Brain Drain. Parola a Caterina Riva

Torna il ciclo di interviste ai “cervelli in fuga”. Questa volta parla Caterina Riva, che da Milano è approdata prima a Londra, dove ha co-fondato FormContent, poi a Auckland, dove attualmente dirige Artspace.

Caterina Riva - photo Tash Hopkins, 2012

Com’è vivere in un contesto culturale agli antipodi, dodici ore avanti all’Europa?
La connessione richiede uno sforzo costante e il fuso orario penalizza soprattutto i contatti personali con gli amici e la famiglia in Europa, anche se la tecnologia e internet aiutano. Detto questo, il contesto culturale qui è differente da quello esperito a Londra: il ritmo e gli stimoli non sono altrettanto fitti, forse questo permette di fare meno cose, ma con più precisione e concentrazione.

Da quando hai lasciato l’Italia, nel 2006, com’è cresciuta la tua carriera professionale? Che opportunità, supporti, esperienze non avresti mai vissuto in patria?
Dopo un master all’Accademia di Brera di Milano e un anno di varie esperienze lavorative nella stessa città, sentivo il bisogno di un confronto internazionale. Nel 2006 mi sono trasferita a Londra per frequentare l’MFA Curating presso il Goldsmiths College e un anno dopo ho fondato uno spazio curatoriale non profit nell’est di Londra con altri due colleghi: FormContent. FormContent è cresciuto negli anni, di pari passo con le sue aspirazioni, e si è cimentato con progetti di varia natura a Londra ma anche in altri Paesi europei. In Italia sono poi nati diversi spazi indipendenti fondati da artisti o da curatori, ma allora la sfida di aprire da stranieri uno spazio a Londra, senza capitale iniziale – e riuscire nell’impresa – è stato una specie di miracolo. Nel Regno Unito mi sono confrontata con un impianto professionale meritocratico, e questo spesso mi ha reso difficile ritornare a lavorare “nella mentalità italiana”.

Caterina Riva - photo Tash Hopkins, 2012
Caterina Riva – photo Tash Hopkins, 2012

Cosa manca al sistema dell’arte italiano?
A Londra, come in Nuova Zelanda, mi rendo conto quanto gli artisti e gli operatori culturali siano supportati a livello pubblico e governativo e quanto gli aiuti finanziari aprano loro opportunità professionali. In Italia non esiste una volontà pubblica d’investimento nella cultura o nell’educazione, e resta purtroppo, ancora troppo spesso, nelle mani dell’iniziativa privata o personale. Siamo troppo esterofili e non diamo valore alle risorse nostrane, e spesso non si pensa alla continuità o alla qualità, ma a un immediato riscontro e a una facile soluzione.

In Nuova Zelanda benefici di speciali trattamenti fiscali e agevolazioni che ti favoriscono nel tuo lavoro?
Nessuna particolare agevolazione, ricevo uno stipendio, pago le tasse in questo Paese e ho un visto lavorativo che mi permette sia di viaggiare che di rimanere qui fino alla fine del mio contratto, nel 2014. Artspace è uno spazio non profit fondato 25 anni fa per dare voce alle pratiche più sperimentali e meno rappresentate dalle istituzioni esistenti, e tutt’oggi prosegue con questo spirito. L’organizzazione che dirigo è finanziata da un’agenzia pubblica per il 60% delle spese annue, il resto viene da diverse fonti sia pubbliche che private. La recessione è arrivata anche agli antipodi, ma in Italia credo che per una donna di 32 anni sia raro avere l’opportunità di dirigere uno spazio d’arte contemporanea.

Neve Mazzoleni

www.artspace.org.nz

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #11 

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Neve Mazzoleni
Neve Mazzoleni ha una laurea in Lettere Moderne - Storia e Critica delle Arti conseguita all'Università degli Studi di Milano, un master in Management of Art and Culture della Trentino School of Management e un master in Social Innovation, Social Business & Project Innovation (MES) di ASVI Social change. Dal 2006 lavora per UniCredit come art manager e curatrice della collezione corporate. Scrive per il Giornale delle Fondazioni, Arte&Impresa, CheFare. Ha scritto per Fizz, Tafter e Doppiozero. È iscritta alla seconda laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Milano.