Apre il nuovo Centro Pecci. Intervista a Maurice Nio

Progettista e direttore artistico dell’ampiamento del museo, a Prato l’architetto presenterà anche la mostra “SupraSensitivity in Architecture”. Con 120 opere realizzate da vari architetti, incluse nel volume omonimo pubblicato in occasione dell’opening.

Maurice Nio è un progettista fuori dal comune. Scorrendo la sua biografia, ci si sente legittimati a soffermarsi su un dato che, per effetto del passare del tempo, finisce spesso per acquisire un rilievo secondario. È il 1988 quando l’architetto del nuovo Centro Pecci si laurea cum laude presso la Facoltà di Architettura della University of Technology di Delft: presenta il progetto di una villa per Michael Jackson, “la più singolare tesi di quell’anno”. Un passaggio chiave per comprendere da dove trae origine il suo modo di lavorare, da più parti definito ibrido. “Attraverso un misto di processi mentali al tempo stesso mitologici e pragmatici, di strategie di progetto criptiche e allo stesso tempo completamente trasparenti” collabora, dal 1991 al 1996, con BDG Architekten Ingenieurs, fondando poi, il 1° gennaio 2000, non un giorno a caso, il suo studio.
Oltre a misurarsi con la scala urbana, attraverso interventi anche infrastrutturali, con l’edilizia pubblica e privata, Nio è curatore di mostre e autore di libri, tra cui il nuovo SupraSensitivity in Architecture. In questa raccolta di 120 opere d’arte e d’architettura, ha integrato anche simboli e testimonianze relative al continente asiatico, dove è nato. Il volume, che verrà presentato martedì 25 ottobre presso l’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi a Roma, ispira la mostra omonima, compresa nel programma espositivo di riapertura del Centro Pecci.

Centro Pecci, Prato – credits Lineashow

Centro Pecci, Prato – credits Lineashow

Nel 2006 è stato scelto dalla famiglia Pecci per l’estensione del museo. Immaginava ci sarebbe voluto così tanto tempo per arrivare alla conclusione?
È difficile rispondere a questa domanda, perché si lega al concetto di tempo. Dico la verità: un decennio può sembrare un arco temporale lunghissimo, ma non ho avuto questa sensazione. È trascorso molto rapidamente.

Quali sono stati i problemi più complessi dal punto di vista della progettazione tecnica e funzionale, sorti in considerazione con la necessità di legarsi con l’edificio di Italo Gamberini?
La questione più urgente riguardava l’ingresso: nessuno riusciva a trovarlo in modo agevole, era necessario girare più volte intorno alla struttura prima di individuarlo con precisione. Anche il percorso museale presentava alcune urgenze. Ora il Centro Pecci sarà attraversabile in modo più chiaro, grazie ad uno sviluppo circolare che consentirà di vedere completamente ciascuno dei due livelli. L’andamento si riconnette alla figura del numero otto.

Centro Pecci, Prato – credits Lineashow

Centro Pecci, Prato – credits Lineashow

L’aspetto esterno del suo intervento, la cosiddetta “navicella”, è già ampiamente noto. Soffermandoci sugli spazi interni, per i quali è stata coniata l’espressione “più bianco del bianco“, può descrivere le strategie messe in campo, soprattutto per convogliare la luce naturale negli ambienti espositivi?
Ci sono due importanti azioni sul fronte illuminotecnico e convergono verso un comune obiettivo: attivare un legame di interazione fra il tessuto urbano e il museo. Per farlo, ho previsto sette grandi finestre, talmente ampie che è possibile anche sdraiarsi al loro interno! Nel progetto iniziale erano finalizzate all’osservazione delle sculture collocate all’esterno, che ora sono state rimosse. Personalmente non credo esista un museo capace di consentire una tale simbiosi tra interno e esterno, puntando ad una connessione tanto forte tra la collezione dentro l’architettura e quella al di fuori.
Accanto a queste aperture sull’anello si affianca la tecnologia dei solatube: mi piace molto poter offrire ai visitatori l’opportunità di sentire, di percepire le condizioni atmosferiche, giorno dopo giorno, immettendole nello spazio museale. È come creare il cielo sul soffitto. Avrei voluto dei grandi lucernari, ma la loro presenza avrebbe comportato una serie di conseguenze sul fronte del condizionamento. Con l’architetto Bernardo D’Ippolito, dello studio illuminotecnico Kino Workshop, la scelta è dunque ricaduta sui solatube che riproducono perfettamente la luce diurna, riducendo i problema legati con il calore. Questa tecnologia è fondamentale per il museo: rappresenta l’ingresso fisico e mentale della luce. Un’apertura verso la città e il cielo.

Prato sta vivendo una stagione di profondo rinnovamento, con un vortice di iniziative, come la progettazione del Parco Centrale. Qual è la sua idea su quanto sta avvenendo?
Spero vivamente che sia solo l’inizio, per la città e per l’intera regione. Da questo momento in poi, è necessario continuare a dimostrarsi forti e continuare così: l’apertura del Centro Pecci non va interpretata come la fine di un processo. Sarebbe un pericolo se così fosse, perché in realtà è adesso che nasce la grande opportunità per andare avanti. In poche parole: vietato sedersi e rilassarsi!

Centro Pecci, Prato – credits Lineashow

Centro Pecci, Prato – credits Lineashow

Cosa ne pensa del “suo” Centro Pecci? La convince?
Non penso sia davvero importante quanto io sia soddisfatto del risultato finale. Anche perché, personalmente non sono mai del tutto soddisfatto: conservo sempre uno sguardo molto critico, specie nei confronti dei dettagli. La priorità resta un’altra: è essenziale che il museo funzioni bene, consentendo alle persone che devono operare al suo interno e a quanti verranno a visitarlo di vivere un’esperienza di piena soddisfazione.

Il Centro Pecci si chiama Sensing from the Waves. Tutti i suoi progetti vengono battezzati con nomi e non mancano le sorprese: Kiss the Bridge, I’m No Angel, Touch of Evil, per citarne alcuni. Queste denominazioni, slegate dalla funzione, sono una testimonianza del suo interesse verso tutte le discipline artistiche e del considerarle – cinema, design, letteratura… – sul medesimo piano? C’è un altro scopo?
Senza un nome simbolico, metaforico, concettuale niente vive, niente acquisisce una vera essenza. L’identità meccanica o tecnica che sia, da sola, non dà la vita. Con un nome, invece, tutto cambia: quell’entità inizia a respirare. È semplice.

Vive e lavora a Rotterdam ed è nato in Indonesia. Riesce a trasferire nei suoi progetti una qualche memoria dell’Asia?
Le mie radici asiatiche sono fondamentali. Credo sia così per tutti, in realtà. Ciascuno di noi porta sempre con sé il suo passato: non sempre nel percorso di vita o nei processi lavorativi questa presenza si manifesta in modo consapevole, ma è nel sangue. Resta dentro di te, ovunque.

Valentina Silvestrini

www.nio.nl
www.centropecci.it

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Valentina Silvestrini

Valentina Silvestrini

Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. È cocuratrice della newsletter "Render". Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito…

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