Il curatore è morto? Evviva il curatore. È questo l’argomento del Talk Show che va in scena sul prossimo Artribune Magazine: attenti a non farvelo scappare…

Curatori: ne abbiamo ancora bisogno? Una domanda di grande attualità: alla quale ha fornito uno spunto – non certo decisivo, ma di grande visibilità – il successo di Shit and Die, la mostra torinese curata da Maurizio Cattelan. Qual è lo spazio giusto oggi per la funzione curatoriale? Riesce questa ad adeguarsi al continuo mutare […]

Andrea Lissoni

Curatori: ne abbiamo ancora bisogno? Una domanda di grande attualità: alla quale ha fornito uno spunto – non certo decisivo, ma di grande visibilità – il successo di Shit and Die, la mostra torinese curata da Maurizio Cattelan. Qual è lo spazio giusto oggi per la funzione curatoriale? Riesce questa ad adeguarsi al continuo mutare della società aperta e multiculturale, ed alle sempre nuove condizioni economiche? Questioni che prova ad affrontare con sistematicità Talk Show, la seguitissima rubrica di Artribune Magazine, nel numero 23 in preparazione per il debutto ad Arte Fiera. Come? Con il classico giro di domande a un gruppo di addetti ai lavori: da Andrea Lissoni a Luca Massimo Barbero, Vincenzo Trione, Luca Beatrice, Luigi Fassi. “Non sono così sicuro che l’ultimo decennio abbia inferto colpi mortali alla figura del curatore. Penso invero che il flusso straordinario di manifestazioni artistiche abbia semmai selezionato, affinato e indicato tipologie e complessità diverse e “alterità” del semplice ruolo curatoriale di cui ogni microateneo italico ‘insegna’ la magia. Gli artisti, di contro e con felicità, da sempre sottolineano la necessità di un chiaro distinguo tra i ruoli, confermando però l’attenzione alla figura di curatore con cui condividono sempre più il percorso pubblico, quella che un tempo si sarebbe chiamata carriera”. Chi fornisce questa articolata risposta? Per scoprirlo dovrete aspettare di sfogliare le pagine del magazine…

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  • LUCA ROSSI

    Il curatore emerge come figura che:

    – si rapporta con la committenza
    – remixa artisti che sono a loro volta remix (post post produzione) per creare una mostra in linea con i desideri della committenza.

    Quindi il curatore è nato, e chiamato, per risolvere la crisi in cui verte la postmodernità. Crisi acuita dopo l’11 settembre 2001, crisi della rappresentazione: ossia un grande vuoto mascherato da una sovrapproduzione di progetti e contenuti in cui nessuno sa fare le differenze e in cui tutto è posto sullo stesso piano. Una crisi che nasce dall’incapacità di fare le differenze critiche tra le diverse proposte. In rapporto alla storia e al contesto.

    Non si parla più delle opere, si parla del curatore come regista e del suo progetto generico (vedi ultima biennale di gioni, cosa rimane se non il nome di gioni e pochi barlumi di opera?).

    Questo segna la crisi profonda del ruolo di artista costretto ad omologarsi e addomesticarsi. E alla lunga la crisi del mercato che non è più credibile e tende a rifugiarsi su artisti storici e maggiormente sicuri (andiamo a vedere oggi le promesse a cavallo di anni 90 e 2000). Anche perché i giovani non fanno altro che remixare e citare inconsapevolmente il passato (vedi il vostro amato Tosatti).

    L’unica via interesante è l’artista che uccida il proprio ruolo debole, per poi vestire ogni ruolo. E quindi ritornale al centro, ma soprattutto per rimettere al centro l’opera. Per poi mettere l’opera alle corde. Ma chi si occupa d’arte in italia spesso non è formato adeguatamente e legge questi commenti come le mucche guardano il treno. E da qui la situazione desertica e autoreferenziale italiana che non produce qualità e tende ad avere un pubblico distante.

  • LUCA ROSSI

    Intervista shock a Gioni: