Ci voleva Germano Celant per tirare fuori la collezione dello Shah dai magazzini. Da Claude Monet a Andy Warhol, in mostra dal 20 novembre al Tehran Museum of Contemporary Art

Una collezione che va da Claude Monet a René Magritte, fino a Jackson Pollock, Willem de Kooning, Alberto Giacometti, Andy Warhol, Roy Lichtenstein. Quante ce ne sono al mondo capaci di schierare questi nomi? Beh, presto a questo elenco ne andrà aggiunta un’altra: e non perché sia di nuova costituzione, ma perché questa è rimasta […]

Una collezione che va da Claude Monet a René Magritte, fino a Jackson Pollock, Willem de Kooning, Alberto Giacometti, Andy Warhol, Roy Lichtenstein. Quante ce ne sono al mondo capaci di schierare questi nomi? Beh, presto a questo elenco ne andrà aggiunta un’altra: e non perché sia di nuova costituzione, ma perché questa è rimasta pressochè invisibile per quasi 40 anni. Dal 1979, per la precisione: ovvero dalla rivoluzione khomeinista che in Iran destituì lo Shah Mohammad Reza Pahlavi, poi morto l’anno successivo in Egitto. Già, perché parliamo della collezione oggi del Tehran Museum of Contemporary Art, raccolta prevalentemente dall’ex imperatrice dell’Iran, Farah Diba Pahlavi, in un’epoca in cui non era ancora esplosa la corsa all’arte e la conseguente impennata dei prezzi.

OCCASIONE LA MOSTRA DELL’IRANIANA FARIDEH LASHAI
Perché ne parliamo ora? Perché un’ampia selezione della collezione, valutata oggi qualcosa come 3 miliardi di dollari, uscirà prestissimo dai depositi per essere esposta in una mostra. Una mostra dove l’immagine dell’Italia sarà in prima fila, visto che a curarla sarà Germano Celant, assieme alla curatrice, architetto e filmmaker iraniana Faryar Javaherian. L’occasione sarà in realtà un’esposizione antologica dedicata – dal 20 novembre – alla modernista iraniana Farideh Lashai, fra gli artisti iraniani più importanti della sua epoca, scomparsa nel 2013 a 68 anni. Ma Celant – primo curatore occidentale a lavorare su questo patrimonio – ha scelto di presentare la sua opera in dialogo con i capolavori della raccolta, gran parte dei quali mai esposti prima al pubblico.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Nel 2007 ha curato la costituzione, l’allestimento ed il catalogo del Museo Nino Cordio a Santa Ninfa (Tp). Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. Ha collaborato con diverse riviste specializzate, e nel 2008 ha co-fondato il periodico Grandimostre, del quale è stato coordinatore editoriale. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.