Ai Weiwei in attesa della mostra di Firenze espone i suoi migranti ad Amsterdam: ecco le immagini

Il grande artista cinese ha ormai indirizzato la sua ricerca esclusivamente sul dramma dei profughi in tutto il globo. Che riflette la sua esperienza personale: ma rischia di relativizzarla

Ai Weiwei, #SafePassage (foto Foam Museum)
Ai Weiwei, #SafePassage (foto Foam Museum)

Qualcuno ha parlato – anche noi di Artribune – di un certo rischio di “sovraesposizione” per Ai Weiwei, che se prima che gli fosse restituito dalle autorità cinesi il passaporto monopolizzava le cronache per le sue (reali, spesso agghiaccianti) vicende umane, da quando ha ricominciato a imperversare per il globo si rende protagonista di un profluvio di mostre, installazioni, progetti comunicativi vari che probabilmente non ha precedenti. L’ultima riprova l’abbiamo sotto gli occhi, proprio in Italia: mentre infatti fervono i preparativi per la grande mostra che a giorni inaugurerà a FirenzePalazzo Strozzi, con la monumentale installazione sulla facciata che già ha fatto molto discutere e fibrillare i social, l’artista inaugura in Olanda un altro progetto espositivo di ampio respiro, ancora incentrato sulle tematiche dei rifugiati, ormai la sua cifra.

INCONTRI PERSONALI CON GLI OSPITI DEI CAMPI PROFUGHI
Si intitola Ai Weiwei – #SafePassage, e al Foam Fotografiemuseum di Amsterdam presenta fino al 7 dicembre 2016, una serie di documenti sulla sua personale storia di “rifugiato”, e alcune migliaia di foto che lui stesso – assieme alla sua squadra di collaboratori – ha scattato con il suo telefono cellulare, nei suoi viaggi sull’isola greca di Lesbo e in campi profughi in tutto il Mediterraneo, compresi quelli di Siria, Turchia, Italia, Israele e Francia. Realizzando quello che viene presentato come “un immenso collage che riflette sugli incontri personali dell’artista con gli ospiti dei campi profughi, sottolineando ulteriormente la portata di questa crisi”. La domanda che molti si pongono è: non si rischia di relativizzare il drammatico problema, con tutta questa messe di progetti, alcuni peraltro di dubbia qualità? Noi invitiamo alla riflessione con alcune delle foto esposte in Olanda…

– Massimo Mattioli

16 settembre – 7 dicembre 2016
Ai Weiwei – #SafePassage
Foam Fotografiemuseum
Keizersgracht 609 – Amsterdam
www.foam.org

 

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • http://lucarossilab.it Luca Rossi Lab

    Soprattutto se pensiamo che tutto questo ha sostanzialmente ricadute commerciali. Ma chi è Ai Weiwei?

    Un’artista mediocre sul quale si è costruita una storia che piace tanto al mondo occidentale, e soprattutto al mercato dell’arte occidentale. Se Weiwei fosse veramente un artista dissidente sarebbe in prigione in Cina e nessuno ne parlerebbe. E poi , dove sta la critica al governo cinese nelle sue opere? In vasi colorati? Sgabelli? Biciclette assemblate? Nessuno sa di preciso cosa sia successo tra Weiwei e il governo cinese; abbiamo visto delle ferite, sembra sia stato imprigionato e poi rilasciato. Fin qui niente di eccezionale rispetto a quello che capita a tanta gente nel mondo. Eccezionali sono invece i prezzi delle sue opere, vendute dalla Galleria Continua e altre gallerie internazionali a peso d’oro, si parla di milioni di dollari. Oggi le opere d’arte contemporanea sono diventate come fondi di investimento che a differenza di quelli tradizionali, si possono esibire, e far vedere il sabato sera agli amici. Ai Weiwei non ha fatto nulla politicamente, se non sfruttare le disgrazie e le ingiustizie del mondo per aumentare la sua fama e il prezzo delle sue opere. Mostrando i Gommoni ci indica il problema dei profughi? Come se non sapessimo che esiste il problema, come se il problema non passasse ogni giorno al telegiornale. Cosa può fare l’artista? Molto, ma Weiwei non fa niente. Se fosse nato a Viterbo, e non fosse stato “esotico” per il mondo occidentale non avrebbe avuto la visibilità di cui lui e i suoi galleristi possono godere; si tratta di una nuova forma di colonialismo, finalizzata a creare gingilli costosi per ricchi da mostrare in qualche appartamento tra New York e Londra. Ed ecco i resti di un terremoto in Cina in una mostra a Londra, ed ecco i gommoni e i giubbotti di salvataggio dei profughi. Vorrei vedere uno di quei gommoni in un salotto di Park Avenue. Presto succederà dopo la mostra a Firenze. Ma Weiwei ha aiutato concretamente i profughi? Nessun aiuto concreto se non il 10% degli incassi di una sua mostra in Grecia (forse poche centinaia di euro), quando le sue opere vengono vendute per milioni di dollari. Una presa in giro colossale, una speculazione di tipo commerciale. Questo attira la curiosità dei turisti ma soprattutto quella dei collezionisti occidentali o di quelli orientali che volgiono fare gli occidentali. La storia di Weiwei dissidente politico è ancora meno che un film di fantasia, perché non esiste neanche un film, ma tante notizie parziali, frammentarie, che contribuiscono a raccontare una favola che piace tanto ai portafogli e alla coscienze dell’occidente: ecco la vittima di una dittatura che ci indica i problemi che noi stessi abbiamo contribuito a creare.

    Ma cosa succede se analizziamo il lavoro artistico di Ai Weiwei? Scopriamo che il suo lavoro scopiazza e riprende semplicemente artisti storici come Arman e Duchamp. Ossia prende oggetti di uso comune (biciclette, sgabelli, gommoni, giubbotti di salvataggio ecc) e li ripropone in musei e gallerie, tramite banali accumuli. Niente di innovativo, niente di provocatorio, ma l’esatto contrario di quello che dovrebbe rappresentare l’arte e l’arte contemporanea.

    Abbiamo bisogno di uno sciacallo per vedere che sotto c’è un cadavere?