Tutte le tecniche pittoriche di Jean Dubuffet, raccontate da lui medesimo. In occasione di due mostre a New York e in Svizzera, ricompare un articolo/intervista del 1952

“Art Brut in America: The Incursion of Jean Dubuffet,”, esposizione appena chiusasi all’American Folk Art Museum di New York, ha raccolto una selezione di opere di Jean Dubuffet dedicate a malati mentali, bambini e carcerati, indagando il suo impatto sull’arte americana. Ma anche la Fondation Beyeler in Svizzera ha in programma un’imminente retrospettiva sul leader […]

Jean Dubuffet, Coucou Bazar (Detail), 1972-1973

“Art Brut in America: The Incursion of Jean Dubuffet,”, esposizione appena chiusasi all’American Folk Art Museum di New York, ha raccolto una selezione di opere di Jean Dubuffet dedicate a malati mentali, bambini e carcerati, indagando il suo impatto sull’arte americana. Ma anche la Fondation Beyeler in Svizzera ha in programma un’imminente retrospettiva sul leader dell’Art Brut: ecco perché la rivista Artnews ha risfoderato un articolo risalente al 1952, dove si svelano alcune tecniche usate dal pittore. L’intento però è molto più concettuale: una dimostrazione di coerenza fra stile nell’arte e filosofia di vita.

ART BRUT
Mostriciattoli, figure sproporzionate ed esteticamente sgradevoli erano i soggetti preferiti di Dubuffet, scelta decisamente fuori dal coro. Amava poco gli ambienti accademici e la mondanità borghese, quanto la retorica sociale sulle classi meno abbienti. Questo atteggiamento indipendente gli costava il disprezzo delle istituzioni tradizionali, ma anche l’entusiasmo e il sostegno degli ambienti all’avanguardia. Non c’era una vera provocazione nelle sue scelte tecniche, era più una questione di libertà espressiva.

IL MEZZO COME MESSAGGIO
Nell’articolo in questione l’intento, anche se si parla di tecnica, è descrivere la personalità da outsider dell’artista in un‘epoca di conformismo. La ricerca di una texture ruvida e piena di dettagli e imperfezioni indica quindi la ricerca di sfumature psicologiche e sociali. Ma il pezzo si chiude con le parole dell’artista: “Adesso il mastice sta facendo il suo lavoro, domani potrei non trovarci niente d’interessante”. Quando è così che fai allora?, chiede quindi il giornalista. “Lo raschio o passo ad altro per un po’. A volte un quadro lo azzecchi subito, altre procede per tentativi ed esitazioni”.

Federica Polidoro

Jean Dubuffet – Metamorphoses of Landscape
Dal 31 gennaio all’8 maggio 2016
Fondation Beyeler – Rhiehen
www.fondationbeyeler.ch

 

 

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.