Umbria, la necessità di cambiar pagina

Sarà per la necessità di esplorare le radici del sentire religioso nel nostro tempo o per il bisogno di nobilitare gli animi ed elevarsi rispetto alle esigenze materiali e ai problemi pratici della vita di tutti i giorni. Qualunque sia la motivazione, il turismo devozionale è un fenomeno di grande portata, costituito da un flusso, in Italia, di circa 14 milioni di persone.

Basilica di Assisi

Il turismo devozionale è un fenomeno di grande portata, costituito da un flusso, in Italia, di circa 14 milioni di persone mosse dalle motivazioni più varie, non solo di tipo spirituale ma anche di ordine paesaggistico, culturale e di quiete e relax, mix di interessi che si attesta intorno ai 21mila visitatori, secondo i dati emersi dalla quarta edizione della Borsa del Turismo Devozionale e Culturale di Oropa.
Fra tutte le regioni italiane, l’Umbria è quella nella quale si è verificata con maggior corrispondenza un’identificazione fra turismo culturale e devozionale, grazie alla ricchezza di capolavori rinascimentali di natura spirituale collegati a importanti personalità mistiche, quali San Benedetto da Norcia e San Francesco d’Assisi. Il connubio tra cultura, religione, turismo e mercato che interpreta bisogni palesi o nascosti dell’uomo, crea situazioni inedite e nuove occasioni di valorizzazione del territorio: si veda per esempio il caso del progetto interregionale Itinerari della Fede; Cammini di Fede che valorizza anche siti minori, altrimenti forse destinati a perdersi nel marasma di chiese e conventi “d’autore” a due stelle sulle guide del Touring.

Una processione religiosa

Cerchiamo però di assumere lo sguardo di uno straniero: il monumento emblematico con cui la regione viene identificata è la Basilica di Assisi ed è evidente un forte sentimento di spiritualità. Secondo un’indagine svolta da Doxa nel 2008 sul posizionamento turistico della Regione in alcuni mercati stranieri (Germania, Olanda e Gran Bretagna), emerge che l’Umbria è percepita un luogo di ricerca dell’autenticità di benessere interiore.
Queste connotazioni, se da un lato sono favorevoli a un riconoscimento identitario a livello internazionale, dall’altro costituiscono una sclerotizzazione sempre più difficoltosa da superare per creare percorsi alternativi e nuovi circuiti, legati maggiormente alle culture contemporanee e alle nuove generazioni. L’emersione di altri asset strategici del territorio, come l’enogastronomia, potrebbe attirare nuovi flussi turistici: è il primo passo per aprire la Regione a nuove possibilità e nuovi mercati, connessi ai nuovi flussi turistici attivati.

Stefano Monti

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #6

CONDIVIDI
Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.
  • Franca Blasone

    Scuami, forse più che turismo devozionale lo chiamerei ” storico” è un concetto ben diverso, interessante la tua segnalazione.Buon lavoro!

  • Giacomo

    Ma se la proposta funziona, il flusso è costante e le strutture reggono, perchè cambiare?

  • Nichi58

    Più che all’articolo rispondo a Giacomo: Credo che il problema non sia tanto di sostituire un modello che funziona (almeno in termini economici e di benessere spirituale), quanto di affiancare a tale modello un circolo virtuoso che aiuti a percepire l’Umbria anche come luogo in cui l’arte contemporanea ha lasciato e lascia tracce molto importanti (mi limito qui a ricordare il ruolo che ebbe Spoleto nel 1962 con la memorabile mostra “Sculture nella città” curata da Giovanni Carandente, la presenza di Alberto Burri e della splendide raccolte museali di Città di Castello, il Ciac di Foligno sempre propositivo, il ruolo un po’ alterno ma mai superficiale di Palazzo della Penna a Perugia, il Caos di Terni, la presenza di un’Accademia di Belle Arti impegnata a formare giovani leve, nonché tanto altro che non cito per mancanza di spazio

  • Davide W. Pairone

    Il problema è che il turismo devozionale degli italiani spesso è superficiale (tanti non sanno nemmeno chi è Giotto) e cheap (comitivone parrocchiali che comprano souvenir da rigattieri e bottigliette d’acqua santa). Bisognerebbe articolare e coordinare meglio le proposte culturali, renderle stimolanti e non compiacenti come nel caso pessimo di Botero. Ma soprattutto gestire meglio i campanilismi: sabato Perugia, Foligno e Spoleto inauguravano contemporaneamente mostre di arte contemporanea, evidentemente una politica suicida

  • Nichi58

    Anche qui rispondo, più che all’articolo, all’amico Davide: il problema, atavico, dei campanilismi non è purtroppo una prerogativa della sola Umbria, ma è il frutto perverso della nostra storia nazionale, formata da localismi perpetuatisi nei secoli. Localismi che in qualche caso sono generatori di cultura “vera”, in altri di gelosie miopi e di corto respiro. Certo, si dovrebbe imparare a spezzarli, proviamoci ma non sarà facile: a volte sembra che l’unico collante vero che ci fa sentire una nazione sia il calcio, un aspetto in cui siamo indubbiamente fenomenali ma che troppe volte è stato usato per coprire le nostre evidenti miserie culturali e politiche

  • Domenico Ghin

    Non trovo affatto così incompatibile iniziative culturali e artistiche contemporanee in un contesto storico culturale devozionale come quello in Umbria ma anche di altre realtà nazionali. Semmai questo contesto storico antropologico può essere solo un punto di forza per generare attività culturali artistiche contemporanee maggiormente identificative in un panorama culturale globalizzato e tecnologizzato, dove la tecnologia si dovrebbe usare, questo certamente, come mezzo per veicolare meglio le proprietà che identificano il proprio territorio e non come fine, limite questo ormai secolarizzato della società postmoderna .