BOT il futurista terribile: immagini dall’anteprima della mostra a Piacenza dedicata all’eclettica produzione di Osvaldo Barbieri

Se il Secondo Futurismo ha pagato sul lungo periodo lo scotto di una vicinanza eccessiva al fascismo, di cui finisce per risentire proprio a livello di carica sperimentale e rivoluzionarietà estetica, la mostra curata da Elena Pontiggia a Piacenza, presso lo Spazio Mostre della Fondazione di Piacenza e Vigevano, offre innanzitutto un’occasione per ri-scoprire il […]

Osvaldo Barbieri detto BOT, Enricafuturista (caricatura in ferro), 1930-31 ferroplastica, ø 69x6
Osvaldo Barbieri detto BOT, Enricafuturista (caricatura in ferro), 1930-31 ferroplastica, ø 69x6

Se il Secondo Futurismo ha pagato sul lungo periodo lo scotto di una vicinanza eccessiva al fascismo, di cui finisce per risentire proprio a livello di carica sperimentale e rivoluzionarietà estetica, la mostra curata da Elena Pontiggia a Piacenza, presso lo Spazio Mostre della Fondazione di Piacenza e Vigevano, offre innanzitutto un’occasione per ri-scoprire il contraddittorio interno al movimento, persino negli anni della consacrazione ufficiale.
BOT, acronimo onomatopeico con cui Barbieri Oswaldo “Terribile” sancisce il suo avvicinamento a Filippo Tommaso Marinetti e compagni, sarà un pittore con tendenze a volte troppo “passatiste”, a giudizio dello stesso ideologo della corrente. Eppure, le centinaia di opere selezionate per la mostra – che aprirà al pubblico venerdì 18 settembre – mostrano semmai un artista capace di confrontarsi con qualsiasi medium, dal paesaggio a olio alla tecnica mista con inserti oggettuali; fino a esplorare grafica, fotografia e scultura, sempre con un approccio spiccatamente originale.
Osvaldo Barbieri progetta – è il termine esatto – riviste e cartoline più sintetiche rispetto a Depero, dalla cui produzione grafica pure parte, allontanandosene però nel momento in cui l’elemento tipografico e il tratto diventano portanti nella composizione, abbandonando il dinamismo di linee e colori più tipicamente futurista. Allo stesso modo, il piacentino stilizza volti e figure ricorrendo al fil di ferro nella scultura, come a sagome e silhouette in una fotografia incredibilmente vicina alle ricerche condotte dalla Bauhaus. Il tutto, mentre magari si trova in Africa – invitato da Balbo – e s’inventa l’ennesimo alter ego, Naham Ben Abilàdi, che di fatto rovescia la presunzione di superiorità alla base del colonialismo stesso.
A sostenere – e probabilmente condannare, dal punto di vista della fortuna critica – BOT sembra essere un eclettismo che gli impedisce di prendere davvero una posizione che sia una, approfondirla fino a farne un manifesto della propria estetica: troppo poco, per un autore che del futurismo ha fatto proprio l’anarchismo e il rigetto delle regole. Senza erigere a sistema neppure la rivoluzione.

– Caterina Porcellini

Fino al 22 novembre 2015
Fondazione di Piacenza e Vigevano – Spazio Mostre di Palazzo Rota Pisaroni
Via Sant’Eufemia, 13– Piacenza
www.lafondazione.com

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Caterina Porcellini
Caterina Porcellini è nata a Taranto, si è formata al DAMS di Bologna e professionalmente a Milano. Già durante l'università sviluppa un interesse per l'influenza esercitata dalla tecnologia su pensiero e società, attraverso le tesi di Marshall McLuhan, Walter J. Ong e Lev Manovich. Da allora si mantiene sempre aggiornata sui nuovi media, lavorando come web editor, social media manager e consulente SEO. Dal 2007 ha collaborato con testate specialistiche e non, Exibart e alcuni siti del Gruppo 24 ORE tra gli altri. Continua ad avere un occhio di riguardo per quelle forme d'espressione che hanno una relazione diretta con il pubblico: architettura e design, fotogiornalismo, performance e installazioni. Grazie alla recente collaborazione con Plain Ink Onlus, sta approfondendo l'utilizzo con finalità sociali dei mezzi di comunicazione popolari, come fumetti e storytelling.