Giancarlo Galan decade dalla presidenza della commissione Cultura della Camera: “mai più in politica, è meschina”. Al suo posto la Pd Flavia Piccoli Nardelli

“Una sentenza arrivata dopo una lunga detenzione, durante la quale non sono mai stato interrogato: ma forse non interessava conoscere il mio parere su dove potrebbe essere finito il fiume di denaro, oltre un miliardo, che si calcola sia sparito dal Mose…”. Nel giorno in cui decade dalla presidenza della Commissione Cultura della Camera, che […]

Giancarlo Galan

Una sentenza arrivata dopo una lunga detenzione, durante la quale non sono mai stato interrogato: ma forse non interessava conoscere il mio parere su dove potrebbe essere finito il fiume di denaro, oltre un miliardo, che si calcola sia sparito dal Mose…”. Nel giorno in cui decade dalla presidenza della Commissione Cultura della Camera, che – come abbiamo più volte commentato – ha continuato ad occupare malgrado gli arresti dopo il patteggiamento, il Corriere della Sera concede l'”onore delle armi” a Giancarlo Galan. Decade, per l’appunto: perché lui non si è mai dimesso, è semplicemente stato sostituito nell’ambito di un rimpasto previsto a metà mandato dal regolamento di Montecitorio. Al suo posto andrà la Pd Flavia Piccoli Nardelli, figlia dello storico politico democristiano Flaminio Piccoli, dal 1989 al 2013 segretario generale dell’Istituto Luigi Sturzo.
Perché è rimasto presidente della commissione Cultura anche da condannato?, gli chiede la giornalista. “Perché dal Parlamento mi sarei aspettato di essere tutelato. Avrei voluto che almeno mi ascoltassero, avrei potuto poter parlare loro e spiegare le mie ragioni prima che votassero per il mio arresto. Non potevo muovermi, ero malato. Non hanno voluto aspettare. Non chiedevo molto”. Ma l’eventuale tutela l’avrebbe comunque avuta da parlamentare, senza bisogno di paralizzare una funzione importante continuando ad occupare una poltrona su cui non poteva sedere, in quanto arrestato. “Mi fecero capire che mi aspettava il giudizio immediato, ovvero altri sei mesi in carcere e poi probabile condanna da scontare ancora in carcere”, spiega lui. “Mia figlia di sette anni, con grave carenza cardiaca, credeva che io non tornassi a casa perché la odiavo. Ecco, per questo ho patteggiato”.
Ovvio il rifiuto di tutte le accuse che l’hanno coinvolto. “Tutto falso. Mancherebbe l’interesse ad agire: perché il Consorzio Venezia Nuova avrebbe dovuto pagarmi se nessun atto del Mose dipendeva da delibere o poteri della Regione?”, risponde riferendosi alle accuse di aver percepito denaro quando era governatore del Veneto. Poi lo sfogo, alla domanda se tornerà alla politica: “Mai, mai, mai per nessun motivo. Ho avuto tanto dalla politica, ho fatto cose per il mio Veneto che so che resteranno. Ma quando chi ti è stato vicino per anni non prova, nemmeno per anticonformismo, a sollevare un dubbio, capisci quanto brutta e meschina possa essere la politica”.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
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