Brain Drain. Parola a Vincenzo Cavallo

Regista e operatore culturale, Vincenzo Cavallo è passato da Napoli a Nairobi, capitale del Kenya. Perché la diaspora dei nostrani cervelli in fuga non ha come destinazione soltanto le città più hype.

Vincenzo Cavallo

Nairobi: in cosa differisce dalle città italiane ed europee?
Nairobi non è amichevole, non ha un centro storico o una piazza principale, né una passeggiata turistica, né un bel mercato delle pulci. È molto simile ai modelli di megalopoli americane come Los Angeles, dove per passeggiare e vedere gli amici si va al centro commerciale. Ci si muove con la macchina o con il Matatu (mezzi di trasporto pubblici) oppure, per i più audaci come me, con un motorino cinese, soluzione auspicata per non passare dalle due alle tre ore al giorno nel traffico.

E a livello sociale?
Il ceto medio, che prima non esisteva, è completamente diverso dal nostro: ha accumulato modeste somme per comprare una macchina, pagare l’affitto di un appartamento decente e mandare i figli in una buona scuola. Nessun contatto con la classe operaia, che praticamente non ha coscienza della propria esistenza. Il ceto medio ha fatto grossi sacrifici, lavorando duro, parzialmente lusingato dal sogno americano: molti sono piccoli e medi imprenditori, cinici e ironici alla maniera africana. Tra loro si collocano anche gli stranieri come me, che hanno aperto piccole società che erogano servizi e organizzano eventi.
Poi esistono gli straricchi dell’élite keniana (politici, proprietari terrieri): abitano in ville stratosferiche, guidano macchine enormi, lavorano per grosse società che hanno sede qui, nel centro nevralgico dell’Africa Orientale. Ci sono anche funzionari di grosse organizzazioni internazionali europee che qui non pagano tasse e percepiscono stipendi da capogiro, pagati con i soldi dei contribuenti, assolutamente fuori proporzione rispetto a come vivrebbero nel Vecchio Continente. Tra questi ci sono molti nostri connazionali mossi dalla crisi a intraprendere una carriera nelle Nazioni Unite o in altre organizzazioni simili.
E infine ci sono i poveri, che vivono nelle baraccopoli e rappresentano il sub-proletariato, non hanno diritti, e purtroppo non li reclamano nemmeno, perché non hanno modelli politici ai quali ispirarsi. Unico ideale di riferimento politico è il neo-liberismo.

Descrivi una situazione piuttosto cupa…
Nonostante il quadro abbastanza apocalittico, Nairobi è invece piena di ottimismo, l’opposto di una qualsiasi città europea: la gente è convinta che il futuro sarà meglio del presente e del passato e questo ha un enorme impatto sull’economia, con un clima favorevole per gli investimenti.
Secondo il PIL, il Paese è in crescita, ma la vita è carissima e lo stipendio minimo è di circa 100 euro al mese. Esiste molta corruzione, la polizia fa paura, la legalità non è garantita. Per coprire con l’assicurazione sanitaria la mia famiglia ho dovuto pagare più di 2.000 USD l’anno. La maggior parte dei keniani non dispone neanche di questa cifra.
Quando mio figlio dovrà andare a scuola ci sarà da piangere! Le scuole pubbliche non offrono servizi e sono sovraffollate. Per questo nessun straniero europeo manda il figlio in una scuola pubblica. Per una scuola decente bisogna prepararsi a sborsare tra gli 8.000 e i 20.000 USD l’anno. Chi lavora per le grandi società o le organizzazioni internazionali non paga: questo aumenta i divari nei prezzi, creando forme di sbarramento all’accesso delle strutture educative più qualificate. L’affitto per una zona decente, con acqua luce strada asfaltata ecc. è equiparabile a una casa a Torino o Napoli.
Insomma, per vivere a Nairobi bisogna abituarsi a una società classista, a usare spesso la macchina. La cosa positiva è che si incontrano un sacco di persone interessanti, che il Paese è dinamico e non affaticato e corrotto da millenni di storia clientelare.

Performance con Upendo Hero a Kibera e l’eroe del Public Space protagonista di Twende Berlin
Performance con Upendo Hero a Kibera e l’eroe del Public Space protagonista di Twende Berlin

In qualità di regista, producer e organizzatore di cultura, come lavori in Kenya? Quali punti di forza, quali le fragilità del sistema? Dove ti aggiorni? Quali relazioni hai attivato?
Qui sono riuscito a fare tutto quello che non sono riuscito a fare in Italia, perché come napoletano comprendo le dinamiche proprie dell’economia informale che vige in Kenya. Inoltre in Italia è impossibile lavorare in un settore così saturo, nel quale ormai non contano quasi più le idee ma solo chi sei, da dove vieni ecc.
Ci sono punti di forza in Kenya. Da qui co-produco con il Sudamerica (altra realtà in crescita), lavoro con i centri di cultura. Ci sono tantissimi fondi che supportano progetti in Africa. Inoltre la mia impresa è diventata punto di riferimento per molte società e organizzazioni straniere che lavorano sul territorio. Il sistema è estremamente fragile, le persone non sono mai le stesse, tutto ruota. Da una parte questa realtà dinamica evita il consolidarsi di monopoli, dall’altra è difficile pianificare il futuro: bisogna combattere ogni giorno come se fosse il primo. È una realtà molto più complessa di quella italiana, nella quale si può guadagnare di più ma si rischia infinitamente di più.
Ho conseguito il titolo di dottore di ricerca da qui, scrivendo una tesi di dottorato sui nuovi media in Kenya. Continuo a scrivere e mi aggiorno chiaramente online. Le relazioni che ho attivato sono incredibilmente complesse, dagli istituti di cultura alle organizzazioni non governative alle organizzazioni internazionali a grossi canali televisivi e altre organizzazioni simili alla nostra (società di produzione video).

Come valuti il sistema delle industrie creative nostrane? Sono sviluppate, strategiche rispetto all’economia del Paese? E in Kenya?
In Italia si parla molto di creatività ma si fa troppo poco. Lo Stato dovrebbe quasi azzerare le tasse per tutte le società che intendono sviluppare progetti innovativi gestiti da giovani. Bisogna eliminare anche gli aiuti statali, che sono propulsori di clientelismi. Quei soldi non spesi in fondi per lo sviluppo andrebbero redistribuiti per agevolazioni fiscali.
Qui in Kenya l’industria creativa è al centro di tutto in questo momento, soprattutto per quello che riguarda contenuti e software. I miei lavori sono distribuiti attraverso le televisioni e i festival di cinema africano o di altro tipo. Se apri una piccola società, nessuno chiede di aprire una partita Iva e di pagare una valanga di tasse, quindi in poco tempo chiunque sia coraggioso e con una buona idea sviluppa un buon progetto. Solo per incassi superiori ai 50.000 euro l’anno costringono ad aprire una partita Iva. Diversamente si può operare senza troppi problemi e senza troppa burocrazia. La burocrazia esiste e pesa sugli stranieri: io ho sudato il mio di lavoro da imprenditore. Senza un capitale di almeno 100.000 USD da investire è meglio restare a casa. Meglio poveri in Europa che in Africa.

Hai sovvenzioni e fondi in qualità di imprenditore culturale?
Accedo ai fondi della cooperazione internazionale e non ricevo nessuna facilitazione fiscale diversa da quella che ricevono i keniani. Anzi, come straniero devo pagare 1.000 euro l’anno solo di permesso di lavoro.

Vincenzo Cavallo e artisti keniani, Mau Mau Jesus, installazione (in memoria dei combattenti per la resistenza)
Vincenzo Cavallo e artisti keniani, Mau Mau Jesus, installazione (in memoria dei combattenti per la resistenza)

Cosa ti manca dell’Italia, parlando di lavoro, che non trovi in Kenya? E viceversa.
Non mi manca quasi nulla, nemmeno il cibo, visto che godo della fusion culinaria di Nairobi.
Trovo che il nostro Paese sia estremamente noioso e conservatore: in questo momento siamo tutti terrorizzati dalla crisi e tartassati dalle televisioni. È difficilissimo fare impresa perché c’è molta presunzione che impedisce la coesione sul lungo periodo. In Kenya sono tutti più umili e aperti al lavoro di squadra. Esiste però qualcosa del nostro Paese che ci rende migliori rispetto al resto del mondo: la passione per il prodotto. Noi italiani ci mettiamo il cuore in quello che facciamo e questo rende i nostri prodotti meravigliosi: quando mi confronto con i keniani o con persone di altre nazionalità spiego che la differenza sta nel dettaglio. Il prodotto deve essere bello. È un vantaggio essere italiano in questo senso, perché vendo il concetto di made in Italy.

A quali condizioni torneresti in Italia?
A 23 anni (fresco di laurea) ho scritto un progetto di eDemocracy (democrazia partecipativa online) per il Comune di Gubbio, facendogli vincere il finanziamento del Ministero dell’Innovazione. Una volta ottenuti i denari, il Comune mi ha rimosso per fare posto a un’altra persona. Ho fatto ricorso al TAR, ma ho perso. Contestualmente avevo prodotto un format per la televisione con fondi pubblici: ero così determinato a lavorare come regista e produttore che ho venduto il format a pochi soldi pur di entrare nel mercato delle serie tv. La società che mi ha preso è poi fallita. A 26 anni ero molto frustrato. Grazie a una borsa di studio delle Nazioni Unite non ci ho pensato due volte, sono partito, e da allora nessuno mi ha mai dato un motivo per tornare.
Ho pensato di coinvolgermi in politica nazionale, ma poi ho desistito. Credo che il mio futuro sia qui nel sud del mondo tra Africa, Latino-America e Asia. In Italia ho proposto un progetto in attesa di approvazione, ma dubito che vada a buon fine. Sono scettico per le mie esperienze passate… e forse sbaglio. La speranza di vedere un Paese nuovo non deve morire, soprattutto per noi giovani creativi: l’apatia depressiva propria del 30enne radical chic italiano deve essere combattuta come un male da estirpare prima che si trasformi nella nuova classe dirigente.

Neve Mazzoleni

http://www.culturalvideo.org/
http://vincenzocavallo.wordpress.com/

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Neve Mazzoleni
Neve Mazzoleni ha una laurea in Lettere Moderne - Storia e Critica delle Arti conseguita all'Università degli Studi di Milano, un master in Management of Art and Culture della Trentino School of Management e un master in Social Innovation, Social Business & Project Innovation (MES) di ASVI Social change. Dal 2006 lavora per UniCredit come art manager e curatrice della collezione corporate. Scrive per il Giornale delle Fondazioni, Arte&Impresa, CheFare. Ha scritto per Fizz, Tafter e Doppiozero. È iscritta alla seconda laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Milano.