra esistenza ridotta a simulacro. Credi di guardare ma non vedi, ritieni di riflettere ma non pensi, sei convinto di essere burattinaio ma in realtà agisci come una marionetta. Non lo sai ancora, ma, come Faust, hai già venduto l’anima al male.

57. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia 2017, Padiglione Germania, Anne Imhof, Faust [Eliza Douglas]. Photo © Nadine Fraczkowski. Courtesy German Pavilion 2017 & the artist
57. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia 2017, Padiglione Germania, Anne Imhof, Faust [Eliza Douglas]. Photo © Nadine Fraczkowski. Courtesy German Pavilion 2017 & the artist

RELIGIONE E SCIENZA

Dall’asettica luce dei Giardini alle umide oscurità dell’Arsenale, dove Roberto Cuoghi mette in scena la sua Imitatio Christi, dominata da un unico corpo crocefisso replicato decine di volte, che si fa carne per ricoprirsi di muffe, batteri e muschi che lo decompongono in un processo lento ma definitivo, all’interno della navata di una basilica paleocristiana, dove troneggiano alle pareti brandelli di braccia e gambe scheletriche, insieme a calchi imperfetti di volti. In una sorta di Kabinett des Doctor Caligari, assistiamo alla fattura di manufatti senza tempo né storia, improbabili reperti di epoche lontane. Se il padiglione della Imhof è un tempio protestante, la caverna ctonia di Cuoghi è la cripta di una chiesa cattolica, dove si ammassano le reliquie di decine di corpi di Cristo, profondamente sessuali e sessuati con i genitali a vista, non coperti da drappi né da pudiche stoffe. Ma anche un laboratorio scientifico, dove la manipolazione e la riproduzione di corpi è un fatto corrente, all’interno di un tempo ciclico, come sottolinea Chris Wiley, che caratterizza la ricerca di Cuoghi, Corpo come reliquia, frammento di mondo soprannaturale calato sulla terra, ma anche esempio morale, indispensabile viatico per l’aldilà, secondo le parole del monaco tedesco Thomas da Kempis (1380-1471), autore del testo dal quale prende il nome l’opera di Cuoghi. “Ti dovresti comportare, in ogni azione e in ogni tuo pensiero, come se tu dovessi morire oggi. Se tu disponessi di una coscienza tranquilla, del resto, non avresti particolarmente paura della morte”, scrive de Kempis nella sua Imitatio Christi. E Cuoghi accoglie la sfida, suggerita anche dalla sinistra tela del Cristo Morto, dipinta da Hans Holbein nel 1521, che l’artista sembra aver preso come fonte iconografica di ispirazione per la sua installazione.

TRA STORIA E FUTURO

Se la Imhof parla al presente con lo sguardo rivolto al futuro, Cuoghi si rivolge invece al passato oscuro e lontano, per affondare le mani nella melma della storia. E lo fa con una consapevolezza tutta italiana, che lo rende in grado di analizzare e dissezionare, come un medico in un gabinetto anatomico, le tracce di una memoria antichissima, capaci di risvegliare questioni centrali della cultura occidentale, che Cecilia Alemani ha definito “sopravvivenza dell’antico”. Memoria che, con ogni probabilità, torna a essere viva oggi, in un periodo cupo e caotico, dove i punti di riferimento si polverizzano e la paura dell’ignoto sembra impossessarsi del mondo ogni giorno di più.

Ludovico Pratesi

Evento correlato
Nome evento57. Biennale - Viva Arte Viva
Vernissage13/05/2017 ore 10
Duratadal 13/05/2017 al 26/11/2017
CuratoreChristine Macel
Generearte contemporanea
Spazio espositivoPADIGLIONE CENTRALE
IndirizzoFondamenta dell'Arsenale - Venezia - Veneto
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI

6 COMMENTS

  1. Ahimè, ecco il critico opportunista e le sue riflessioni di circostanza.
    Qual’è il vincitore del Leone d’oro? Qual’è l’italiano del quale si è più parlato e che, si sa, è più sponsorizzato? Quando si tratta di tessere le lodi di quella che è la star del momento, anche se ha le ali già incenerite , state sicuri che c’è sempre qualcuno che si aggrega seguendo la corrente: magari sa di sbagliare ma sa pure che la spinta è sufficiente per andare avanti un pò e tra un’anno o due nessuno si ricorderà se ci siamo sperticati di lodi per viaggi a breve termine.
    Intanto però ci occupiamo di chi è più chiaccherato, per non essere da meno.
    Queste piccole strategie si vedono da anni e anni e c’è chi le ha praticate dall’inizio e con gli anni non se ne è discostato.
    Pretestuosa la comparazione delle due diverse culture , la classica strasentita dicotomia protestante – cattolico sembra infatti un argomento di quelli che si trovano raschiando il fondo del barile e della tematica gli artisti in questione probabilmente e concretamente se ne fregano, la ignorano e poco la praticano. Curioso che per parlare del cattolico Cuoghi si citi però il Calegari del cinema espressionista tedesco , rivelando una cultura leggiucchiata più che compresa :) che rimescola le carte e le divisioni appena annunciate .
    Probabilmente gli artisti vivono un presente che in Europa è uguale dappertutto e riesce difficile immaginarsi la Imhof a leggersi la Bibbia di Lutero o Cuoghi a fare la comunione alla messa domenicale. Quelli che Pratesi tenta di difendere come pregi delle opere sono in realtà i difetti che le condannano, proprio perchè opere realizzate da bravi? artisti che vivono con una memoria culturale di breve respiro, in un presente talmente affastellato che le differenti costole della religione cristiana non sono, per gli artisti europei, differenze dirimenti. L’unico scarto rimarchevole tra italiani e tedeschi starebbe forse in una certa eticità del lavoro, Weber docet., ma che in ambedue i casi , Imhof e Cuoghi non mi pare venga presa in questione.
    D’altronde cosa volete che ne sappiano degli artisti d’oggi di etica del lavoro :))) sono infatti la categoria meno adatta avalutarne l’influenza nella società.
    Anzi, forse c’è più etica, artigianale, del lavoro nell’italiano Cuoghi che nella tedesca e i suoi performers :))
    E diciamo pure una cosa tremenda che offenderà tanti dilettanti: non venitemi a dire che fare performances di questo tipo richieda l’addestramento lungo anni e anni di una ballerina classica, ad esempio :) e con un percorso costellato dalla stessa disciplina, dello stesso impegno e sacrificio.
    Sarò un insensibile ma trovo sia assai difficile parlare di eticità del lavoro per un performer : tra l’altro i padri nobili di questo ormai non recentissimo genere artistico, Kaprow, Cage ecc , non mi pare improntassero la loro vita al lavoro, alla responsabilità., all’impegno civile eccetera :).
    Quindi l’azione della imhof è protestante tanto quanto io sono uno sciamano siberiano.

    Veniamo ai pregi secondo Pratesi e ai difetti secondo me, dei due lavori in questione.
    Che Cuoghi mescoli un’atmosfera da tecnologia post operatoria, sul genere Area 51 del Nevada, e iconografia cristiana l’hanno visto quasi tutti ma pochi l’hanno ritenuta una buona idea. Perchè? perchè Cuoghi ci aveva convinto con i suoi precedenti lavori di volere, novello De Dominicis, esplorare le memorie ancestrali di mondi e spiritualità sepolti in dimensioni inesprimibili mentre qui l’aspetto religioso è materialisticamente materializzato e più che l’incarnazione del verbo salta agli occhi la decomposizione chimica e il suo trattamento tecnico – scientifico. Insomma nè carne nè pesce, combinazione mal risolta che è spia di una cultura immatura dell’artista che non sà da che parte stare e che si è fatto forse schiacciare dall’importanza dell’evento , sparandola più grossa possibile.
    O forse sapeva semplicemente che non poteva portare anche alla Biennale il demone Pazuzu dato che nel padiglione dell’ Iraq ci sarebbe stato un lavoro simile, e migliore, di Jawad Salim realizzato nel 1955.
    Per quanto riguarda la Imhof Pratesi intravede tra gli ingredienti quello che è un’altro abusato argomento , quello del riferimento alla “società del controllo” che in realtà nella performance non si riesce a sviscerare dato che quello che fanno i performer durante l’azione è in realtà casuale e senza senso come casuali e senza senso sono tante performances e video che vediamo da molti anni, tutti occupati a trasmetterci in modo accademico l’idea del non- senso della vita che però nei suoi primi originali diffusori, Céline, Sartre , Beckett, Adorno ecc aveva tutt’altra temperatura e ragione d’essere. Vedere premiata questa banalità già vista dà un pò l’idea dello stato dell’arte oggi , dove il generico trionfa sul dettaglio e sulle più urgenti ragioni d’essere. Performances come questa ne sono state fatte forse centinaia tra gli anni 60 e 70 e questa aggiunge ben poco, non affrontando davvero il presente, presa com’è a dare spazio solo al narcisismo pretenzioso dei suoi attorucoli . In questa stessa Biennale possiamo infatti vedere uno dei tantissimi reperti d’epoca che potremmo portare ad esempio come un antecedente , con un video su una performance degli spagnoli Miralda, Rabascall, Selz , Xifra, che qua e là tra anni 60 e 70 realizzarono vari Cerimoniales con gruppi a “geometria variable”: insomma niente di nuovo sotto il sole .
    E poi,per meglio focalizzare il problema, facciamo pure un confronto partendo dal concetto della società del controllo : ricordate il padiglione brasiliano di due anni fa con il video di Berna Reale dove una fiaccola olimpica percorre di corsa un claustrofobico racapricciante carcere sotterraneo ? basta ricordare questo per accorgersi che i performer della imhof sono dei birilli che non dicono nulla dell’oggi? nè dell’oggi e nè dei suoi carceri impliciti.

  2. COMMENTO PARTE PRIMA

    Ahimè, ecco il critico opportunista e le sue riflessioni di circostanza.

    Qual’è il vincitore del Leone d’oro? Qual’è l’italiano del quale si è più parlato e che, si sa, è più sponsorizzato? Quando si tratta di tessere le lodi di quella che è la star del momento, anche se ha le ali già incenerite , state sicuri che c’è sempre qualcuno che si aggrega seguendo la corrente: magari sa di sbagliare ma sa pure che la spinta è sufficiente per andare avanti un pò e tra un’anno o due nessuno si ricorderà se ci siamo sperticati di lodi per viaggi a breve termine.

    Intanto però ci occupiamo di chi è più chiaccherato, per non essere da meno.

    Queste piccole strategie si vedono da anni e anni e c’è chi le ha praticate dall’inizio e con gli anni non se ne è discostato.

    Pretestuosa la comparazione delle due diverse culture , la classica strasentita dicotomia protestante – cattolico sembra infatti un argomento di quelli che si trovano raschiando il fondo del barile e della tematica gli artisti in questione probabilmente e concretamente se ne fregano, la ignorano e poco la praticano. Curioso che per parlare del cattolico Cuoghi si citi però il Calegari del cinema espressionista tedesco , rivelando una cultura leggiucchiata più che compresa :) che rimescola le carte e le divisioni appena annunciate .

    Probabilmente gli artisti vivono un presente che in Europa è uguale dappertutto e riesce difficile immaginarsi la Imhof a leggersi la Bibbia di Lutero o Cuoghi a fare la comunione alla messa domenicale. Quelli che Pratesi tenta di difendere come pregi delle opere sono in realtà i difetti che le condannano, proprio perchè opere realizzate da bravi? artisti che vivono con una memoria culturale di breve respiro, in un presente talmente affastellato che le differenti costole della religione cristiana non sono, per gli artisti europei, differenze dirimenti. L’unico scarto rimarchevole tra italiani e tedeschi starebbe forse in una certa eticità del lavoro, Weber docet., ma che in ambedue i casi , Imhof e Cuoghi non mi pare venga presa in questione.

    D’altronde cosa volete che ne sappiano degli artisti d’oggi di etica del lavoro :))) sono infatti la categoria meno adatta avalutarne l’influenza nella società.

    Anzi, forse c’è più etica, artigianale, del lavoro nell’italiano Cuoghi che nella tedesca e i suoi performers :))

    E diciamo pure una cosa tremenda che offenderà tanti dilettanti: non venitemi a dire che fare performances di questo tipo richieda l’addestramento lungo anni e anni di una ballerina classica, ad esempio :) e con un percorso costellato dalla stessa disciplina, dello stesso impegno e sacrificio.

    Sarò un insensibile ma trovo sia assai difficile parlare di eticità del lavoro per un performer : tra l’altro i padri nobili di questo ormai non recentissimo genere artistico, Kaprow, Cage ecc , non mi pare improntassero la loro vita al lavoro, alla responsabilità., all’impegno civile eccetera :).

    Quindi l’azione della imhof è protestante tanto quanto io sono uno sciamano siberiano.

    • Commento PARTE SECONDA

      Veniamo ai pregi secondo Pratesi e ai difetti secondo me, dei due lavori in questione.

      Che Cuoghi mescoli un’atmosfera da tecnologia post operatoria, sul genere Area 51 del Nevada, e iconografia cristiana l’hanno visto quasi tutti ma pochi l’hanno ritenuta una buona idea. Perchè? perchè Cuoghi ci aveva convinto con i suoi precedenti lavori di volere, novello De Dominicis, esplorare le memorie ancestrali di mondi e spiritualità sepolti in dimensioni inesprimibili mentre qui l’aspetto religioso è materialisticamente materializzato e più che l’incarnazione del verbo salta agli occhi la decomposizione chimica e il suo trattamento tecnico – scientifico. Insomma nè carne nè pesce, combinazione mal risolta che è spia di una cultura immatura dell’artista che non sà da che parte stare e che si è fatto forse schiacciare dall’importanza dell’evento , sparandola più grossa possibile.

      O forse sapeva semplicemente che non poteva portare anche alla Biennale il demone Pazuzu dato che nel padiglione dell’ Iraq ci sarebbe stato un lavoro simile, e migliore, di Jawad Salim realizzato nel 1955. Certo che passare dal politeismo delle antiche civiltà al monoteismo cristiano trinitario è una cosa che andrebbe ulteriormente commentata , ma scusate non ne ho voglia dato che si commenta da sola ☺

      Per quanto riguarda la Imhof Pratesi intravede tra gli ingredienti quello che è un’altro abusato argomento , quello del riferimento alla “società del controllo” che in realtà nella performance non si riesce a sviscerare dato che quello che fanno i performer durante l’azione è in realtà casuale e senza senso come casuali e senza senso sono tante performances e video che vediamo da molti anni, tutti occupati a trasmetterci in modo accademico l’idea del non- senso della vita che però nei suoi primi originali diffusori, Céline, Sartre , Beckett, Adorno ecc aveva tutt’altra temperatura e ragione d’essere. Vedere premiata questa banalità già vista dà un pò l’idea dello stato dell’arte oggi , dove il generico trionfa sul dettaglio e sulle più urgenti ragioni d’essere. Performances come questa ne sono state fatte forse centinaia tra gli anni 60 e 70 e questa aggiunge ben poco, non affrontando davvero il presente, presa com’è a dare spazio solo al narcisismo pretenzioso dei suoi attorucoli . In questa stessa Biennale possiamo infatti vedere uno dei tantissimi reperti d’epoca che potremmo portare ad esempio come un antecedente , con un video su una performance degli spagnoli Miralda, Rabascall, Selz , Xifra, che qua e là tra anni 60 e 70 realizzarono vari Cerimoniales con gruppi a “geometria variable”: insomma niente di nuovo sotto il sole .

      E poi,per meglio focalizzare il problema, facciamo pure un confronto partendo dal concetto della società del controllo : ricordate il padiglione brasiliano di due anni fa con il video di Berna Reale dove una fiaccola olimpica percorre di corsa un claustrofobico racapricciante carcere sotterraneo ? basta ricordare questo per accorgersi che i performer della imhof sono dei birilli che non dicono nulla dell’oggi? nè dell’oggi e nè dei suoi carceri impliciti.

  3. caro artribune , il mio intervento è sparito per la seconda volta : vorrei sapere se è stato censurato e per quale motivo così almeno mi regolo. (Si tratta forse della lunghezza eccessiva? ) Oppure devo continuare a fare copia e incolla finchè vi stufate?

    • Ahimè, ecco il critico opportunista e le sue riflessioni di circostanza.

      Qual’è il vincitore del Leone d’oro? Qual’è l’italiano del quale si è più parlato e che, si sa, è più sponsorizzato? Quando si tratta di tessere le lodi di quella che è la star del momento, anche se ha le ali già incenerite , state sicuri che c’è sempre qualcuno che si aggrega seguendo la corrente: magari sa di sbagliare ma sa pure che la spinta è sufficiente per andare avanti un pò e tra un’anno o due nessuno si ricorderà se ci siamo sperticati di lodi per viaggi a breve termine.

      Intanto però ci occupiamo di chi è più chiaccherato, per non essere da meno.

      Queste piccole strategie si vedono da anni e anni e c’è chi le ha praticate dall’inizio e con gli anni non se ne è discostato.

      Pretestuosa la comparazione delle due diverse culture , la classica strasentita dicotomia protestante – cattolico sembra infatti un argomento di quelli che si trovano raschiando il fondo del barile e della tematica gli artisti in questione probabilmente e concretamente se ne fregano, la ignorano e poco la praticano. Curioso che per parlare del cattolico Cuoghi si citi però il Calegari del cinema espressionista tedesco , rivelando una cultura leggiucchiata più che compresa :) che rimescola le carte e le divisioni appena annunciate .

      Probabilmente gli artisti vivono un presente che in Europa è uguale dappertutto e riesce difficile immaginarsi la Imhof a leggersi la Bibbia di Lutero o Cuoghi a fare la comunione alla messa domenicale. Quelli che Pratesi tenta di difendere come pregi delle opere sono in realtà i difetti che le condannano, proprio perchè opere realizzate da bravi? artisti che vivono con una memoria culturale di breve respiro, in un presente talmente affastellato che le differenti costole della religione cristiana non sono, per gli artisti europei, differenze dirimenti. L’unico scarto rimarchevole tra italiani e tedeschi starebbe forse in una certa eticità del lavoro, Weber docet., ma che in ambedue i casi , Imhof e Cuoghi non mi pare venga presa in questione.

      D’altronde cosa volete che ne sappiano degli artisti d’oggi di etica del lavoro :))) sono infatti la categoria meno adatta avalutarne l’influenza nella società.

      Anzi, forse c’è più etica, artigianale, del lavoro nell’italiano Cuoghi che nella tedesca e i suoi performers :))

      E diciamo pure una cosa tremenda che offenderà tanti dilettanti: non venitemi a dire che fare performances di questo tipo richieda l’addestramento lungo anni e anni di una ballerina classica, ad esempio :) e con un percorso costellato dalla stessa disciplina, dello stesso impegno e sacrificio.

      Sarò un insensibile ma trovo sia assai difficile parlare di eticità del lavoro per un performer : tra l’altro i padri nobili di questo ormai non recentissimo genere artistico, Kaprow, Cage ecc , non mi pare improntassero la loro vita al lavoro, alla responsabilità., all’impegno civile eccetera :).

      Quindi l’azione della imhof è protestante tanto quanto io sono uno sciamano siberiano.

      Veniamo ai pregi secondo Pratesi e ai difetti secondo me, dei due lavori in questione.

      Che Cuoghi mescoli un’atmosfera da tecnologia post operatoria, sul genere Area 51 del Nevada, e iconografia cristiana l’hanno visto quasi tutti ma pochi l’hanno ritenuta una buona idea. Perchè? perchè Cuoghi ci aveva convinto con i suoi precedenti lavori di volere, novello De Dominicis, esplorare le memorie ancestrali di mondi e spiritualità sepolti in dimensioni inesprimibili mentre qui l’aspetto religioso è materialisticamente materializzato e più che l’incarnazione del verbo salta agli occhi la decomposizione chimica e il suo trattamento tecnico – scientifico. Insomma nè carne nè pesce, combinazione mal risolta che è spia di una cultura immatura dell’artista che non sà da che parte stare e che si è fatto forse schiacciare dall’importanza dell’evento , sparandola più grossa possibile.

      O forse sapeva semplicemente che non poteva portare anche alla Biennale il demone Pazuzu dato che nel padiglione dell’ Iraq ci sarebbe stato un lavoro simile, e migliore, di Jawad Salim realizzato nel 1955. Certo che passare dal politeismo delle antiche civiltà al monoteismo cristiano trinitario è una cosa che andrebbe ulteriormente commentata , ma scusate non ne ho voglia dato che si commenta da sola ☺

      Per quanto riguarda la Imhof Pratesi intravede tra gli ingredienti quello che è un’altro abusato argomento , quello del riferimento alla “società del controllo” che in realtà nella performance non si riesce a sviscerare dato che quello che fanno i performer durante l’azione è in realtà casuale e senza senso come casuali e senza senso sono tante performances e video che vediamo da molti anni, tutti occupati a trasmetterci in modo accademico l’idea del non- senso della vita che però nei suoi primi originali diffusori, Céline, Sartre , Beckett, Adorno ecc aveva tutt’altra temperatura e ragione d’essere. Vedere premiata questa banalità già vista dà un pò l’idea dello stato dell’arte oggi , dove il generico trionfa sul dettaglio e sulle più urgenti ragioni d’essere. Performances come questa ne sono state fatte forse centinaia tra gli anni 60 e 70 e questa aggiunge ben poco, non affrontando davvero il presente, presa com’è a dare spazio solo al narcisismo pretenzioso dei suoi attorucoli . In questa stessa Biennale possiamo infatti vedere uno dei tantissimi reperti d’epoca che potremmo portare ad esempio come un antecedente , con un video su una performance degli spagnoli Miralda, Rabascall, Selz , Xifra, che qua e là tra anni 60 e 70 realizzarono vari Cerimoniales con gruppi a “geometria variable”: insomma niente di nuovo sotto il sole .

      E poi,per meglio focalizzare il problema, facciamo pure un confronto partendo dal concetto della società del controllo : ricordate il padiglione brasiliano di due anni fa con il video di Berna Reale dove una fiaccola olimpica percorre di corsa un claustrofobico racapricciante carcere sotterraneo ? basta ricordare questo per accorgersi che i performer della imhof sono dei birilli che non dicono nulla dell’oggi? nè dell’oggi e nè dei suoi carceri impliciti.

  4. Non mi sono potuto ancora recare a Venezia, ma conto di andarci presto, se non altro per verificare dal vivo il lavoro di Cuoghi che, almeno dalle immagini a disposizione, sembra eccezionalmente riuscito; solo per verificare che non si tratti della stessa fotogenia tipica di quasi la più parte dei lavori artistici contemporanei. Tanto apparire ma niente sostanza…

Comments are closed.