Spinelli archeologici. Tracce di oppio e cannabis rinvenute da studiosi russi in un tumulo funerario scita sulle montagne del Caucaso

La notizia è recente, ma i fatti risalgono all’estate del 2013, solo che il segreto era stato fino ad ora mantenuto per proteggere il sito dai saccheggiatori. Già, perché alla base c’è il rinvenimento di un tumulo funerario antico di 2400 anni e corredato da manufatti in oro perfettamente conservati per un peso complessivo di […]

La notizia è recente, ma i fatti risalgono all’estate del 2013, solo che il segreto era stato fino ad ora mantenuto per proteggere il sito dai saccheggiatori. Già, perché alla base c’è il rinvenimento di un tumulo funerario antico di 2400 anni e corredato da manufatti in oro perfettamente conservati per un peso complessivo di oltre tre chili e duecento grammi: e quindi decisamente interessanti per eventuali, immancabili tombaroli. “Scoperte come questa avvengono una volta ogni cento anni“, ha commentato Anton Gass, archeologo della Prussian Cultural Heritage Foundation di Berlino, citato dal National Geographic. “Questi manufatti in oro sono tra gli oggetti più belli che conosciamo dalla regione del Caucaso“.

Ma la sorpresa più grande si è avuta quando Andrei Belinski, l’archeologo residente a Stavropol, nella Russia sud-occidentale, il primo a scavare il kurgan scita (questo il nome dei tumuli di quel genere), ha chiesto ad un laboratorio di Stavropol di analizzare il misterioso residuo nero trovato all’interno di alcune coppe: il risultato ha confermato la presenza di tracce di oppio e cannabis. La scoperta pare confermare dunque le notizie tramandate dallo storico greco Erodoto, secondo il quale i rituali praticati dai nomadi Sciti erano legati all’uso di droghe. “Una pianta di canapa – assai simile al lino – veniva bruciata sopra pietre roventi, producendo un fumo ‘che nessun bagno a vapore della Grecia può eguagliare’“.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Nel 2007 ha curato la costituzione, l’allestimento ed il catalogo del Museo Nino Cordio a Santa Ninfa (Tp). Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. Ha collaborato con diverse riviste specializzate, e nel 2008 ha co-fondato il periodico Grandimostre, del quale è stato coordinatore editoriale. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.