Dopo avervi portato a Reykjavík, procediamo lungo le rotte del nord, con un reportage che proviene dalla Norvegia settentrionale. E la tappa successiva sarà Tallinn, vibrante capitale dell’Estonia.

Come immaginiamo la Norvegia al di là delle città più conosciute e degli alti fiordi? Oltre la linea del Circolo Polare Artico la realtà si mescola a fantasia, a lontani ricordi d’infanzia e a mitologici racconti fiabeschi popolati dai troll. In effetti, l’Artico ha un fascino antico e una buona dose di mistero. Ogni anno le interminabili notti invernali, durante le quali il cielo danza dando vita a fluorescenti aurore boreali, lasciano rapidamente spazio alla luminosa stagione estiva, in cui il sole splende a mezzanotte facendo perdere il senso del tempo. E i passaggi intermedi del ritorno della luce (fine gennaio) o della sua scomparsa (fine novembre) tingono fiordi e montagne di delicati colori pastello e gli orizzonti a sud di violenti archi di luce solare.
Potrebbe apparire una regione remota per l’uomo, eppure il nord estremo della Norvegia svela un’anima contemporanea vivace, produttiva e creativa. Festival e progetti d’arte si alternano ad appuntamenti internazionali dedicati al cinema e alla musica, coprendo una vasta area che va dalle Isole Lofoten alla città di Tromsø.

Nordbrygga, spazi espositivi di LIAF in Henningsvær. Photo Kjell Ove Storvik
Nordbrygga, spazi espositivi di LIAF in Henningsvær. Photo Kjell Ove Storvik

HARSTAD & ISOLE LOFOTEN

Nel 1432, il disastroso naufragio del veneziano Pietro Querini al largo di Røst (l’isola più a sud dell’arcipelago delle Lofoten) ha aperto una nuova via commerciale e culturale tra il sud e il nord estremo del continente europeo. L’episodio è noto a molti, ma l’esperienza di entrare al museo dello stoccafisso di Å i Lofoten e parlare in italiano con il personale, che conosce i proprietari della storica Bottega del Baccalà in centro a Bassano del Grappa, fa sorridere e ci ricorda quanto possano essere forti gli intrecci culturali tra Paesi lontani e molto diversi tra loro.
L’arcipelago artico delle Isole Lofoten, la drammatica bellezza dei picchi a strapiombo sui fiordi e la quiete di questi luoghi ha sempre ispirato artisti di tutto il mondo e tuttora ospita spazi espositivi indipendenti, programmi di residenze d’artista e, nei periodi estivi, progetti e festival internazionali. È questo il caso dell’Arctic Arts Festival e del LIAF – Lofoten International Art Festival. Entrambe le manifestazioni partono dal presupposto che l’elemento artistico sia linfa vitale per raccontare questo territorio e mostrarne l’essenza e le radici più autentiche. Come scrive Maria Utsi, direttrice dell’Arctic Arts Festival di Harstad, “l’Artico non è un foglio bianco da riempire, bensì un territorio carico di storie da raccontare e sulle quali riflettere”.
La 53esima edizione del festival, svoltasi a fine giugno, ha affidato questo compito ad artisti e performer proventi principalmente dalla penisola scandinava e dall’Islanda. L’interesse per la creatività è visto in un’ottica di sviluppo culturale del Paese e l’edizione 2017 del festival si è arricchito del primo Artic Arts Summit, una piattaforma in cui i rappresentanti di musei e spazi espositivi norvegesi, politici e docenti sono stati chiamati a dialogare e a discutere su quale sia il ruolo della cultura nell’Artico, sullo stato dell’arte in questo settore e sulle politiche culturali future.
Dal 1° settembre al 1° ottobre, ad Henningsvær, un remoto agglomerato di 460 abitanti nascosto dietro un fiordo nel cuore delle Isole Lofoten, è programmato il LIAF, il festival biennale d’arte contemporanea che dal 1999 porta nell’arcipelago noti nomi internazionali. In passato hanno partecipato Olafur Eliasson, Pipilotti Rist, Tori Wrånes; quest’anno sarà la volta di performer e artisti come Lili Reynaud-Dewar, Elin Mar Øyen, Adam Linder, Youmna Chlala, Eglè Budvytytè, Ho Tzy Nyen, Daisuke Kosugi, Ann Lislegaard, Michala Paludan, Lisa Rave, Peple’s Kitchen, Pia Arke, Sondra Perry e Silje Figenschou Thoresen.
Con il titolo I taste the future, le curatrici Heidi Ballett e Milena Hoegsberg intendono affidare all’arte contemporanea il compito di immaginare quale sarà il futuro dell’arcipelago e delle regioni artiche tra 150 anni. Sono infatti aree geografiche molto fragili, dove surriscaldamento globale e scioglimento dei ghiacci impattano con evidenza. L’invito rivolto agli artisti, quindi, è di rapportarsi con l’ambiente artico e il suo mare, visto come spazio vasto e aperto a nuove connessioni, in costante relazione con la terraferma e con i concetti di appartenenza e di possesso.
Il festival rappresenta un momento di grande prestigio per queste isole e diventa anche l’occasione per rigenerare architettonicamente alcune aree abbandonate. Vecchi depositi ed ex magazzini, un tempo usati da aziende ittiche e pescatori di merluzzo, rivivono grazie al dialogo con l’arte contemporanea.

Máret Ánne Sara, Pile o’ Sápmi, 2017. Installation view at documenta 14, Kassel 2017. Photo Mathias Völzke
Máret Ánne Sara, Pile o’ Sápmi, 2017. Installation view at documenta 14, Kassel 2017. Photo Mathias Völzke

ARTE PUBBLICA. ARTICO ‒ KASSEL ANDATA E RITORNO

Partendo dalla regione del Nordland, attraverso le Isole Lofoten e le vicine Vesterålen, fino alla limitrofa Troms, si intrecciano percorsi di arte pubblica che valorizzano il paesaggio circostante, invitando a scoprire angoli di territorio selvaggio, edifici universitari e spazi urbani.
Artscape Nordland coinvolge dal 1992 artisti provenienti da tutto il mondo e, nella mappa delle trentacinque sculture site specific disseminate in tutta la regione, troviamo anche opere di Luciano Fabro, Anish Kapoor e Dan Graham. Le sculture sono nascoste, devono essere cercate con pazienza come in una caccia al tesoro all’interno di un territorio sconfinato, tra scogliere e praterie spazzate dal vento del nord.
L’esperienza di andarle a scovare e trovarle è quasi mistica. Sono tanto estasiate le persone che giungono alla piattaforma circolare del finlandese Martti Aiha (Seven Magic Points, 1994), quanto spaesate e sospettose le pecore che fanno da guardia alla scultura di una testa in ferro ideata dallo svizzero Markus Raetz (Head, 1992). Queste opere si inseriscono nel paesaggio e dialogano con esso. Il materiale con cui sono state realizzate mostra il passare delle stagioni, cambia con i riflessi solari, la neve, la pioggia e con la potenza del mare.
Guidando verso nord alla volta di Tromsø, l’unica protagonista del viaggio è la natura e, forse proprio per questo, la città ci appare all’improvviso come un’oasi estesa su due isole e la terraferma. In cima a Tromsøya, l’isola principale, si trova la UiT ‒ The Arctic University of Tromsø, conosciuta anche per essere l’ateneo più a nord del mondo e che, tra gli altri primati, ha anche la più cospicua collezione di arte pubblica di tutte le università norvegesi (con oltre 350 lavori). Non c’è dipartimento, mensa, aula studio, auditorium o piazza del campus sgombro di opere, la maggior parte delle quali frutto di un progetto site specific. L’ente che dirige questo progetto artistico si chiama Koro e si occupa di arte pubblica in tutta la Norvegia. Nasce con lo scopo di garantire la fruizione di opere d’arte di elevata qualità al più vasto numero di persone possibili grazie ai fondi messi a disposizione dallo Stato.
Molti degli artisti coinvolti da Koro a Tromsø hanno fatto la storia della più recente arte norvegese e sámi e, tra questi, ci sono nomi che stanno rappresentando la Norvegia a Kassel e ad Atene in occasione di documenta 14. Il lungo ricamo Historja (24 metri) di Britta Marakatt-Labba e la scultura Myggen di Iver Jåks hanno temporaneamente lasciato il Dipartimento di discipline umanistiche della UiT (The Theoretical Disciplines Building) per essere esposte fino a ottobre negli spazi di documenta 14. Stessa sorte vale per l’opera Pile o’ Sápmi dell’artista sámi Máret Ánne Sara, presentata a Tromsø lo scorso febbraio attraverso un’installazione pubblica e interventi nello spazio urbano della città.

The Shallow Tree, Dverghjorn Owl, 2014. Courtesy the artist
The Shallow Tree, Dverghjorn Owl, 2014. Courtesy the artist

LA QUESTIONE SÁMI

Unico gruppo etnico in Europa identificato come popolazione indigena, i sámi abitano tradizionalmente i territori “Sápmi” dell’area artica appartenenti a Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia. Non si distinguono in una sola identità, cultura e lingua, perché ogni gruppo sámi ha tradizioni e abitudini differenti, ma il riconoscimento del loro antico patrimonio culturale deve molto all’arte. Il Máze Artist Group, che si è costituito nel 1978, ha svolto un ruolo fondamentale per l’emancipazione dell’identità e l’affermazione dei diritti di questo popolo. Sebbene la legittimazione dei sámi si ritenga un fatto superato, il percorso iniziato negli Anni Settanta non è ancora completato e ritrova attualità nella crisi globale, quando si parla di temi che riguardano le identità nazionali e religiose. Cosa significa, infatti, sentirsi estranei nel proprio Paese o, peggio, ospiti incompresi a “casa propria”? Le battaglie riportate su disegni, dipinti, installazioni, fotografie e video da artisti di origine sámi costituiscono oggi una risorsa per analizzare la nostra quotidianità, segnata da una migrazione epocale senza precedenti.
La presenza di Britta Marakatt-Labba, Hans Ragnar Mathisen, Joar Nango, Synnøve Persen, Máret Ánne Sara e Niillas Somby all’interno della rosa di nomi selezionati dal curatore di documenta 14 per rappresentare il panorama artistico norvegese è, dunque, molto significativa e dimostra come siano forti i temi trattati da questi artisti e di quanto sia centrale il loro ruolo nell’arte contemporanea internazionale.
È un dato di fatto, che gli esempi artistici più interessanti in ambito norvegese stiano nascendo e fiorendo proprio nell’estremo nord del Paese. Fondamentale, in questo contesto, il lavoro di analisi della cultura contemporanea delle popolazioni indigene promosso negli ultimi due anni dall’OCA – Office for Contemporary Art di Oslo attraverso convegni, incontri, mostre e ricerche. Il coinvolgimento di artisti e curatori su tutto il territorio norvegese, dalle Isole Svalbard a Karasjok e Tromsø, ha dato il sostegno necessario per la diffusione e la conoscenza dell’arte e della cultura Sámi nel mondo.

Tromsø. Photo Maria Elena Putz
Tromsø. Photo Maria Elena Putz

TROMSØ. TRADIZIONE E INNOVAZIONE

La “porta dell’artico”: così è definita la città di Tromsø, che poggia le sue fondamenta sul 69° parallelo a nord dell’Equatore. Nonostante si trovi in una zona tanto remota rispetto al “centro” del continente europeo, è una città internazionale e multietnica, dove religioni, idiomi e abitudini culturali si intrecciano ospitando persone di circa 130 nazionalità differenti. Gremita di giovani grazie alla presenza dell’università, la città si popola di un pubblico settoriale durante i numerosi festival musicali, cinematografici e culturali, che ne fanno una delle città più animate della penisola scandinava. Per dimensione Tromsø è il secondo centro abitato più grande del mondo sopra il Circolo Polare Artico e riserva molte sorprese per menti curiose che desiderino scavare sotto la neve e guardare oltre le aurore boreali.
La città è in rapidissima espansione e ha conosciuto dalla metà del XX secolo una crescita demografica senza precedenti, passando da circa 15mila abitanti censiti negli Anni Cinquanta ai circa 72mila dei giorni nostri. Anche se è sempre stata un luogo di richiamo per esploratori polari e una città di transito per le popolazioni sámi, Tromsø lega il suo recente sviluppo soprattutto a tre fattori: l’apertura dell’università nel 1972, l’impulso dettato dagli interessi geo-politici del Paese verso l’area del nord (il sottosuolo norvegese è ricchissimo di petrolio, gas e minerali) e, infine, il ricco e sempre più redditizio mercato ittico che esporta stoccafissi e salmoni in tutto il mondo.
Il numero di cantieri aperti e di nuovi edifici pubblici e privati in costruzione mostrano come la città stia crescendo alla velocità della luce e lo skyline del centro abitato sia in costante divenire. Edifici cubici e dalle linee essenziali si alternano a casette colorate stile Lego e rimesse di pescatori. Insieme svelano il cuore contemporaneo di Tromsø, una città sospesa tra tradizione e innovazione.
Tappa d’obbligo per chi desideri cogliere la complessità di questo luogo è il Perspektivet Museum, la cui sede è un gioiello del 1838 suddiviso in tre piani dedicati, ciascuno, a mostre e collezioni di opere, oggetti e fotografie che documentano la multietnicità di Tromsø. Scopo della fondazione è quello di documentare le molte storie e le contraddizioni presenti nella vita contemporanea della città, favorendo i momenti di scambio culturale e di conoscenza delle diverse culture che la popolano, attraverso mostre fotografiche e progetti sviluppati insieme agli artisti. Un bellissimo video, che va in loop al terzo piano del museo, mostra lo sviluppo architettonico della città accostando a vecchie foto scatti che ritraggono gli stessi posti al giorno d’oggi. La sovrapposizione di immagini restituisce in pochi minuti la metamorfosi in atto a Tromsø.

MUSICA & CINEMA

Negli ambiti delle arti, della musica e del cinema, Tromsø è uno dei principali centri di riferimento per i Paesi scandinavi e dell’area artica.
I festival musicali sono tra le manifestazioni più numerose e, nell’arco dell’anno, trovano spazio generi diversi come il jazz (Tromsø Jazz Festival) e la musica elettronica (Rakettnatt, Insomnia Festivalen). Certamente il più partecipato è il Bukta Open Air Festival, che richiama ogni anno in luglio musicisti rock di fama mondiale. Patti Smith, Alice Cooper e Iggy Pop sono solo alcuni dei nomi in cima a una lunga lista di artisti che dal 2004 attirano in città un numero crescente di partecipanti con picchi di 20mila persone. Il festival si svolge a Telegrafbukta, la spiaggia più magica di Tromsøya dove, meteo permettendo, splende il sole anche a mezzanotte.
Sei mesi dopo, in gennaio, la città si anima grazie al TIFF – Tromsø International Film Festival, un festival cinematografico che lo scorso anno è giunto alla sua 27esima edizione, portando oltre 60mila spettatori davanti a film, corti e documentari relativi, principalmente, a temi e questioni pertinenti l’Artico.

IL MODELLO ARTICO

Novità espositive, progetti per residenze artistiche e cambi di direzione nei principali musei hanno contribuito negli ultimi anni a dare nuovo impulso al vivace contesto artistico e creativo locale.
Il Comune di Tromsø è in prima linea, insieme all’Arts Council norvegese e ad alcune fondazioni bancarie e non (come la “architect foundation” Noda, che ha commissionato a Peter-John de Villiers a.k.a. The Shallow Tree un murale rappresentante un gufo che nel 2014 ha perso la rotta migratoria, finendo erroneamente a Tromsø), per garantire il sostegno economico a spazi indipendenti, dove giovani artisti e studenti dell’Accademia sperimentano e allestiscono le loro opere. È questo il caso di Kurant, uno spazio espositivo molto frequentato e autogestito da giovani artisti, e del Kysten – Fylkeskultursenter, che svolge da luogo di riferimento per creativi e professionisti del settore. Situato negli spazi dell’ex ospedale della città, ospita gli atelier di venticinque artisti, cinque laboratori (che vanno dalla grafica alla ceramica) e un appartamento con atelier annesso, a cui possono accedere artisti stranieri desiderosi di lavorare in città per un lungo periodo.

NNKM - Nord Norsk Kunst Museum, Tromsø
NNKM – Nord Norsk Kunst Museum, Tromsø

FOCUS NORDNORSK KUNSTMUSEUM

È il “Museo dell’anno 2017” secondo il Museumsforbund, ovvero l’associazione dei musei norvegesi, ma uno dei progetti più riusciti del principale museo d’arte della città, in termini di critica e di numero di visitatori, è la performance There is no, in cui il museo è temporaneamente sparito assumendo per alcuni mesi un’identità alternativa.
Un controsenso o un errore? In realtà il premio è anche frutto del lavoro coraggioso del neodirettore, il canadese Jérémie Michael McGowan, che ha saputo proporre un programma espositivo in grado di centrare questioni che stanno molto a cuore ai norvegesi e alla comunità locale. La mostra-performance There is no, che ha inaugurato le attività del 2017, ha permesso ai visitatori di immaginare come potrebbe essere un Dáiddamusea, ovvero un museo d’arte sámi, se soltanto nel corso degli anni lo Stato norvegese avesse riconosciuto a questa comunità indigena un valore artistico e culturale degno di essere conservato ed esposto in un museo d’arte.
Nel percorso sono state esposte non soltanto le opere di John Savio e del gruppo artistico di Máze, inclusi i raffinati ricami di Britta Marakatt-Labba, i dipinti ipnotici di Synnøve Persen e i lavori di Joar Nango, giovane artista-architetto che vive a Tromsø, ma ha saputo anche restituire l’idea che l’arte sámi non ha regole né confini, ed è legata soprattutto alle arti applicate, all’artigianato e all’abbigliamento tradizionale. Troviamo così posto gioielli, coltelli, collane ma anche finiture e abiti contemporanei realizzati dall’artista Outi Pieski.
Il progetto ha suscitato un interesse enorme e ha evidentemente colto nel segno se, come ha raccontato il direttore d Artribune, la performance del fittizio Dáiddamusea è riuscita a raccogliere consensi senza incappare in polemiche legate a una questione, quella relativa alla popolazione sámi appunto, che talvolta torna ad essere bruciante.
Lontano dall’intenzione di mostrarsi come una mini-pinacoteca nazionale, il Nordnorsk Kunstmuseum sta portando a Tromsø mostre e progetti in grado di riflettere e indagare sulle molteplici identità e peculiarità del nord della Norvegia, raccontando un territorio sfaccettato e ricco di tradizioni.

Maria-Elena Putz

www.halogalandteater.no
www.ishavskatedralen.no
www.nnkm.no
www.perspektivet.no
www.uit.no/tmu
www.uit.no/tmu/polarmuseet
www.polaria.no
www.tromsokunstforening.no
www.tromsfylke.no
www.kurant.cc

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #38

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Maria Elena Putz
Maria-Elena Putz (Venezia, 1983). Professionista museale negli ambiti marketing e fundraising. Dopo la formazione in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Bologna e in Economia dei beni culturali presso l’Università Cattolica di Milano, si è specializzata sul campo lavorando dapprima al Mart di Rovereto e, successivamente, al Museion di Bolzano. Ha seguito percorsi di formazione continua presso SDA Bocconi, Fondazione Fitzcarrado e Trentino School of Management. Ha conseguito un Master in Economia del turismo all’Università Bocconi di Milano. Interessata al turismo culturale e alle tradizioni della sua città di origine, collabora a pubblicazioni su Venezia e il Lido, creando percorsi turistici e approfondimenti tematici in dialogo con alcune strutture ricettive veneziane. Attualmente vive a Tromsø, Norvegia.