Tra Carnevali e bellezze antiche, il territorio intorno a Bellinzona stupisce con i suoi musei patrimonio dell’Unesco e le sue collezioni d’arte contemporanea. In un paesaggio mozzafiato che vi accompagnerà lungo tutto il vostro cammino.

Se diciamo “Carnevale” vi verrà probabilmente in mente Rio de Janeiro, Venezia, magari Viareggio, ma un altro nome a cui dovreste pensare è Bellinzona. Non tutti infatti sanno che la città ospita ogni anno, nel suo centro storico, il Rabadan, tra i più importanti in Svizzera, insieme a quello di Basilea, con il quale è gemellato, e quello di Lucerna. Sono centocinquanta le edizioni per questa manifestazione, il cui nome significa ‘rumorìo’, ‘baccano’, ‘chiassata’, ‘frastuono’. Nato nel 1862, è oggi più splendente che mai con iniziative tradizionali quali il tiro alla fune, i coloratissimi carri, la distribuzione di risotto e luganega e molto altro ancora.

I CEDRI DI RAVECCHIA

Ma Bellinzona, naturalmente, non è solo Carnevale. A Ravecchia, quartiere a sud-est di Bellizona, si trova il Museo Civico di Villa Cedri, situato in una villa di origine ottocentesca, ai primordi casa di campagna e oggi visibile con il progetto di ampliamento realizzato dall’architetto milanese Nelusco Mario Antoniazzi su commissione del banchiere Arrigo Stoffei, che acquistò la villa nel 1931.
La trasformazione in museo d’arte risale agli Anni Settanta. La sua collezione nasce sui corpus donati proprio in quegli anni da Emilio Sacchi, medico, e Adolfo Rossi, banchiere, alla collettività, con opere che spaziavano dal Seicento al Novecento, firmate da artisti quali Giuseppe Pellizza da Volpedo, Luigi Nono e Giovanni Segantini, tra gli altri. A queste importanti collezioni si sono aggiunti nel tempo altri importanti donazioni e lasciti, come quello riguardante un’opera di Vittore Grubicy de Dragon o la collezione di paesaggi ottenuta grazie al lascito Moretti nel 1987.
All’arricchimento della collezione, cresciuta nel tempo anche grazie a fondi monografici riguardanti singoli artisti, il museo affianca una costante attività espositiva. Fino a fine gennaio 2017, ad esempio, si parla de L’anima del segno nella ricerca di artisti come il ticinese Massimo Cavalli, l’italiano Guido Strazza e il franco-tedesco Hans Hartung, in un percorso in cui il gesto è l’assoluto protagonista.
Sempre a Ravecchia si trova la Chiesa di San Biagio, una struttura romanica non datata precisamente, ma segnalata per la prima volta in documenti risalenti al 1237. Oltre a un magnifico organo della prima metà del Quattrocento, è adornata da numerosi affreschi della stessa epoca. Se parliamo di chiese, non bisogna assolutamente mancare anche una visita a Santa Maria delle Grazie, costruita verso la fine del Quattrocento insieme al Complesso Conventuale dei Frati Minori. Di matrice puramente francescana, la chiesa è stata eretta anche grazie alle donazioni dei bellinzonesi. Oggi i visitatori possono osservare l’originale forma gotica e gli affreschi con le storie sulla vita e la passione di Cristo, anch’esse interpretate nel linguaggio dell’iconografia francescana.

Teatro Sociale, Bellinzona
Teatro Sociale, Bellinzona

TEATRI E PASSI ALPINI

Ispirato, invece, alla Scala di Milano, il Teatro Sociale di Bellinzona è una costruzione neoclassica nata nel 1846, in contiguità con il Convento delle Orsoline, oggi Palazzo del Governo, e divenuta ben presto centro della vita mondana e culturale della zona. Il teatro ha avuto una storia discontinua: fortune ma anche periodi bui. Si è addirittura nel tempo pensato all’abbattimento. Fortunatamente, una campagna organizzata per salvare il teatro ha ottenuto che fosse mantenuto e restaurato nel 1993. Oggi, restituito al suo antico splendore, è sede di una programmazione fittissima di iniziative e spettacoli.
Tra i luoghi di interesse da non perdere a Bellinzona c’è inoltre Prada, che nulla ha a che vedere con la celeberrima maison di moda. Si tratta infatti di un museo a cielo aperto sulla montagna di Ravecchia, raggiungibile passeggiando lungo diversi sentieri nella bellezza della natura svizzera. Di Prada, che fu abbandonata durante la Peste del Borromeo nel Seicento, restano solo alcuni resti, rimanendo tuttavia un luogo del cuore per la popolazione di Ravecchia, che ha continuato a frequentare la Chiesa di San Girolamo, celebrandovi messa ben dodici volte l’anno. Recentemente, inoltre, sono stati scoperti un gruppo di affreschi tardomedioevali nel coro della chiesetta.
Da Prada, sempre passeggiando, si raggiunge il Castello di Sasso Corbaro. La camminata è impreziosita dai ruderi delle antiche abitazioni ben conservate. Andando invece verso il San Gottardo si visita l’omonimo Ospizio, a 2.100 metri di altitudine, sul passo che collega l’Europa settentrionale a quella meridionale. Il passo è abbellito ulteriormente da una cappella d’epoca preromanica, mentre l’Ospizio risale al 1237, ottenendo tuttavia la sua forma attuale nel 1623. In quegli anni la struttura fu inoltre ampliata e la sua gestione passò nelle mani dei frati Cappuccini, prendendo il nome di Ospizio dei Cappuccini. Luogo di passaggio per i viaggiatori che si recavano in quelle terre per motivi mercantili, l’Ospizio è il simbolo del San Gottardo. Oggi albergo iconico e di alta categoria, è stato rinnovato dagli architetti Miller & Maranta, i quali ne hanno conservato la bellezza e la funzione.

FRA CONTEMPORANEO E…

Gli amanti dell’arte contemporanea non devono rinunciare a una capatina al CACT – Centro d’Arte Contemporanea Ticino, fondato nel 1994 con la mission di realizzare esposizioni d’arte contemporanea internazionale, e di portare avanti progetti di ricerca. L’istituzione nel 1996 di un tesseramento combinato con riviste d’arte specializzate ha incentivato le collaborazioni tra spazi d’arte e musei, così come la diffusione della produzione artistica delle nuove generazioni. Nel 2009 è stato creato il MACT – Museo d’Arte Contemporanea Ticino, le cui finalità sono di indicare nuove modalità di presentazione di opere provenienti da collezioni d’arte contemporanea private.
Per il gran finale, merita una gita anche il villaggio di Curzútt – San Barnárd. La chiesa che porta lo stesso nome fa parte della stretta cerchia di monumenti di importanza nazionale nel bellinzonese. Restaurata negli Anni Settanta, conserva meravigliosi affreschi e vestigia di un passato antico, attorno al quale si svolgeva e si svolge tutta la vita locale. Dal 1998, infatti, la fondazione omonima si è alacremente impegnata per ridare vita al villaggio, che ora dispone di un ostello, di un ristorante e di un ponte tibetano.

Felice Varini, Segni, 2001 - Monte San Michele e Castelgrande
Felice Varini, Segni, 2001 – Monte San Michele e Castelgrande

IN DIFESA… DEL PATRIMONIO

“I castelli di Bellinzona si annoverano fra le più mirabili testimonianze dell’architettura fortificata medievale dell’arco alpino”. Con questa motivazione, il 30 novembre 2000 l’Unesco ha riconosciuto i castelli e la murata difensiva di Bellinzona fra i monumenti Patrimonio dell’Umanità.
La celebrazione dell’avvenimento, nel 2001, avvenne sotto il segno del contemporaneo. La città di Bellinzona decise infatti di commissionare un’opera a Felice Varini, artista locarnese classe 1952. Si rammenti: Varini è noto per i suoi interventi pittorici sotto il segno dell’anamorfosi, ovvero quella particolare deformazione prospettica che illude l’occhio, rendendo l’immagine deformata se non la si guarda da un preciso punto di vista. Spettacolare è stato quindi il lavoro sul Monte San Michele e sulla facciata di Castelgrande, con strisce rosse che sembravano cambiar forma a seconda del punto d’osservazione di chi guardava.

CASTELGRANDE

Siamo sul promontorio che domina Bellinzona, nel bel mezzo della valle del Ticino. In questa posizione strategica sorgono fortificazioni sin dal IV secolo – e notizie d’insediamenti risalgono al Neolitico. Ma bisogna arrivare al Trecento per trovare la denominazione Castrum Magnum.
Quel che oggi si può vedere e visitare è il frutto di stratificazioni secolari. Il più remoto è datato XIII secolo, cui segue l’edificazione massiccia degli Sforza (autori in particolare della murata che all’epoca arrivava sino al fiume e che ora si limita a raggiungere la città), un ripristino secentesco e, ancora, gli interventi ottocenteschi. Ma non è tutto: dal 1984 al 1991, infatti, l’architetto Aurelio Galfetti (per i più curiosi: è lo zio di Manuel Valls, l’attuale premier francese) ha diretto i restauri del sito.
Parlavamo di promontorio, quindi è facilmente intuibile come dal castello la vista spazi in maniera affascinante sulla valle e sulla città. Ma la vista è altrettanto mozzafiato se si guarda dal basso, con le due torri – la Bianca, alta 27 metri, e la Nera, alta un metro di più – a movimentare i volumi imponenti del castello. Per completare la visita, all’interno di Castelgrande c’è anche un piccolo museo e un ristorante capitanato dallo chef Davide Alberti.

Chiesa di San Bernardo, Curzútt
Chiesa di San Bernardo, Curzútt

MONTEBELLO

Una fatale regola della geografia dice che c’è sempre – o quasi – qualcuno più a nord oppure più in alto di te. Ed è vero anche per Castelgrande: domina la città, ma è dominato da Montebello.
Avviluppato su se stesso intorno al mastio trapezoidale, il nocciolo interno del forte omonimo risale al XIII-XIV secolo, la cui costruzione si deve al casato dei Rusca, che qui si rifugiarono quando iniziò la dominazione milanese. Nel corso dei decenni, quel che era chiamato Castello Piccolo si ampliò con torri e rivellino – una ulteriore fortificazione autonoma rispetto alla precedente – fino ad assumere l’attuale fisionomia grazie alle cure ingegneristiche degli Sforza, che nel frattempo avevano preso possesso dell’area. Per oltre un secolo fu di proprietà della famiglia Ghiringhelli, fino a che il Cantone lo acquisì: era il 1903, il Centenario dell’Indipendenza ticinese. Da citare infine le mura, che un tempo si univano senza soluzione di continuità con quelle provenienti dal colle di San Michele.
L’ultimo intervento risale al 1974 ed è firmato dagli architetti Mario Campi e Franco Pessina, al fine di realizzare il Museo civico negli edifici più interni. E se due sono le aree di competenza, archeologica e storica, va da sé che l’interesse più acceso è stuzzicato dalla collezione di armi bianche e da fuoco.

SASSO CORBARO

A 230 metri sopra Bellinzona, e dunque sopra i due castelli Grande e Piccolo, svetta la fortezza sforzesca di Sasso Corbaro. Qui le date sono certe e le stratificazioni ridotte: l’edificazione avvenne in soli sei mesi nel 1479, dopo che il 28 dicembre dell’anno precedente i milanesi erano stati sbaragliati dai “montanari” ticinesi nell’epica Battaglia di Giornico. A occuparsi della costruzione, su ordine di Galeazzo Maria, fu l’ingegner Benedetto Ferrini, che proprio sul cantiere, pressoché terminato, morì di peste.
Un destino quasi segnato di rovina ha accompagnato il forte per quasi tutto l’Ottocento, ma fortunatamente, dopo alcuni interventi privati, la Confederazione Elvetica ne ha ripreso possesso e ha proceduto al restauro.
Inutile ribadire come da qui il panorama sia imperdibile. E se non manca un museo all’interno dei bastioni – con una sala lignea in noce massiccio che rimanda a saghe di cavalieri d’altri tempi – c’è anche la possibilità di ristorarsi grazie alle proposte dello chef Athos Luzzi, che ha pensato anche a chi opta per un regime alimentare vegano.

Santa Nastro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #33bis – Speciale Ticino

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AutoreFelice Varini
Spazi espositiviTEATRO SOCIALE, CACT - CENTRO D'ARTE CONTEMPORANEA DEL TICINO, CASTELGRANDE
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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.