Warren Richardson vince il World Press Photo. È un’immagine di frontiera dell’australiano lo scatto dell’anno per il 2015

  Sono due, gli elementi che più spiccano dell’immagine vincitrice del World Press Photo of the Year 2015, uno scatto del reporter australiano Warren Richardson realizzato sul confine tra Serbia e Ungheria e intitolato Hope for a New Life. Nel complesso, però, a emergere è un quadro tutt’altro che rasserenante: è l’immagine del conflitto; non […]

Warren Richardson, Hope for a New Life, Röszke – Ungheria, 28 agosto 2015, World Press Photo of the Year 2015 e primo premio nella categoria Spot News - Singles

 

Sono due, gli elementi che più spiccano dell’immagine vincitrice del World Press Photo of the Year 2015, uno scatto del reporter australiano Warren Richardson realizzato sul confine tra Serbia e Ungheria e intitolato Hope for a New Life. Nel complesso, però, a emergere è un quadro tutt’altro che rasserenante: è l’immagine del conflitto; non armato, neppure in un qualche scenario di guerra che non sapremmo bene collocare su un mappamondo.

L’ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI
Il conflitto è quello articolato, complesso e intimamente combattuto del “vecchio mondo” alle prese con un’ondata di flussi migratori priva di precedenti, con una marea umana che rivendica ragioni con cui è difficile – moralmente impossibile – non essere d’accordo, ma che allo stesso tempo ancora non sono legittimate in tutte le loro conseguenze. Da una parte, il filo spinato difende l’idea stessa di nazione con i suoi limiti geografici – e di responsabilità; dall’altra, nella generale concitazione dell’evento emerge tagliente uno sguardo, già gettato oltre l’intimazione a non violare lo spazio assegnato. Lo sguardo di chi, appunto, umanamente non può rassegnarsi al posto di vittima impotente a cui la Storia vorrebbe relegarlo.

MA QUALE SPERANZA?
Del terzo elemento, di quel neonato che letteralmente passa il confine e il vuoto carico di tensione, prendiamo piena consapevolezza solo in un secondo tempo. Cos’è quel fagotto? Cosa stiamo cercando di tenere fuori dal nostro territorio – e dalle nostre coscienze -? Se un’altra fotografia, un altro ritratto di profugo bambino ha già conquistato l’attenzione mondiale con la schiettezza di uno schiaffo in piena faccia, lo scatto di Warren Richardson sembra per un momento offrire una speranza, complice il titolo stesso della fotografia; in qualche modo riscattarci dal senso di colpa collettivo. Ma a chi scrive resta il dubbio si tratti di un’intepretazione forzata della realtà – o, meglio, del modo in cui Richardson la riporta: perché non stiamo ancora mettendo a fuoco il bambino, mentre sono ben più evidenti le spirali di filo spinato sulla sua testa; e se quel bambino può sperare in un futuro, ebbene lo sta facendo contro le nostre più manifeste intenzioni.

Caterina Porcellini

http://www.worldpressphoto.org

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Caterina Porcellini
Caterina Porcellini è nata a Taranto, si è formata al DAMS di Bologna e professionalmente a Milano. Già durante l'università sviluppa un interesse per l'influenza esercitata dalla tecnologia su pensiero e società, attraverso le tesi di Marshall McLuhan, Walter J. Ong e Lev Manovich. Da allora si mantiene sempre aggiornata sui nuovi media, lavorando come web editor, social media manager e consulente SEO. Dal 2007 ha collaborato con testate specialistiche e non, Exibart e alcuni siti del Gruppo 24 ORE tra gli altri. Continua ad avere un occhio di riguardo per quelle forme d'espressione che hanno una relazione diretta con il pubblico: architettura e design, fotogiornalismo, performance e installazioni. Grazie alla recente collaborazione con Plain Ink Onlus, sta approfondendo l'utilizzo con finalità sociali dei mezzi di comunicazione popolari, come fumetti e storytelling.